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Conflitti cronici e stabili incertezze

Nell’ultimo ventennio si sono succedute ben tre crisi globali – 11 settembre, crisi finanziaria del 2008, pandemia di Covid-19 – e, nell’attesa dell’emersione di una “quarta crisi” con forti caratteristiche sociali e climatiche, ci accingiamo ad affrontare una tensione internazionale di fronte alla perdurante debolezza delle prospettive generali.

Secondo le principali Istituzioni internazionali tutte le proiezioni di crescita sono state progressivamente riviste al ribasso a causa delle forti incertezze sull’evoluzione dell’improvvisa guerra in Ucraina. 

Quanto pesa la crisi sul comparto agroalimentare italiano?

In un Paese come l’Italia, dove l’85% delle merci per arrivare sugli scaffali viaggia su strada l’attuale aumento dei prezzi di benzina e gasolio ha un effetto valanga sui costi delle imprese e sulla spesa di consumatori, oltre ad alimentare psicosi, accaparramenti e speculazioni. Occorre intervenire nell’immediato – evidenzia Coldiretti - per contenere i costi energetici delle attività produttive e distributive essenziali al Paese, contrastando i fenomeni speculativi chiaramente in atto con lo stop dell’autotrasporto. Uno stop che può provocare danni incalcolabili alla filiera agroalimentare mettendo a rischio i prodotti più deperibili, dall’ortofrutta al latte, dalla carne al pesce ma anche alimentando una pericolosa psicosi negli acquisti sugli scaffali dei supermercati.

La guerra e l’energia: l’impatto sulla Russia

Nord Stream 2, sanzioni, embargo, rapporti con la Cina. Il conflitto russo-ucraino ha posto tanti interrogativi che riguardano il settore energetico a livello globale e acceso un serrato dibattito in cui si sovrappongono opinioni diverse. Ne abbiamo parlato con Professore Associato presso la University of Eastern Finland e fondatore della società di consulenza Balesene, che ci fornisce la sua chiave di lettura degli eventi di questi ultimi giorni.

La tecnologia e il digitale al servizio della transizione energetica

Garantire a tutti energia pulita, sostenibile e sicura, contrastando il cambiamento climatico è la principale sfida del settore energetico, a cui Eni prende parte. In armonia con l'Agenda 2030 dell'Onu e gli obiettivi sul clima definiti a partire dall’Accordo di Parigi, Eni ha stilato una road map che punta a raggiungere la carbon neutrality al 2050 al fine di limitare l’aumento della temperatura media globale entro la soglia di 1,5°C a fine secolo.

Decarbonizzazione e crisi: la chiave è diversificare

La drammaticità delle giornate che stiamo vivendo e la recente dichiarazione del MITE sullo stato di pre- allarme per il sistema energetico nazionale rende quasi inopportuna qualunque riflessione che non sia incentrata sulla gravità della situazione attuale e sulle possibili linee di intervento.

Eppure, proprio per provare a gestire le grandi preoccupazioni di questi giorni, per trovare la lucidità che serve per affrontare situazioni così difficili abbiamo un disperato bisogno di parlare di futuro, di immaginarlo realizzabile e soprattutto vicino. Facendo nostro l’auspicio che anche da questa grave crisi si possa uscire con nuove consapevolezze, magari meno sereni, ma forse più responsabili.

L’importanza dell’industria hard to abate Italiana

L’industria Italiana con 84 Mton CO2 emessa all’anno, rappresenta il 20% del totale delle emissioni a livello nazionale. Di queste, circa il 64% sono ascrivibili ai settori hard to abate, ovvero: Chimica, Cemento, Acciaio a Ciclo Integrato, Acciaio da forno Elettrico, Carta, Ceramica, Vetro e Fonderie.

La decarbonizzazione degli Hard to Abate: una sfida complessa per cui non sono ammessi errori

La transizione energetica è ormai una questione prioritaria nelle agende politiche ed economiche dei paesi dell’Unione. I nuovi obiettivi ambientali europei fissati nel pacchetto “Fit-for-55” sono molto ambiziosi (la UE intende ridurre già entro il 2030 le emissioni di gas serra di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990) e richiedono la messa in campo con urgenza di ogni iniziativa possibile per contribuire da subito al contenimento delle emissioni. 

Una rete “multi-commodity” per una decarbonizzazione economicamente sostenibile dell’industria energivora italiana

L’Unione europea si è posta l’ambizioso obiettivo di guidare il mondo verso la neutralità carbonica, stabilendo anche importanti target intermedi di decarbonizzazione per raggiungere le zero emissioni nette al 2050. Il piano “Fit for 55”, ora oggetto di discussione tra gli stati membri, prevede infatti la riduzione delle emissioni di gas serra del 55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Il raggiungimento del “net zero”, come è emerso anche dalla COP 26 italo-britannica dello scorso anno, è ormai un impegno ineludibile per paesi e aziende.

Auto elettriche: quanto costa – veramente – fare il pieno?

Tradizionalmente il costo del pieno viene indicato come uno dei grandi vantaggi per il consumatore della transizione verso la mobilità elettrica. Oggettivamente, alla luce dei dati, la rivendicazione può sembrare fondata. Tuttavia, quando affrontiamo questo argomento troppo spesso commettiamo due errori.

Da una parte, ci dimentichiamo che quando facciamo il pieno all’auto elettrica oltre all’energia paghiamo anche la tecnologia. La tecnologia della colonnina ma anche la tecnologia della rete elettrica che la alimenta. Dall’altra, non ci rendiamo conto che la transizione verso la mobilità elettrica è agli albori e la sua evoluzione inciderà in maniera sostanziale sui costi di ricarica.

Gli alti costi per la finanza pubblica di una transizione inefficiente e inefficace

Meno entrate e più spese. Il processo di sostituzione a tappe forzate del parco veicolare da termico a elettrico avrà un impatto rilevante per la finanza pubblica. Proviamo a farne una stima di larga massima.

Circolano attualmente in Italia poco meno di 40 milioni di autovetture; quelle elettriche sono intorno a 200.000, numero raddoppiato rispetto al 2020. Lo scorso anno le immatricolazioni complessive sono state 1,5 milioni.

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