Nell’urgente corsa verso un futuro a zero emissioni nette, l’Europa si trova ad un bivio. Mentre il mondo si dirige verso un’economia verde, il settore del ClimateTech - relativo a tecnologie innovative che puntano a ridurre la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera - si qualifica come il fulcro della finanza sostenibile: un’opportunità da 600 miliardi di euro entro il 2030. Tuttavia, il recente studio sul ClimateTech, frutto della collaborazione di Allianz Research, Allianz X, UnternehmerTUM e UVC Partners, rivela una cruda realtà: l’attuale traiettoria dell’Europa potrebbe non garantirle una posizione di leadership in questo mercato in espansione.
Gli ultimi mesi sono stati ricchi di novità di policy per il settore della finanza sostenibile e gli investimenti ESG nel settore energetico. Proviamo a tracciare un quadro sintetico, ricordando che di molti di questi temi si parlerà durante i 15 eventi delle Settimane SRI promosse dal Forum (14-28 novembre, programma e iscrizioni qui). A inizio settembre sono stati pubblicati i risultati del secondo stress test climatico della Banca centrale europea (BCE), condotto per analizzare la resilienza di imprese, famiglie e banche in tre scenari di transizione. Dal test è emersa la necessità di anticipare e accelerare gli investimenti per la transizione verde e raggiungere la neutralità climatica al 2050.
Al fine di perseguire un sistema energetico più sostenibile e sicuro, l’Unione Europea ha fissato obiettivi ambiziosi per le fonti energetiche rinnovabili, compreso il biogas e il biometano. Tra le politiche implementate, in prima linea c’è il piano REPowerEU della Commissione Europea che si prefigge di porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili russi prima del 2030. In materia di biometano ha stabilito un target innovativo, ma credibile, di 35 miliardi di metri cubi (mld mc) di produzione annuale entro il 2030, che equivale al 20% dei volumi di gas importati dalla Russia prima della guerra in Ucraina.
In the pursuit of a more sustainable and secure energy system in Europe, the European Union set ambitious targets for renewable energy sources, including biogas and biomethane. At the forefront of this mission is the European Commission's RePowerEU Plan from 2022, aimed at ending reliance on Russian fossil fuels before 2030. It sets a groundbreaking - but credible - goal of 35 billion cubic meters (bcm) of sustainable biomethane production annually by 2030, which equals to 20% of gas volumes imported from Russia before the war in Ukraine.
Nell’ultimo anno la guerra in Ucraina ha messo in evidenza quanto critica possa essere la dipendenza dell’Italia da materie prime ed energia. Per questo promuovere e incentivare la diffusione di un gas rinnovabile e a basse emissioni di carbonio, oltre che con elevata disponibilità, come il biometano è diventato quanto mai necessario.
Policy e regolazione a livello europeo e nazionale stanno cercando di costruire un quadro favorevole alla crescita dell’industria del biometano, date le sue potenzialità come contributo alla transizione, alla riduzione della dipendenza da fonti energiche extra UE, all’economia circolare. Come per gli altri settori energetici interessati dalle politiche UE per la transizione, anche per il biometano vengono fissati obiettivi ambiziosi e difficilmente raggiungibili nei tempi considerati, implicando importanti impieghi di capitale, misure di sostegno molto favorevoli ed efficienti, superamento di criticità tecniche ed economiche.
La guerra in Ucraina e i recenti limiti alle esportazioni di gallio e germanio imposti dalla Cina hanno posto, con ancora maggiore urgenza e attualità, la centralità delle materie prime critiche nel contesto geopolitico e strategico globale. Si tratta, infatti, di materiali cruciali per le molteplici filiere industriali e per la duplice transizione digitale ed ecologica; al contempo, sono caratterizzati da un elevato rischio di fornitura.
Periodicamente, la questione dei sussidi energetici torna sulle pagine dei giornali e infiamma il dibattito. Un recente report del Fondo Monetario Internazionale evidenzia come nel 2022 i sussidi ai combustibili fossili abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 7 trilioni di dollari. Non solo la cifra rappresenta il 7,1% del PIL mondiale, ma essa è aumentata di ben due trilioni rispetto al 2020, ovvero di quasi il 30%.
In 2022, the European Union experienced the most severe energy crisis in decades. When the EU backed Ukraine against Russia’s invasion, the reduced gas flows towards the EU pushed prices upwards. Therefore, an unexpected surge in electricity, heating and transport fuel prices hit households and businesses. As price spikes spread all over the economy, these effects created an inflationary trend that threatened vulnerable income groups and brought into sharp focus their distributional impacts. The EU promptly created a legislative framework to tackle the crisis. EU Members States (Member States) shortly followed, collectively introducing 657-billion-euros-worth of national temporary measures to reduce the burden of energy prices. Although such measures were similar, their effects were different due to Member States’ social, economic and political contexts. In a joint study, the Basque Centre of Climate Change (BC3) and the Institute of European Environmental Policy (IEEP) found evidence of the social impacts of the energy crisis across EU Members States.
Nel 2022, l’Unione Europea ha vissuto la più grave crisi energetica degli ultimi decenni. Il supporto riconosciuto all’Ucraina a fronte dell’invasione russa e la conseguente riduzione dei flussi di gas verso l’UE hanno spinto i prezzi della materia prima a livelli record. Ciò si è tradotto in un aumento inatteso dei prezzi dell’elettricità, dell’energia per uso riscaldamento e dei carburanti per i trasporti che ha interessato famiglie e imprese. Man mano che i prezzi elevati colpivano i diversi settori economici, andava delineandosi una tendenza inflazionistica critica per le classi di reddito vulnerabili, evidenziandone gli impatti distributivi.