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La guerra che Iran e Usa non vogliono combattere

Le ragioni della crisi. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno radici profonde, che affondano nel tempo sino al 1979, quando la monarchia di Mohammad Reza Pahlavi – all’epoca il principale alleato di Washington nella regione – cadde sotto i colpi di una rivoluzione popolare. La componente religiosa del movimento rivoluzionario ebbe ben presto la meglio sulle molte altre anime dell’eterogeneo fronte anti-monarchico, dando vita ad una Repubblica Islamica fortemente permeata da sentimenti anti-americani, che ben presto sfociarono nell’occupazione dell’ambasciata USA a Tehran, nella successiva chiusura delle relazioni diplomatiche e nell’avvio di quel lungo periodo di crisi che ha caratterizzato sino ad oggi le relazioni tra i due paesi.

L’instabilità in Libia al servizio degli interessi energetici della Turchia

Il Grande Medio Oriente, area politica che dal Marocco arriva sino all'Afghanistan, come definito dall'Amministrazione Bush nel 2004, continua ad essere, nonostante i vari tentativi di disimpegno sia militare che economico la principale arena per la competizione tra potenze mondiali. In queste ultime settimane, a seguito della potenziale escalation vissuta tra Stati Uniti e Iran, la regione è tornata ad essere al centro dell'attenzione dei media e delle cancellerie internazionali. Complice anche la ripresa della crisi libica dallo scorso aprile.

Crisi in Libia e nel Golfo Persico: una partita dai mille rivoli geopolitici

L’uccisione da parte degli Stati Uniti del generale iraniano Qassem Suleimani e l’acuirsi della crisi in Libia dopo l'intervento militare della Turchia hanno visto il 2020 aprirsi con una fase di acute tensioni internazionali che potrebbe riverberarsi sulla stabilità dei mercati energetici internazionali. Quali saranno le conseguenze di un’escalation nel Medio Oriente e Nord Africa sul mercato del gas?

Libia e Iran. Ovvero dell’essere strategici ed altre leggende

L’Iran è sotto embargo e quasi in guerra. In Libia è guerra civile. E siccome entrambi ci vengono tramandati come grandi produttori di petrolio, la nostra sicurezza (energetica) vacilla. O almeno questa è la narrazione corrente. Lasciamola ai media, che la realtà è un poco più articolata.

Preconsuntivo petrolifero 2019: tempo di bilanci, anche per il petrolio

La fine di un anno è sempre occasione di bilanci e questo vale anche per il petrolio. È ciò che abbiamo fatto con l’appena diffuso “Preconsuntivo petrolifero 2019, che prova a mettere alcuni punti fermi. Nell’anno che si sta per concludere, il petrolio è stato ancora una volta la prima fonte di energia a livello mondiale con una quota del 31%, seguito dal carbone con il 27% e quindi dal gas con il 23%. Le fonti fossili, in pratica, hanno soddisfatto l’81% della domanda totale di energia, che è più meno la stessa percentuale di venti anni fa anche se con una composizione leggermente diversa.

La crisi del downstream e chi fa finta di non vederla

Esiste ormai una sorta di unanimismo crescente intorno ad una visione acritica e superficiale di ambientalismo “nostrano”, che ritiene che una spruzzata di vernice dalle cento sfumature di verde sia la soluzione dei giganteschi problemi ambientali a livello mondiale. È il risultato della trasformazione dei movimenti ambientalisti in forme elitarie e spesso lobbistiche, che ha finito per staccarlo dal legame con gli obiettivi realistici del miglioramento dei processi produttivi sostenibili, per relegarlo in una sfera di aspirazioni autoreferenziali ed ideologiche, a volte, facilmente strumentalizzabili da forze economiche e politiche di parte.

Qualità dell’aria e motori: a che punto siamo?

Partiamo da un concetto che spesso si dà per scontato. Cosa si intende con il termine inquinamento?

Quando si parla di inquinamento fondamentalmente si sta parlando di concentrazioni elevate in atmosfera di sostanze dannose, che possono avere risvolti negativi sia a livello locale che globale. Tra le varie sostanze che ISPRA tiene sotto controllo vi sono principalmente quelle direttamente correlate alla qualità dell'aria che respiriamo nelle aree in cui viviamo, lavoriamo, trascorriamo le vacanze.

COP: inutili e fallimentari

Prima di esprimere una qualsiasi valutazione sugli esiti della Conferenza delle Parti (COP), la numero 25, tenutasi a Madrid dal 2 al 13 dicembre (ed oltre) con la partecipazione ufficiale di 197 delegazioni ed oltre 26.000 persone (quelle effettive erano molte di più), è opportuno tener conto del ruolo che a questo organismo le fu assegnato.

Le COP vengono istituite con l’United Nations Conference on Environment and Development (UNCED), l’Earth Summit tenutosi a Rio de Janeiro dal 2 al 14 giugno 1992 che porterà alla firma da parte di 154 Stati poi saliti a 197 del Trattato denominato “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” (UNFCCC) entrato in vigore il 21 marzo 1994. 

Il clima che cambia: tempo di agire e ridurre le emissioni

La concentrazione dei gas-serra continua ad aumentare e sempre più rapidamente, dopo il rallentamento causato dalla crisi economica mondiale del 2008. Purtroppo, l’accelerazione delle emissioni legate alle attività umane sta causando un’accelerazione dei cambiamenti climatici (CC): la temperatura media globale è di circa 1,2°C più calda rispetto al valore pre-industriale. Siamo quindi solo a 0,3°C dal limite di 1,5°C che il rapporto IPCC considera essenziale non superare. Se guardiamo all’Europa, il riscaldamento medio è più alto, di circa 2°C gradi, con valori ancora più elevati per la regione Mediterranea e per l’Italia (circa 3°C), che si conferma come una delle più sensibili agli effetti dell’aumento delle emissioni di gas serra.

COP25: un passo indietro. Accordi di Parigi appesi a un filo

Chi promuove e difende gli interessi fossili può esultare. Per chi si batte da sempre – e, in questo 2019, assieme a milioni di giovani e meno giovani scesi a manifestare - per cercare di evitare le conseguenze più catastrofiche del riscaldamento globale, la speranza “negoziale” rimane oggi appesa a un filo.

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