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ACQUA & AMBIENTE | 9 ARTICOLI

Zero emissioni nette e CCS: la transizione di Eni

In anticipo su molti competitor, Eni si è data il 2040 come scadenza per raggiungere le zero emissioni nette. Contestualmente, dal 2018 al 2050 punta a ridurre del 55% l’intensità carbonica delle proprie attività. Abbiamo chiesto all'Ing. Carmela Sarli (Subsurface and Wells R&D manager) di illustrarci la nuova strategia di transizione di Eni.

Come siete arrivati a definire i nuovi target? Quali sono gli step intermedi previsti? Quale la metodologia di cui Eni intende avvalersi per calcolare le riduzioni lungo tutto il ciclo di vita produttivo?

Si tratta di obiettivi molto ambiziosi che abbiamo definito costruendo un piano di azioni integrate volte alla riduzione dell’intensità carbonica delle nostre attività. In particolare, Eni intende aumentare l'efficienza per ridurre al minimo le emissioni dirette di CO2 nelle sue attività convenzionali; aumentare la quantità di gas naturale nel suo portafoglio; sviluppare energie rinnovabili ed imprese verdi, con un approccio circolare che massimizzi l'uso dei rifiuti come materia prima e il recupero di beni in disuso o recuperati; sviluppare nuove tecnologie volte a catturare e utilizzare in maniera più efficace le emissioni di carbonio (CCUS) e promuovere progetti di conservazione forestale.


Green Deal Europeo: Messner sull’Everest

Che cos’è il Green Deal europeo? Null’altro che l’atto finale di una storia di difesa del clima iniziata più di venti anni fa. Nel 1996 l’Unione Europea propone un obiettivo di contenimento della temperatura di 2°C: occorrerà attendere venti anni prima che gli altri paesi, con il Paris Agreement, adottino lo stesso traguardo; poi nel 1997 a Kyoto, propone un target di riduzione delle emissioni del 15%, fantascienza per l’epoca.

WEO 2019: la battaglia del clima e la supposta realtà parallela dell’AIE

Tra tutti i grafici proposti annualmente dall’AIE nel suo World Energy Outlook ce n’è uno che rappresenta, per dirla con Nietzsche, “l’eterno ritorno dell’uguale”. Cambiano le stagioni, ma il grafico ritorna più o meno identico: è quello che confronta le emissioni del New Policies Scenario – da quest’anno ribattezzato Stated Policies Scenario (SPS) – con quelle del Sustainable Development Scenario. In parole semplici, si confronta “ciò che è” con “ciò che dovrebbe essere”, ovvero il “dove stiamo andando” con il “dove dovremmo andare”.

Stress idrico e desertificazione: la sfida per l’Italia parte dai campi agricoli?

L’acqua ricopre oltre il 70% della superficie terrestre, ma solo lo 0,027% dell’intera torta è acqua dolce disponibile all’uso umano: una piccola fetta, che diventa ogni anno più sottile e contesa mentre la popolazione globale cresce e i cambiamenti climatici avanzano. Ma se l’umanità può rinunciare al petrolio di certo non può fare a meno dell’acqua, la cui scarsità ci pone già oggi di fronte a sfide ciclopiche. Non si tratta più di previsioni futuribili, ma di cronaca.

WEO 2018 e COP 24: il motore e gli accessori

Per chi si occupa di clima la pubblicazione annuale del World Energy Outlook, ormai una ricorrenza mondiale, avviene all'insegna di una domanda implicita: lo scenario energetico più importante del mondo conterrà qualche segnale di riduzione delle emissioni? Come un eterno ritorno dell'identico la domanda si ripropone immutata ogni anno, sotto la spinta di dati e segnali che si raccolgono durante i mesi che precedono il WEO, che segnalano espansioni delle rinnovabili o avanzamenti nell'ambito della decarbonizzazione.

La COP 23 e gli scenari AIE: l’idea e la realtà

Le COP sul clima si dividono in due categorie: quelle che danno origine a un nuovo corso di azioni - idealmente a una nuova traiettoria delle emissioni, o anche a nuove regole del gioco - e quelle che limano aspetti operativi dell’accordo, di maggiore o di minore importanza. Esempi della prima categoria sono Kyoto 1997 e Parigi 2015, forse anche Marrakech 2001, e in negativo Copenaghen 2009. Nel secondo insieme rientrano tutte le altre, e quindi anche la COP 23 da poco conclusa.

Biomasse ed effetti sulla salute nei paesi sviluppati

Nell’Unione Europea, il crescente consumo di biomassa per il riscaldamento degli ambienti domestici – ma più in generale anche per la produzione di energia - è ascrivibile sia a politiche di risposta al cambiamento climatico che favoriscono il ricorso a fonti di energia rinnovabile che, in alcuni casi, a ragioni di convenienza economica, specie laddove si rilevano condizioni di povertà energetica e la materia prima può essere raccolta a livello locale. Tuttavia, questo aumentato e crescente utilizzo è fonte di preoccupazione per via del rilevante contributo della biomassa alle emissioni di particolato (PM -Particulate Matter) rilasciate durante la combustione e ritenute pericolose per la salute umana.

Un mix energetico più sostenibile per combattere l’inquinamento domestico

Il gas si conferma la principale fonte per l’uso riscaldamento, tanto in Italia quanto in Europa. Se nel nostro paese, o più in generale nel Vecchio Continente, la scelta è prevalentemente di natura tecnologica e/o economica, altrove il tema assume anche una dimensione sociale. Nei paesi in via di sviluppo, infatti, il numero di persone prive di accesso a servizi energetici moderni è ancora molto elevato e negli anni a venire il gas – insieme a GPL, elettricità e nuove rinnovabili – potrebbe assumere un ruolo determinante nella riduzione della povertà energetica. 

Acqua per l'energia e energia per l'acqua alla luce delle previsioni WEO 2016

L’aumento della popolazione mondiale e la conseguente domanda di cibo, acqua ed energia sta esercitando una crescente pressione su suolo, risorse idriche ed ecosistemi. Le proiezioni delle Nazioni Unite indicano una popolazione di 9,7 miliardi nel 2050 (UN, 2015) e l’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede un conseguente aumento del consumo di energia al 2040 del 31% rispetto al 2014. Il consumo di cibo aumenterà del 50% contestualmente all’aumento della popolazione a causa del cambiamento delle abitudini alimentari dei paesi emergenti, a forte crescita demografica (FAO, 2013). Tutta la produzione alimentare dipende direttamente o indirettamente dall'agricoltura alla quale attiene la maggior parte dell’attuale utilizzo di risorsa idrica dolce (circa l'85% a scala mondiale). Solo una piccola frazione di acqua viene utilizzata per uso domestico (≈ 5%), mentre circa il 10% su scala mondiale viene utilizzata per usi industriali facenti direttamente uso di energia.

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