L’Italia è stata il maggior beneficiario delle risorse dedicate dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI) al settore idrico negli ultimi dieci anni, con operazioni finanziate per oltre 4,3 miliardi di euro. Nel solo 2025 la BEI ha finanziato il settore idrico italiano per 837 milioni di euro, quasi il 20% dell’importo complessivamente dedicato all’idrico nell’anno (pari a circa 5 miliardi di euro a livello globale).
Di acqua, nell’ultimo anno, si è parlato poco. Lo prendiamo come un buon segno: in Italia, l’acqua fa notizia solo in caso di emergenze e catastrofi. Rispetto all’annus horribilis che l’ha preceduto, il 2025 è passato, da questo punto di vista, abbastanza liscio. Detto questo, non è nemmeno vero che, poiché se ne è parlato poco, sia successo poco di interessante. Tutt’altro. È semmai che la “silenziosa rivoluzione delle regole” si sta consolidando pian piano e continua a dare i suoi frutti.
Il servizio idrico integrato in Italia è da sempre un settore strategico per la tutela dell’ambiente, la qualità della vita dei cittadini e lo sviluppo economico. La gestione dell’acqua è al contempo uno dei settori infrastrutturali più capital intensive, che per questo necessita di risorse finanziarie e competenze per pianificare e gestire le opere. Nell’ultimo decennio, le politiche di investimento sono state impegnate a chiudere i divari ereditati da decenni di basse tariffe e bassi investimenti.
Aumentare la resilienza del sistema rispetto agli impatti del climate change. Adeguarsi al nuovo quadro normativo e strategico sulla qualità e la sicurezza delle acque. Efficientare il servizio superando, anche attraverso aggregazioni, le gestioni in economia. Mantenere elevato il livello degli investimenti una volta terminati i fondi del PNRR. Sono queste le quattro sfide principali che attendono il servizio idrico italiano nel prossimo futuro.
A sustained disruption of the Strait of Hormuz would not just push oil prices higher, it would test the global oil market’s ability to absorb another geopolitical shock without tipping into a broader energy crisis. In a scenario where tanker traffic is constrained but not fully halted, Brent likely settles into a $90–$100 per barrel range for several weeks. Prices might move materially above $100 per barrel if both physical flows and infrastructure damage overwhelm emergency responses.
Iran’s effective closure of the Strait of Hormuz has become a stress test for China’s energy security policy. Decades of planning now seem to be paying off as Beijing has significant buffers to mitigate the impacts, but it is also exposing sector‑ and region‑specific vulnerabilities.
The ongoing crisis in West Asia underscores a reality for India – the Strait of Hormuz is not merely a geographic chokepoint; it is a structural vulnerability embedded within India’s energy economy. The majority of the world's oil and major LNG flows pass through this short maritime corridor, so any disruption almost instantly results in price instability, supply bottlenecks, and policy recalibration in New Delhi.
Per anni abbiamo raccontato il cloud come se fosse una nuvola vera: impalpabile, distribuita, quasi inevitabile e sicura. Poi arriva la guerra, e la questione diventa immediatamente molto materiale. I data center sono infatti fatti di cemento, gruppi di continuità, linee elettriche, sistemi antincendio e collegati da cavi sottomarini. E sono attaccabili dai droni.
La crisi in corso in Iran mette in luce una realtà per l’India: lo Stretto di Hormuz non è solo un chokepoint geografico, ma rappresenta una vulnerabilità strutturale insita nell’economia energetica indiana. La maggior parte dei flussi mondiali di petrolio e dei principali flussi di GNL transita attraverso questo breve corridoio marittimo, per cui qualsiasi interruzione provoca quasi istantaneamente instabilità dei prezzi, colli di bottiglia nell’approvvigionamento e un ridefinizione delle politiche a Nuova Delhi.
L'effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran è diventata una prova di resistenza per la politica di sicurezza energetica della Cina. Decenni di pianificazione sembrano ora dare i loro frutti, poiché Pechino dispone di margini di sicurezza significativi per mitigarne gli impatti, anche se non si può negare la messa a nudo di vulnerabilità specifiche di alcuni settori e regioni.