::

FONTI FOSSILI | 150 ARTICOLI

Cause ed effetti della tight revolution

I combustibili fossili, come il carbone e il gas naturale, sono classificati in base alla composizione chimica e alle proprietà fisiche. Il tight oil, chimicamente parlando, presenta una composizione identica a quella del greggio convenzionale, ma si differenzia per la tecnologia utilizzata per estrarlo: la fratturazione idraulica orizzontale.

La fratturazione della rocce di scisto è in uso dal 1940 ed è stata generalmente impiegata su piccola scala.

Tight oil: a quando una produzione su scala globale?

La cosiddetta “shale revolution” - ovvero il massiccio incremento della produzione globale di gas e petrolio “non convenzionali”, noti come shale gas e tight/shale oil - sembra destinata a mutare profondamente gli equilibri energetici mondiali, rappresentando un "game changer" di notevole impatto geopolitico: infatti, lo sfruttamento di questi idrocarburi non convenzionali potrebbe consentire ad alcune nazioni di raggiungere una condizione di indipendenza energetica - riducendo o eliminando le importazioni di idrocarburi - o addirittura diventarne esportatori.

Tight oil: una fonte sempre più economica?

Fino a qualche anno fa erano in molti a scommettere sull’impossibilità per il tight oil americano di poter competere con le risorse convenzionali di Opec e Russia, estraibili a costi molto inferiori rispetto a quelle non convenzionali. Invece, l’industria dello shale/tight oil statunitense si è dimostrata in grado di sopravvivere ad un contesto di mercato estremamente volatile, con prezzi del greggio che sono anche scesi sotto i 30 doll/bbl (inizio 2016), condizione che aveva indotto i più a decretarne la fine imminente;

BP Statistical Review: quando il dato supera le ideologie

Anche quest’anno la BP ha pubblicato il suo storico Rapporto sull’Energia nel Mondo. La lettura dei dati mette in evidenza verità note, ma spesso ignorate dall’ambientalismo di maniera.

È interessante che la relazione di Spencer Dale, capo economista della BP, si apra con un grafico che mostra la correlazione diretta fra la crescita della domanda energetica mondiale e l’aumento delle emissioni di CO2.

Decarbonize or grow? The eternal coal dilemma

The data presented in the 2019 BP Statistical Review of World Energy is not encouraging when it comes to the world’s efforts to reduce CO2 emissions, especially via decreasing the use of coal. As noted in the group chief economist’s analysis, the share of coal in our global energy mix is at virtually at the same level as it was 20 years ago. And the data for 2018 does not promise much of a progress for the next 20 years either. Instead it rather fits the path of “business as usual” scenarios presented by multiple global energy outlooks that predict coal demand remaining stable all the way through 2040.

Crescere o decarbonizzare? L’eterno dilemma del carbone

I dati presentati nel BP Statistical Review of World Energy 2019 non sono incoraggianti, perlomeno quando si tratta degli sforzi globali atti a ridurre le emissioni di CO2, in particolare se si guarda all’utilizzo del carbone. Come osservato nell'analisi dello chief economist di BP, la quota di carbone nel mix energetico globale è praticamente allo stesso livello di 20 anni fa, e i dati per il 2018 non promettono niente di meglio per i prossimi 20 anni.

La ricerca punta sulla sinergia tra Oil&Gas e rinnovabili

In molte aree del mondo, le piattaforme offshore di petrolio e gas stanno terminando la loro fase operativa. Non è facile stimare l'impatto ambientale sull’ecosistema marino delle attività di “decommissioning” ma è noto che le politiche di rimozione si basano sull'assunto di "lasciare il fondale marino come è stato trovato". Questo approccio sembrava, infatti, rappresentare l'opzione apparentemente più ecologica. Purtuttavia, durante il periodo produttivo, le piattaforme sono in grado di sostenere comunità di fauna e flora marina abbondanti e diversificate, alcune delle quali di importanza regionale.

Assopetroli-Assoenergia: 70 anni di storia

Assopetroli-Assoenergia festeggia quest’anno 70 anni di attività, 70 anni di storia durante i quali l’Associazione si è progressivamente adattata ai costanti mutamenti dello scenario energetico ed economico italiano ed internazionale.

Il cammino inizia nel secondo dopoguerra, quando le aziende associate, nonostante difficoltà logistiche e di approvvigionamento, riscaldano le case delle famiglie italiane e, parallelamente, danno vita ad una tra le più capillari reti di distribuzione stradale di carburanti d’Europa.

Distribuzione carburanti: settant’anni in cifre

Oggi la benzina è rincarata è l’estate del quarantasei, un litro vale un chilo di insalata, ma chi ci rinuncia? A piedi chi va? L’auto che comodità! Sulla Topolino amaranto, dai siedimi accanto che adesso si va”. Le parole di Paolo Conte rendono plasticamente conto di quel che per gli italiani significava negli anni del dopo-guerra – nei favolosi anni del miracolo economico – la ‘conquista’ sociale dell’automobile.

Nell’Italia contadina del 1949, col 40% di addetti in agricoltura (6% a fine secolo), possedere un’automobile era un lusso per pochi.

Lo stato della rete secondo i gestori

Nonostante una contrazione del 9% tra il 2010 e il 2017, l’Italia si conferma il paese con il maggior numero di punti vendita di carburante nell’Unione Europea, nonché quello con un erogato medio per punto vendita inferiore alla media comunitaria del 40%.

E’ inoltre indubbio che in questi ultimi sette anni la rete di distribuzione italiana abbia subito un processo di razionalizzazione e di ammodernamento, che tuttavia è lontano dall’essere completato. Si stima infatti che ammonti a circa 7/8 mila il numero di impianti che andrebbero chiusi per incompatibilità e inefficienze, ma che non vengono avviati allo smantellamento per gli alti costi di bilancio, di chiusura e di bonifica.

Page 8 of 15 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 »
Execution time: 296 ms - Your address is 18.204.227.117
Software Tour Operator