FONTI RINNOVABILI | 150 ARTICOLI
Nei soli ventisette Paesi dell’Unione Europea – al momento della stesura di questo articolo – circolano più di 256 milioni di autovetture che per muoversi non usano energia elettrica a fronte di meno di 9 milioni mosse grazie agli elettroni (stima su dati Eurostat). Ad essere precisi, nell’enorme insieme di automobili endotermiche sono incluse anche le ibride plug-in che possono utilizzare (e c’è da augurarselo) energia elettrica prelevata dalla rete per muoversi.
Il settore della raffinazione europea attraversa una fase di riposizionamento strutturale, e non meramente congiunturale. La domanda di prodotti petroliferi tradizionali arretra per effetto dei guadagni di efficienza energetica, del minor utilizzo delle autovetture, dell’incremento delle quote di biocarburanti e, in prospettiva, dell’elettrificazione dei trasporti leggeri; per contro, la capacità di raffinazione installata resta in larga parte dimensionata su un modello di domanda che non tornerà ai livelli pre-transizione.
La transizione energetica dell’Unione Europea impone una revisione strutturale del sistema dei combustibili e dei trasporti nel loro complesso. In questo scenario, è necessario superare l’attuale approccio "verticale", in gran parte focalizzato ad affrontare i settori di impiego in modo settoriale ed indipendente gli uni dagli altri: è ad esempio il caso dei Sustainable Aviation Fuels (SAF), per cui sussistono obblighi e regolamentazioni specifiche e diverse da altri prodotti, pur provenienti dalle stesse materie prime.
Se si parla di transizione energetica, l'immaginario collettivo corre immediatamente alle rinnovabili e all'elettrificazione. Più raramente ci si interroga su chi garantirà, durante questa trasformazione, l'energia, carburanti, prodotti e materie prime indispensabili al funzionamento dell'economia europea ed alla sicurezza energetica. Ed ancora, su cosa accadrebbe se l’industria della raffinazione dovesse definitivamente lasciare il continente.
Nei modelli economici, la decarbonizzazione è una lotta tra colori: il verde delle rinnovabili contro il marrone delle fonti fossili. Questa dicotomia negli Stati Uniti si sovrappone alla mappa politica, abbinando il verde al blu dei Democratici e il marrone al rosso dei Repubblicani in un quadro politico dove sembra non esserci spazio per le sfumature.
Dopo un 2024 caratterizzato in Italia da un’espansione delle fonti rinnovabili elettriche, il 2025 segna una fase di rallentamento, registrando un calo della nuova potenza entrata in esercizio pari all’8,2% rispetto all’anno precedente. Il dato riflette principalmente il rallentamento del fotovoltaico, che è la tecnologia trainante del settore in Italia.
Nel 2025 eolico e solare hanno generato più elettricità nell’UE dei fossili per la prima volta (30% contro 29%), come riportato nella European Electricity Review di Ember. Uno storico sorpasso che mostra quanto velocemente l’Unione Europea si stia muovendo verso un sistema elettrico alimentato da sole e vento. Mentre la dipendenza dai fossili contribuisce all'instabilità geopolitica, la posta in gioco della transizione verso l'energia pulita è più chiara che mai.
Così come emerge dal nostro ultimo report Renewable Capacity Statistics 2026, nel 2025 la capacità totale di energia rinnovabile ha raggiunto i 5.149 gigawatt (GW) grazie all’installazione di nuova capacità per 692 GW, pari a un incremento annuo del 15,5%. L'energia rinnovabile assorbe la quasi totalità della crescita della capacità totale con una quota dell'85,6%, sebbene quest’ultima risulti in calo rispetto al 92,0% del 2024.
In occasione del World Nuclear Energy Summit apertosi a marzo in Francia, per una sfortunata coincidenza proprio nel giorno del 15esimo anniversario del disastro nucleare di Fukushima, il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto, ha annunciato la volontà dell’Italia «di aderire all’impegno per triplicare la capacità nucleare globale. Nel breve-medio termine guardiamo con attenzione agli Small modular reactors di terza generazione avanzata». C’è un problema, però: gli SMR di fatto non esistono.
La prima centrale nucleare con un reattore PWR (Pressurized Light-Water Moderated and Cooled Reactor), entrata in esercizio a Shippingport nel 1957, utilizzava, con opportuni adattamenti, il progetto messo a punto per il sottomarino Nautilus, mentre nello stesso anno iniziava a funzionare anche il primo BWR (Boiling Water Reactor), sviluppato nell’allora maggiore centro di ricerca nucleare federale, l’Argonne National Laboratory.