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ARCHIVIO | 13 ARTICOLI

Petrolio e dollaro: un matrimonio indissolubile?

Da circa 160 anni il petrolio è protagonista della scena energetica mondiale: dalla fase pionieristica della seconda metà dell’ottocento, a tutto il XX secolo che ha segnato l’apogeo del suo sviluppo, agli anni 2000 caratterizzati dalla specializzazione nei settori chiave dei trasporti e della petrolchimica, alla prospettiva odierna di un lento declino a favore delle rinnovabili, i prezzi del petrolio sono sempre stati espressi in dollari USA.

Petrolio: una pericolosa illusione

A dispetto dei prematuri necrologi e de profundis, il petrolio è tornato al centro della scena internazionale e lo resterà per molto, condizionando le economie, la geopolitica e le alleanze internazionali (vedi nuovo asse Riad-Mosca), le politiche interne (vedi proteste dei gilet gialli in Francia). La congiuntura 2018 ha visto - lungo una retta ascendente (circa +35% sul 2017) - 4 mini shocks di prezzi: 2 al rialzo e 2 al ribasso. A determinarli, più delle dinamiche reali è stato il gioco delle aspettative con due contrapposti timori, lato offerta e lato domanda.

Il delicato equilibrio tra forze economiche e geopolitiche

Le risorse di idrocarburi (petrolio, gas naturale e carbone) hanno due caratteristiche chiave correlate. Innanzitutto, non sono equamente distribuite a livello globale. Ad esempio, le riserve provate di petrolio sono localizzate per il 13,3% in Nord America, per il 19,5% in Centro America, per lo 0,5% in Europa, per l’8,5% nella Comunità degli Stati Indipendenti, per il 47,6% in Medio Oriente, per il 7,5% in Africa e per il 2,3% in Asia e nel Pacifico.

Il Regno saudita tra tradizione e spinta innovatrice

Le immagini delle donne arabe al volante hanno fatto il giro del mondo. Come qualche mese prima quelle dei principi accusati di corruzione e poi rinchiusi nella “prigione” Ritz-Carlton di Riad. Questi tra gli avvenimenti mediaticamente più simbolici di un Paese che vuole rinnovarsi, diversificare e liberalizzare la sua economia, riducendo la dipendenza dal petrolio. Il settore petrolifero, infatti, copre circa l’87% delle entrate statali e circa il 40% del PIL.

L’Opec Plus compie un anno e si rafforza. Mentre il Brent si indebolisce sempre più

Giovedì 30 Novembre 2017, a Vienna, si è svolta la 173esima Conferenza Ordinaria dell’Opec, contestualmente al terzo vertice interministeriale dell’organismo che raduna ben 24 paesi produttori di petrolio, noto alle cronache come “Opec Plus”. Si tratta di una vera e propria nuova Opec, caratterizzata dalla leadership condivisa di Arabia Saudita e Russia. Due paesi distanti per storia, origini culturali e religiose, ma accomunati dallo stesso antagonista: gli Stati Uniti. O meglio, l’egemonia finanziaria di New York e Londra, luoghi dove di fatto oggi si stabilisce il prezzo del Petrolio, del WTI e del Brent.

I mercati finanziari del petrolio alla vigilia del meeting Opec

Il rally autunnale dei prezzi del petrolio trova una spiegazione convincente nella dinamica discendente cha ha caratterizzato le scorte petrolifere OCSE tra agosto e ottobre. La stessa curva future che, dopo essere rimasta orientata negativamente per larga parte dell’ultimo biennio, a partire da settembre si è portata in backwardation (condizione che premia le consegne più vicine nel tempo, rispetto a quelle lontane) (vedi fig.1) è sintomo di un mercato fisico scarsamente rifornito. Anche da questo punto di vista, i rincari del Brent (passato dai circa 50 dollari di agosto agli oltre 60 attuali) appaiono ampiamente giustificati da uno scenario di domanda e offerta più equilibrato rispetto al recente passato.

Rivoluzione shale: quali implicazioni per economia, geopolitica e ambiente?

L’avvento della cosiddetta shale revolution nel 2010, la rivoluzione del petrolio e gas di scisto targata USA, ha determinato una serie di ripercussioni sul mercato Oil&Gas. In particolare, la produzione americana di shale oil ha impattato in maniera significativa sui prezzi del greggio, sulla geopolitica globale, sul futuro delle forniture petrolifere, sulle variabili macroeconomiche e, non da ultimo, sullo sviluppo delle fonti rinnovabili. Una rivoluzione che sta cambiando il panorama dell’industria del petrolio e del gas su scala mondiale.

La resilienza del petrolio in un mondo in transizione

Il World Energy Outlook (WEO) dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di Parigi (AIE), appena pubblicato, segna, prima di tutto, un record di durata: dal 1977 questo documento testimonia lo spessore dei cambiamenti intervenuti nell'arco di quarant’anni. La prima edizione fu presentata nel periodo a cavallo tra la prima e la seconda crisi energetica ed era in gran parte dedicata ad illustrare gli sforzi intrapresi dai paesi membri dell'AIE per ridurre la dipendenza dal petrolio, in particolare di quella dai paesi OPEC, arrivata a dimensioni tali da minacciare la sicurezza e la continuità degli approvvigionamenti.

Il ruolo del Private Equity nel finanziamento delle attività O&G

In ambito O&G, gli investitori istituzionali si sono tradizionalmente limitati ad investire nel capitale azionario delle imprese e a sottoscrivere obbligazioni emesse da compagnie leader di mercato.  Nel finanziamento delle attività, le banche hanno sempre svolto un ruolo dominante attraverso prestiti garantiti e non garantiti.  

Durante gli anni del boom delle commodities – collocabile tra l’inizio del nuovo Millennio e il 2007 – questo stato delle cose ha subìto un’evoluzione e primari investitori istituzionali hanno iniziato a partecipare più attivamente alle quotazioni (offerte pubbliche iniziali/IPO) e agli aumenti di capitale di compagnie di piccole e medie dimensioni impegnate in attività di esplorazione e produzione (E&P).

Perché il petrolio non sfonda il muro dei 60 dollari al barile?

Da quando i tagli produttivi decisi dall’Opec e da alcuni paesi non-OPEC sono stati implementati, vale a dire dal 1° gennaio 2017, i prezzi del greggio non hanno mai superato la soglia dei 60 doll./bbl, nonostante l’iniziale positiva reazione del mercato petrolifero mondiale.

In prima istanza, le ragioni potrebbero ricondursi a due fattori: il primo riguarda la produzione americana di shale oil, mentre il secondo è la probabile sottostima dell’eccesso di offerta esistente su scala globale.

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