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La crisi in corso in Iran mette in luce una realtà per l’India: lo Stretto di Hormuz non è solo un chokepoint geografico, ma rappresenta una vulnerabilità strutturale insita nell’economia energetica indiana. La maggior parte dei flussi mondiali di petrolio e dei principali flussi di GNL transita attraverso questo breve corridoio marittimo, per cui qualsiasi interruzione provoca quasi istantaneamente instabilità dei prezzi, colli di bottiglia nell’approvvigionamento e un ridefinizione delle politiche a Nuova Delhi.
L'effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran è diventata una prova di resistenza per la politica di sicurezza energetica della Cina. Decenni di pianificazione sembrano ora dare i loro frutti, poiché Pechino dispone di margini di sicurezza significativi per mitigarne gli impatti, anche se non si può negare la messa a nudo di vulnerabilità specifiche di alcuni settori e regioni.
ll mondo delle cisterne ha reagito alla crisi irano-americana con un apparente paradosso. Infatti, logica vuole che i prezzi crollino, qualora svanisca pressoché all'improvviso una quota significativa della domanda. Specie in una realtà dominata dalla libera e perfetta concorrenza, quale è il caso delle petroliere. Invece, i noli delle tanker in taluni settori sono saliti tantissimo da quando Washington e Tel Aviv si sono scatenate contro la teocrazia insediata a Teheran.
Un'interruzione prolungata dello Stretto di Hormuz non solo farebbe aumentare i prezzi del petrolio, ma metterebbe alla prova la capacità del mercato petrolifero globale di assorbire un altro shock geopolitico senza precipitare in una crisi energetica più ampia. In uno scenario in cui il traffico di petroliere è limitato ma non completamente bloccato, è probabile che il Brent si stabilizzi in un intervallo compreso tra i 90 e i 100 dollari al barile per diverse settimane.
Trump ha fatto appello ad alcuni paesi (la Cina, la Francia, il Giappone, la Corea del Sud e il Regno Unito, nell’ordine) perché inviino navi per garantire il libero passaggio attraverso lo stretto di Hormuz. Ha poi affermato di essere in contatto con “circa sette paesi” perché contribuiscano a questo sforzo collettivo, e ha minacciato la Nato di un futuro tenebroso se si rifiutasse di aiutare.
A quattro anni dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia (24 febbraio 2022), il panorama macroeconomico in Russia e in Europa appare profondamente trasformato. Mosca ha ricalibrato la propria economia in direzione dello sforzo bellico, mostrando una certa capacità di resistenza rispetto all’impatto delle sanzioni; l’Europa, da parte sua, ha attraversato una fase di shock energetico, rispondendo con un progressivo distacco economico ed energetico dalla Russia e rivisitando il proprio modello energetico e industriale.
L’opinione pubblica statunitense ha accolto in modo decisamente critico l’inizio delle operazioni militari contro l’Iran. I sondaggi condotti negli ultimi giorni mostrano in modo concorde come – al di là delle divisioni partitiche e del maggior favore espresso dagli elettori repubblicani per le scelte della Casa Bianca – gli atteggiamenti prevalenti fra gli intervistati siano il timore per un conflitto che per molti può rivelarsi più lungo di quanto ipotizzato e il dubbio riguardo al modo azzardato in cui l’amministrazione Trump avrebbe gestito l’intera vicenda.
Il conflitto esploso il 28 febbraio 2026, con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici iraniani e la successiva risposta militare di Teheran, segna una nuova fase nella ridefinizione degli equilibri mediorientali. Più che un episodio isolato di escalation – ormai ricorrente dall’ottobre 2023 – esso appare come l’ennesima incrinatura all’interno di una trasformazione già in atto nella regione allargata.
L’aggressione Israelo-americana all’Iran ha sollevato i consueti allarmi sul futuro immediato delle forniture globali di petrolio e di gas. A parere dello scrivente, questo allarmismo è esagerato, per i motivi che tenterò di spiegare in questa breve nota.
Il 21 gennaio a Roma nella “Sala Zuccari” di Palazzo Giustiniani presso il Senato della Repubblica si è tenuto un altro evento promosso da Assogasliquidi-Federchimica, dopo quello di novembre, in cui è stato presentato lo studio svolto da BIP dal titolo: L’impatto dell’ETS2 sul mercato del GPL. L’evento ha visto la partecipazione di numerosi stakeholder del settore afferenti a Imprese, Ambiente e Consumatori, alle istituzioni e al mondo della politica.