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FONTI FOSSILI | 135 ARTICOLI

Il Green Deal, ovvero della difficoltà di separarsi dai fossili (e dalla mucca)

Dice l’Europa che (rispetto al 1990) entro il 2030 dovremo diminuire le nostre emissioni del 55% ed arrivare ad emissioni azzerate entro il 2050. Dice che per questo molto bisognerà investire e lancia per questo un European Green Deal. Che basti quello che prevede di investire, che i soldi si trovino e che gli investimenti siano canalizzati nella direzione giusta è agenda che ha già scatenato letteratura copiosa. Qui giusto qualche nota sul fossile e sulle difficoltà che il Green Deal (o equivalente) potrebbe incontrare.

La mobilità del Green Deal sarà immobile

Se non fosse per il COVID-19 saremmo tutti a parlare del Green Deal dell’Unione Europea. Non avendo più voce in capitolo sulle grandi questioni internazionali, l’UE ha trovato una nuova ragione per esistere: decidere come fra 30 anni dovrà essere il mondo. 30 anni fa il petrolio costava 24 doll/bbl ed era proibito costruire centrali elettriche funzionanti a metano perché si temeva che non ci fosse abbastanza gas naturale. L’UE voleva allora che il “70-75%” dell’elettricità fosse prodotta da nucleare e carbone! Non esisteva neanche la Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Questi riferimenti storici dovrebbero indurci ad essere modesti nel pretendere di definire il mondo di domani. Il mondo evolve non come lo decreta l’UE ma come lo creano la scienza e la tecnologia.

Il Corona Virus sconvolge i mercati energetici all’inizio di un anno difficile.

Il 2020 era iniziato con il riaffacciarsi della speranza di un rientro della controversia tra Usa e Cina e con la fine dell’incertezza sull’uscita dalla UE della Gran Bretagna. Il mercato del petrolio si era andato rafforzando anche sullo sfondo di un contesto geopolitico sempre più complesso e dell’atteggiamento dell’“OPEC Plus” che dava segnali di voler controllare la produzione per ridurre l’eccesso di offerta.

Preconsuntivo petrolifero 2019: tempo di bilanci, anche per il petrolio

La fine di un anno è sempre occasione di bilanci e questo vale anche per il petrolio. È ciò che abbiamo fatto con l’appena diffuso “Preconsuntivo petrolifero 2019, che prova a mettere alcuni punti fermi. Nell’anno che si sta per concludere, il petrolio è stato ancora una volta la prima fonte di energia a livello mondiale con una quota del 31%, seguito dal carbone con il 27% e quindi dal gas con il 23%. Le fonti fossili, in pratica, hanno soddisfatto l’81% della domanda totale di energia, che è più meno la stessa percentuale di venti anni fa anche se con una composizione leggermente diversa.

Idrocarburi: i dilemmi del WEO 2019

La pubblicazione della nuova edizione del World Energy Outlook (WEO) dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di Parigi (AIE), avviene in un momento storico particolare caratterizzato da un lato, da una vera e propria esplosione di fenomeni meteorologici estremi in tutte le regioni della terra, e dall’altro da una fase di rallentamento del processo di sviluppo economico e di forti tensioni politiche e sociali.

I droni in Arabia Saudita sono una sveglia per l’Europa

Due eventi stanno riproponendo pesantemente il tema dell’energia e dell’ambiente nel mondo: il viaggio di Greta a New York ed il bombardamento degli impianti di trattamento del petrolio in Arabia Saudita. Sono due segnali fortissimi, fra loro intrinsecamente legati ed a cui non si può rispondere separandoli o considerandoli indipendenti uno dall’altro.

A chi fa comodo un attacco all’egemonia saudita?

L’Arabia Saudita è da decenni la pompa di benzina del pianeta, e sull’esportazione del greggio Riyadh ha costruito la sua rilevanza a livello globale. Insieme al ruolo di protettore dell’Islam – gli al-Saud sono i custodi dei luoghi santi della Mecca e Medina – è sul petrolio che il Regno saudita fonda la sua proiezione esterna nella regione e oltre. E’ difficile immaginare un Medio Oriente e un mondo arabo senza Arabia Saudita, come non si può pensare ad un mercato globale del petrolio senza Riyadh.

La vulnerabilità delle infrastrutture petrolifere saudite

I recenti e gravi attacchi all’impianto di raffinazione di Abqaiq di proprietà della Saudi Aramco (il più grande al mondo) e al giacimento petrolifero Khurais, che può produrre sino a 1,2 milioni di barili al giorno (mil. bbl/g) di greggio light, hanno dimostrato la vulnerabilità delle infrastrutture petrolifere saudite a questa tipologia di eventi, hanno ridotto la produzione del Regno del 57% (per un volume equivalente a 5,7 mil. bbl/g) e hanno impedito il trasporto di greggio dalla parte orientale del paese al porto di Yanbu sul Mar Rosso attraverso l’oleodotto Petroline che corre da est a ovest del paese.

The Vulnerability of Saudi Oil Infrastructure

The recent devastating attacks on Saudi Aramco’s Abqaiq processing station, the world’s most important and the Khurais oilfield with a production capacity of 1.2 million barrels a day (mbd) of light oil demonstrated the vulnerability of Saudi oil infrastructure to attacks, reduced Saudi oil production by 57% or 5.7 mbd and deprived the East-West oil pipeline known as petroline of any crude oil to transport from eastern Saudi Arabia to the Yanbu port on the Red Sea. The attacks also exposed gaps in Saudi air defences despite the billions of dollars spent on buying top of the range American weaponry including the Patriot anti-missile system and the upgrading of Saudi air defences just a few weeks ago.

OPEC al capolinea?

Sebbene il realizzarsi della profezia del ministro saudita Sheikh Zaki Yamani sulla fine dell’era del petrolio sia ancora ben lontano, è innegabile che il settore petrolifero stia vivendo un processo di trasformazione epocale, nei confronti del quale i principali attori globali - OPEC in primis - sembrano dover ancora prendere le contromisure adeguate. Infatti, il periodo d’oro del greggio, culminato con il picco del prezzo del barile a $114 nel giugno del 2014, sembra storia ormai lontana. Nei mesi successivi il valore del petrolio è sceso rapidamente (minimo di 27 dollari al barile nel gennaio 2015),

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