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Il bivio incerto della raffinazione italiana

La raffinazione rappresenta un asset strategico per la sicurezza energetica di un Paese, specie per uno come l’Italia che dipende per circa il 90% del proprio fabbisogno energetico dalle fonti estere. Negli anni passati l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) ha elaborato un apposito modello per valutare il grado di sicurezza energetica di un Paese, denominato Moses (Model of Short Term Energy Security) che, nel caso dei prodotti petroliferi, teneva conto di una serie di indici, tra cui il rapporto deficit/surplus tra i diversi prodotti, indicando nel 45% la soglia critica oltre la quale si cominciava ad essere in un’area di rischio medio-alto.

La raffinazione italiana è ancora strategica per il paese?

Il dibattito che si continua a sviluppare sull’industria della raffinazione italiana è stantio e basato su luoghi comuni vecchi di decenni. Si sente ripetere della bassa redditività che allontana ogni possibilità di nuovi investimenti e che porta inevitabilmente alla chiusura degli impianti. Non sono state mai individuate le cause profonde della crisi del settore e soprattutto non si è mai definita una prospettiva per il futuro. Nell’era della comunicazione, le chiusure di impianti vengono chiamate spesso riconversioni (in depositi, in bioraffinerie, in supporti logistici), ma comunque prevedono la fermata permanente degli impianti industriali ed il loro smantellamento.

ITER: uno sforzo globale verso l’energia da fusione

La consapevolezza che per evitare le catastrofi legate ai cambiamenti climatici bisogna eliminare i gas serra e che per sopperire alle richieste di energia - che cresceranno inevitabilmente col crescere della popolazione (si prevede una necessità doppia nei prossini 30 anni)  le rinnovabili da sole molto difficilmente saranno sufficienti ha stimolato una accelerazione dell’impegno mondiale per rendere l’energia da fusione una realtà.

Eni e CFS: raggiunto un traguardo fondamentale sulla fusione a confinamento magnetico

Lo scorso 8 settembre Eni ha annunciato che CFS (Commonwealth Fusion Systems), società spin-out del Massachusetts Institute of Technology di cui Eni è azionista di maggioranza, ha condotto con successo il primo test al mondo del magnete con tecnologia superconduttiva HTS (HighTemperature Superconductors) che assicurerà   il confinamento del plasma nel processo di fusione magnetica.

A Glasgow la sfida climatica presenta il conto salato ai leader del mondo

La Conferenza Onu sui cambiamenti climatici che si è aperta a Glasgow il 31 ottobre arriva a valle del calo più forte nelle emissioni di CO2 mai registrato in un solo anno a livello globale, a causa della pandemia che nel 2020 ha imposto ovunque lockdown o altre robuste limitazioni alle attività economiche e sociali. Le buone notizie però finiscono qui.

Se al mondo serve una strategia climatica all’Italia serve una Legge sul Clima

La COP26 comincia obiettivamente con poche speranze. Che si giunga a un esito per cui la somma degli impegni - verificabili - dei singoli Paesi possa garantire il non superamento della soglia di 1,5 °C, che la comunità scientifica ritiene l’unica sicura per non innescare fenomeni irreversibili, è assai difficile, se non impossibile.

Il ruolo della scienza, il ritardo della politica, le colpe della cattiva informazione

Intervista a Stefano Caserini (Docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano)

Le aspettative sulla COP26 si basano su una visione semplicistica del negoziato sul clima. A sentire alcuni analisti, sembrerebbe che nei 13 giorni del negoziato potrebbero essere prese decisioni in grado di risolvere la crisi climatica. Così non è, ma di sicuro la conferenza sul Clima rappresenta ogni anno un buon momento per interrogarsi sulle dimensioni della sfida climatica. Una sfida che tocca società, informazione e politica. Ne abbiamo parlato con Stefano Caserini, Ingegnere ambientale e dottore di ricerca in Ingegneria sanitaria, autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative nonché fondatore e autore del blog climalteranti.it.

Le sfide della distribuzione carburanti, tra caro energia e radicati preconcetti

L’assemblea 2021 di Assopetroli-Assoenergia si accende sotto due coni di luce convergenti: il brutale rincaro dei prezzi dell’energia e l’incertezza delle policy sulla decarbonizzazione, a pochi giorni da Glasgow. Due facce della stessa medaglia.

L’impeto del caro energia dovrebbe richiamare l’attenzione di analisti e decisori sullo squilibrio strutturale tra domanda e offerta che è alla base degli aumenti, per cercare di porvi rimedio.

Un quadro analitico sulla transizione energetica

Mentre il dibattito sulla politica climatica cresce d’intensità, ci concentriamo sui dettagli rischiando di perdere di vista il quadro d’insieme. Più che parlare di rendimenti dei pannelli fotovoltaici o del capacity factor delle turbine eoliche sarebbe opportuno inquadrare la transizione energetica in una cornice analitica e strategica. Una volta spogliata da tutte le narrative, infatti, la transizione energetica prende la forma di un gigantesco riorientamento del sistema energetico globale dal campo delle materie prime a quello della medium & high tech.

I costi sociali e industriali della transizione visti dall’automotive

Il pacchetto comunitario “Fit for 55”, che prevede un ulteriore inasprimento dei già sfidanti target di riduzione delle emissioni di CO2 delle auto e veicoli commerciali leggeri nuovi definiti nel 2019, è un elemento che desta molta preoccupazione in tutta la filiera automotive, in particolare quella della componentistica. Senza in nessun modo sottovalutare la necessità di affrontare prontamente, a livello globale, le sfide ai cambiamenti climatici, riteniamo le politiche proposte dalla Commissione europea estremamente aggressive. Alla filiera automotive, in particolare, viene chiesto uno sforzo particolarmente gravoso, destinato a mettere a rischio la salute e la sopravvivenza di un elevato numero di imprese e di lavoratori.

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