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FONTI FOSSILI | 150 ARTICOLI

Mobility Package: poco premiata la neutralità tecnologica

La riduzione della CO2 nei trasporti è un obiettivo ambientale legato alla lotta ai cambiamenti climatici ed è cosa ben differente da quello della qualità dell’aria, che riguarda invece particolari tipi di inquinanti dannosi per l’uomo. Il primo è un obiettivo di lungo periodo che va affrontato con azioni coordinate a livello globale, mentre per il secondo servono risposte immediate a livello locale.

Energia sicura e mobilità sostenibile: l’impegno dell’UE

L'Unione Europea è nel mondo la regione economica che più di nessun'altra ha fatto della protezione dell'ambiente una forte priorità. Non deve dunque sorprendere che la lotta all’inquinamento urbano faccia parte delle strategie dell'UE. In particolare stiamo assistendo a una focalizzazione sull'inquinamento dovuto al traffico urbano. Di là dalla problematica certamente molto rilevante del rumore, la principale fonte di preoccupazione ambientale è l'inquinamento atmosferico causato dall'utilizzo dell'energia fossile nei motori termici. È quindi sul piano dell’energia che occorre cercare in primis la soluzione.

I motori di domani si sfidano su efficienza e sostenibilità

Nella fase di transizione che sta attraversando il sistema dei trasporti a livello mondiale il tradizionale motore a combustione interna compare spesso nel ruolo di imputato per le sue emissioni di sostanze tossiche e di gas ad effetto serra. Questo atteggiamento di diffidenza, particolarmente accentuato circa i motori diesel, ha raggiunto il suo apice negli ultimi tre anni a seguito dello scandalo cosiddetto “Dieselgate”. In realtà, varie ragioni hanno contribuito a minarne la fama, incentivando la ricerca di soluzioni alternative per una propulsione sostenibile.

L’Opec Plus compie un anno e si rafforza. Mentre il Brent si indebolisce sempre più

Giovedì 30 Novembre 2017, a Vienna, si è svolta la 173esima Conferenza Ordinaria dell’Opec, contestualmente al terzo vertice interministeriale dell’organismo che raduna ben 24 paesi produttori di petrolio, noto alle cronache come “Opec Plus”. Si tratta di una vera e propria nuova Opec, caratterizzata dalla leadership condivisa di Arabia Saudita e Russia. Due paesi distanti per storia, origini culturali e religiose, ma accomunati dallo stesso antagonista: gli Stati Uniti. O meglio, l’egemonia finanziaria di New York e Londra, luoghi dove di fatto oggi si stabilisce il prezzo del Petrolio, del WTI e del Brent.

I mercati finanziari del petrolio alla vigilia del meeting Opec

Il rally autunnale dei prezzi del petrolio trova una spiegazione convincente nella dinamica discendente cha ha caratterizzato le scorte petrolifere OCSE tra agosto e ottobre. La stessa curva future che, dopo essere rimasta orientata negativamente per larga parte dell’ultimo biennio, a partire da settembre si è portata in backwardation (condizione che premia le consegne più vicine nel tempo, rispetto a quelle lontane) (vedi fig.1) è sintomo di un mercato fisico scarsamente rifornito. Anche da questo punto di vista, i rincari del Brent (passato dai circa 50 dollari di agosto agli oltre 60 attuali) appaiono ampiamente giustificati da uno scenario di domanda e offerta più equilibrato rispetto al recente passato.

La geopolitica sta tornando a contare sui mercati petroliferi?

A metà ottobre la riconquista di Kirkuk da parte delle forze speciali irachene ha sancito un aumento repentino del prezzo del petrolio. Possibili interruzioni nei flussi verso il porto turco di Ceyhan – poi verificatesi regolarmente nell’ordine di 275.000 bbl/g – avevano messo in allerta i mercati. Reazioni simili si erano avute qualche giorno prima, quando il Presidente Trump aveva sconfessato l’accordo nucleare iraniano aprendo a nuove sanzioni per Teheran a partire dal 2018. A inizio novembre è stato il turno delle purghe del Principe Saudita Mohammed bin Salman che hanno provocato un altro trend rialzista, mentre lo spettro default del Venezuela aveva generato una reazione più timida da parte degli operatori.

Rivoluzione shale: quali implicazioni per economia, geopolitica e ambiente?

L’avvento della cosiddetta shale revolution nel 2010, la rivoluzione del petrolio e gas di scisto targata USA, ha determinato una serie di ripercussioni sul mercato Oil&Gas. In particolare, la produzione americana di shale oil ha impattato in maniera significativa sui prezzi del greggio, sulla geopolitica globale, sul futuro delle forniture petrolifere, sulle variabili macroeconomiche e, non da ultimo, sullo sviluppo delle fonti rinnovabili. Una rivoluzione che sta cambiando il panorama dell’industria del petrolio e del gas su scala mondiale.

Fonti rinnovabili e fonti fossili: concorrenza o sinergia?

L’energia, e in particolare l’energia elettrica, è uno dei beni più preziosi che abbiamo e che più ha contribuito alla diffusione di tecnologie che affrancano dal lavoro manuale e che permettono, sia pure in un contesto socio-politico complesso, livelli di benessere impensabili anche solo lo scorso secolo.

Negli ultimi venti anni, lo scenario della produzione di energia elettrica è cambiato drasticamente nell’Unione Europea. Qui più che altrove la società, e quindi la politica, hanno promosso una crescente valorizzazione delle fonti rinnovabili, che attualmente forniscono una quota considerevole dell’elettricità distribuita agli utenti.

Idrocarburi vs Rinnovabili: un mito da sfatare

1) Il distretto petrolifero italiano e le sue eccellenze si trovano a fare i conti con una strategia energetica nazionale che non intende puntare sulla produzione domestica di idrocarburi e con accordi internazionali sul clima che spingono verso la riduzione delle fonti fossili. In questo scenario come si sta posizionando la filiera italiana dell’upstream? Quali sono le principali tecnologie su cui sta investendo?

Si sente spesso affermare che l’Italia è povera di risorse energetiche nazionali, mentre evidenze storiche, scientifiche e geologiche dimostrano che il nostro territorio ha, dopo il Mare del Nord, il più alto potenziale di scoperta di idrocarburi dell’Europa. 

La resilienza del petrolio in un mondo in transizione

Il World Energy Outlook (WEO) dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di Parigi (AIE), appena pubblicato, segna, prima di tutto, un record di durata: dal 1977 questo documento testimonia lo spessore dei cambiamenti intervenuti nell'arco di quarant’anni. La prima edizione fu presentata nel periodo a cavallo tra la prima e la seconda crisi energetica ed era in gran parte dedicata ad illustrare gli sforzi intrapresi dai paesi membri dell'AIE per ridurre la dipendenza dal petrolio, in particolare di quella dai paesi OPEC, arrivata a dimensioni tali da minacciare la sicurezza e la continuità degli approvvigionamenti.

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