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Il via libera definitivo del Senato al disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile rappresenta un passaggio importante per l’industria italiana. Per Anima Confindustria, il provvedimento pone le basi per un percorso che deve tenere insieme politica energetica e sviluppo industriale, riconoscendo il contributo delle imprese nazionali alla costruzione della filiera. La sfida si sposta ora sull’attuazione: trasformare gli indirizzi della delega in condizioni concrete per investire, qualificarsi e partecipare ai programmi nucleari.
Con l’approvazione della Legge Delega sul nucleare sostenibile, avvenuta lo scorso 23 settembre, si aggiunge un nuovo tassello nella politica nazionale relativa allo sviluppo dell’atomo. In particolare, la nuova legge prevede la nascita di un’Autorità nazionale per il nucleare, riservandosi però di definirne nei prossimi mesi organizzazione e composizione.
C’è stato un tempo in cui l’Italia, uscita affamata di energia e in ginocchio nelle macerie della Seconda Guerra Mondiale, ha guardato all'atomo non con la paura di oggi, ma come alla promessa dell’indipendenza energetica. Un’epoca in cui giovani fisici (come Carlo Salvetti) tessevano una diplomazia parallela per aggirare i divieti del Trattato di Pace, e l'industria privata investiva nel futuro.
Nel valutare il ruolo del nucleare in un sistema energetico fortemente decarbonizzato, come quello che speriamo ci attenda nel futuro, è utile superare il concetto tradizionale di baseload e ragionare piuttosto in termini di generazione a basse emissioni disponibile in maniera programmabile, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche.
L'Italia sta cercando di riaprire la strada all'energia atomica. Un passaggio significativo è stata l'approvazione definitiva della legge delega sul nucleare “sostenibile” da parte del Senato lo scorso 23 settembre. In realtà, il percorso sarà ancora molto lungo. Sempre che un cambio di governo non faccia naufragare del tutto questa ipotesi.
Vale la pena scommettere sul nucleare? Molto probabilmente sì. Le motivazioni principali sono le solite, espresse dall’ormai famoso “trilemma” dell’energia: individuare la strategia energetica per un paese, adeguata al periodo storico attuale e resiliente anche in futuro, richiede di risolvere un’equazione che lega tre variabili, l’ambiente la geopolitica e l’economia.
Nei soli ventisette Paesi dell’Unione Europea – al momento della stesura di questo articolo – circolano più di 256 milioni di autovetture che per muoversi non usano energia elettrica a fronte di meno di 9 milioni mosse grazie agli elettroni (stima su dati Eurostat). Ad essere precisi, nell’enorme insieme di automobili endotermiche sono incluse anche le ibride plug-in che possono utilizzare (e c’è da augurarselo) energia elettrica prelevata dalla rete per muoversi.
Il settore della raffinazione europea attraversa una fase di riposizionamento strutturale, e non meramente congiunturale. La domanda di prodotti petroliferi tradizionali arretra per effetto dei guadagni di efficienza energetica, del minor utilizzo delle autovetture, dell’incremento delle quote di biocarburanti e, in prospettiva, dell’elettrificazione dei trasporti leggeri; per contro, la capacità di raffinazione installata resta in larga parte dimensionata su un modello di domanda che non tornerà ai livelli pre-transizione.
La transizione energetica dell’Unione Europea impone una revisione strutturale del sistema dei combustibili e dei trasporti nel loro complesso. In questo scenario, è necessario superare l’attuale approccio "verticale", in gran parte focalizzato ad affrontare i settori di impiego in modo settoriale ed indipendente gli uni dagli altri: è ad esempio il caso dei Sustainable Aviation Fuels (SAF), per cui sussistono obblighi e regolamentazioni specifiche e diverse da altri prodotti, pur provenienti dalle stesse materie prime.
Se si parla di transizione energetica, l'immaginario collettivo corre immediatamente alle rinnovabili e all'elettrificazione. Più raramente ci si interroga su chi garantirà, durante questa trasformazione, l'energia, carburanti, prodotti e materie prime indispensabili al funzionamento dell'economia europea ed alla sicurezza energetica. Ed ancora, su cosa accadrebbe se l’industria della raffinazione dovesse definitivamente lasciare il continente.