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Il contributo della raffinazione negli scenari low-carbon

Oggi l’industria petrolifera si interroga sul suo futuro in un mondo in profonda trasformazione dove, in ogni caso, il petrolio rappresenterà ancora per diversi decenni la fonte di energia principale, soprattutto nel settore dei trasporti.

La sfida ambientale impone inevitabilmente un adeguamento delle strutture produttive ai nuovi vincoli normativi decisi a livello comunitario e ai nuovi scenari dei mercati internazionali, in cui gli operatori extra-Ue continuano a godere di un indubbio vantaggio competitivo.

Raffinerie europee: resilienti o esposte alla concorrenza?

Negli ultimi anni, il comparto della raffinazione europea è stato caratterizzato da due concomitanti dinamiche: 1) la stagnazione della domanda interna di prodotti petroliferi che ha determinato un minor tasso di utilizzo delle raffinerie e un’erosione dei margini per l’industria; 2) la crescente autosufficienza dei tradizionali bacini di esportazione dei prodotti raffinati europei (come Asia e Stati Uniti) e la sempre maggiore capacità di raffinazione e quindi di esportazione dei principali fornitori di greggio (Medio Oriente e Russia).

L’aumento dei consumi petroliferi e i rischi dell’import

Se è semplice prevedere che nel futuro, con l’aumentare della popolazione mondiale e conseguentemente del fabbisogno di energia, cresceranno anche i consumi di petrolio, è meno facile capire in che modo e dove si distribuirà questo aumento della domanda petrolifera. Un esercizio comunque indispensabile per una gestione responsabile del comparto industriale della raffinazione, che è stato fin dal dopoguerra, ed è tuttora, trainante per la crescita economica europea e italiana.

Lubrificanti: un segmento di mercato poco conosciuto

Il lubrificante è un elemento essenziale della meccanica moderna. Ogni meccanismo, dal più semplice al più complesso, che abbia parti in movimento necessita di essere lubrificato. In questo modo si proteggono i componenti dall’usura, si favorisce la dispersione del calore e si previene il deposito di eventuali residui non solubili nell’olio stesso, mantenendoli in sospensione e depositandoli in un filtro destinato a trattenerli.

Petrolchimica: key driver della crescita dei consumi petroliferi

Una domanda petrolifera in crescita media annua dell’1,2% nell’ultimo decennio e una quota di mercato del petrolio sostanzialmente stabile e oggi ancora pari al 34% dei consumi energetici primari mondiali: non sono proprio dati caratteristici di una fonte prossima all’estinzione. Guardando al futuro, le principali previsioni indicano che il trend di aumento dei consumi proseguirà anche nel lungo periodo seppure a ritmi rallentati rispetto al passato e in modo non uniforme a livello geografico e settoriale.

Capacity building: l’energia che si trasforma in occupazione e sviluppo

La domanda mondiale di energia continua a crescere: negli ultimi dieci anni i consumi primari sono aumentati del 17% (+1,6% in media annua) e il trend di incremento proseguirà anche negli anni a venire. Se da un lato il contributo delle energie rinnovabili sarà via via più importante, dall’altro le fonti fossili tradizionali manterranno un ruolo di primo piano nel mix energetico mondiale: secondo l’ultimo World Energy Outlook dell’AIE, la quota di queste ultime sarà ancora prossima al 75% al 2040, con un peso crescente del gas naturale, destinato ad accompagnare la transizione energetica.

Esportare tecnologia, idee e competenze: il caso del Norwegian Energy Partners

Venti anni fa, in un momento in cui il mercato petrolifero mostrava un’elevata volatilità, nasceva INTSOK, un’organizzazione che aveva il compito di facilitare e promuovere la crescita delle esportazioni per l’industria energetica norvegese. Correva l’anno 1998 e il Ministero del Petrolio, insieme a Statoil, Norsk Hydro, Saga Petroleum e le principali associazioni di categoria industriali, fondarono un ente in grado di accedere alle opportunità del mercato internazionale.

Il ruolo del petrolio nella crisi libica

Il petrolio è sempre stato la livella degli squilibri della Libia. Uno strumento politico, ancor prima che economico, che si è rivelato fondamentale per tenere insieme le tre regioni storiche del Paese, distanti per cultura e storia, e gestire le tensioni tra le diverse confederazioni, tribù e clan che ne compongono il tessuto sociale. Ne era ben consapevole il Re Idris Senussi già nei primi anni ‘60. La sua pratica di distribuire in modo oculato la rendita petrolifera tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan (e ai vari potentati locali) è stata poi raffinata da Gheddafi, che l’ha elevata a pilastro del suo sistema di governo.

Petrolio venezuelano: da fortuna a nemesi

Con il salario minimo mensile in Venezuela (5,2 milioni di bolivares pari a 1,3 euro) si possono acquistare poco più di due chili di pomodori ma non si riesce a acquistare una scatoletta di tonno da 140 grammi; alla stessa cifra, però, si possono acquistare 866 mila litri di benzina 95 ottani (i litri arrivano 5,2 milioni nel caso in cui si tratti di benzina 91 ottani). È questo uno dei tanti dati (forse il più emblematico) della crisi in Venezuela: una crisi che negli ultimi dieci anni, attraversando tanto la vita politica quanto la società e l’economia del Paese, è intimamente legata al calo dei proventi della vendita del petrolio.

Il Regno saudita tra tradizione e spinta innovatrice

Le immagini delle donne arabe al volante hanno fatto il giro del mondo. Come qualche mese prima quelle dei principi accusati di corruzione e poi rinchiusi nella “prigione” Ritz-Carlton di Riad. Questi tra gli avvenimenti mediaticamente più simbolici di un Paese che vuole rinnovarsi, diversificare e liberalizzare la sua economia, riducendo la dipendenza dal petrolio. Il settore petrolifero, infatti, copre circa l’87% delle entrate statali e circa il 40% del PIL.

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