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Acciaio a zero emissioni: l’ipotesi dell’idrogeno

Produrre acciaio con idrogeno in modo sostenibile non vuol dire solo cambiare tecnologia, ma cambiare il modo di fare impresa siderurgica. Si tratta di un cambio culturale nei rapporti con il territorio in cui l’azienda opera. Questo è possibile grazie ad una peculiarità dell’idrogeno che lo avvicina all’elettricità: l’idrogeno è di chi lo fa!

Aziende come l’ex Ilva di Taranto sono figlie di una concezione per cui una grande azienda poteva essere insediata in un territorio “qualunque”: attorno si sarebbero costruite le relazioni e le infrastrutture per far “girare” quell’impresa a prescindere dalla realtà, le risorse e le specificità del territorio stesso.

All’Italia serve una strategia nazionale sull’idrogeno

Sulla scia dell’ Hydrogen Strategy for a climate-neutral Europe, i paesi europei stanno elaborando le proprie strategie allineandole ai Piani Energia e Clima. Anche l’Italia dovrebbe procedere in questa direzione in ragione del ruolo chiave coperto da questo vettore nel processo di transizione energetica. A che punto siamo? Facciamo il punto con Cristina Maggi, Direttrice H2IT - Associazione italiana idrogeno e celle a combustibile

Nel dicembre scorso, l’appena insediata nuova Commissione europea ha proposto un European Green Deal con l’ambizioso obiettivo – unica area al mondo – di conseguire la neutralità carbonica al 2050. Se così fosse, i target sulle emissioni precedentemente fissati, andrebbero rivisti al rialzo. Che ruolo avrà l'idrogeno nel raggiungimento di questo nuovo obiettivo? Quale ulteriore sforzo dovrà fare l'Italia in materia di sviluppo di questo vettore?

Nella mobilità serve coraggio

Le risorse europee in arrivo attraverso il Piano Nazionale per la Ripresa e Resilienza (PNRR), pari a circa 209 miliardi (tra prestiti e fondo perduto), rappresentano una seria opportunità per investire in innovazione e mettere la sostenibilità al centro delle scelte per il futuro dell’Italia. Per quanto riguarda mobilità e infrastrutture dobbiamo recuperare ritardi cronici, a partire dagli spostamenti in città, in linea con i piani europei di riduzione dei gas serra al 2030 (-55%), di decarbonizzazione e puntando ad emissioni zero al 2050. Una sfida complessa che richiede intelligenza e risorse, unitamente a scelte politiche coerenti e coraggiose. 

Edilizia e industria: quale direzione deve prendere l’efficienza?

Tra i principali paesi europei, l’Italia ha il grado più elevato di dipendenza energetica dall’estero e quindi avrebbe tutto l’interesse a promuovere e allargare gli interventi per l’efficienza energetica. Si tratta di interventi che si portano dietro ulteriori benefici: la creazione di nuovi posti di lavoro qualificati; la riduzione di emissioni climalteranti; la riduzione di emissioni dannose per la salute. Infine, considerando che gran parte del valore aggiunto generato rimane localizzato, la promozione dell’efficienza energetica corrisponde ad un equivalente sostegno all’economia nazionale in un momento particolarmente difficile.

Recovery Fund e transizione: non perdiamo altro tempo

Con l’arrivo dei finanziamenti legati al Recovery Fund e la pubblicazione della prima bozza di linee guida per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, l’Italia sembra finalmente orientata a investire nella transizione ecologica. Una battaglia che negli ultimi anni ha riscosso grande interesse presso l’opinione pubblica ma che ha attecchito poco a livello politico. Ne abbiamo parlato con Rossella Muroni,

Quale futuro energetico per la Sardegna?

Dopo anni, forse decenni, in cui si discute sul possibile sviluppo energetico della Sardegna, l’unica regione d’Italia esclusa dalla metanizzazione, forse si potrà iniziare a farlo con i dati alla mano. Il recente studio pubblicato da RSE ha infatti messo insieme tutti i pezzi di un puzzle altrimenti difficile da decifrare, arrivando a prospettare un futuro energetico ideale per la seconda isola più grande d’Italia.

Carbosulcis: dalla tradizione all’innovazione

L’ultima miniera di carbone ed il piano di chiusura: il 31 dicembre 2018 si è voltato pagina dopo oltre 70 anni di storia e di lavoro

Quando si parla di miniere in Italia si pensa al Sulcis-Iglesiente e riferendosi al carbone viene spontaneo parlare del polo industriale di PortoVesme a Portoscuso (SU) e della limitrofa miniera di carbone.

Eolico offshore: perché investire in questa tecnologia

La Sardegna è circondata da immensi spazi di mare che  offrono maggiore ventosità rispetto alla già buona risorsa eolica sulla terraferma, la cui potenza installata ammonta a 1.055 MW e contribuisce per il 20% del fabbisogno elettrico dell’isola. Quindi, alla luce degli impegni per il clima sottoscritti dall’Italia, e dell’obiettivo di incrementare il contributo delle fonti rinnovabili al fabbisogno energetico, perché non sfruttare il mare della Sardegna installando turbine eoliche offshore?

Le rinnovabili ripartano dalla semplificazione e dalle comunità energetiche

Questo articolo si basa sull’ipotesi che non si verifichi una seconda ondata pandemica, circostanza che il nuovo aumento dei contagiati dal Covid-19 in Italia non consente di escludere. Essendo privo della mitica sfera di cristallo, non ho infatti la minima idea delle possibili ricadute sulla transizione energetica di un simile evento (anche perché sarebbe necessario conoscerne ex-ante le dimensioni e la durata).

La resilienza delle FER nella generazione elettrica in Italia

In modo ancor più evidente rispetto a quanto già avvenuto nella crisi economica del 2008, l’emergenza sanitaria legata alla diffusione del COVID-19 e le conseguenti limitazioni agli spostamenti e alle attività produttive hanno determinato il risultato apparentemente positivo di un incremento della quota dei fabbisogni energetici coperta dalle fonti rinnovabili di energia (FER). In particolare, nel settore elettrico le FER hanno raggiunto un nuovo massimo storico coprendo, sulla base delle stime dell’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano dell’ENEA, oltre il 50% dei consumi finali lordi complessivi nel mese di maggio. Si tratta di un dato di poco inferiore al target settoriale del 55% al 2030 recentemente definito nell’ambito del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC).

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