La sovrapposizione di crisi regionali sta imponendo all’Arabia Saudita un ripensamento delle proprie priorità strategiche e di politica estera nel Golfo Persico e in Medio Oriente. La guerra in Iran e le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz, seguite dalla ripresa delle ostilità in Yemen e dall’insicurezza nel Mar Rosso, si intrecciano con le instabilità nel Corno d’Africa (dalla fragilità somala alla guerra civile in Sudan, fino alle tensioni tra Etiopia ed Eritrea e nel Tigray).
Il conflitto in Ucraina rappresenta uno spartiacque della storia, un cambiamento di paradigma nel senso stabilito da Thomas Kuhn che ha innalzato il concetto di scarsità a nuova bussola per l’energia e cambiamento. A quattro anni e mezzo dall’invasione russa su vasta scala, il conflitto ha assunto una dimensione che trascende il campo di battaglia, divenendo uno dei fattori strutturali degli equilibri energetici e geopolitici globali.
L’annuncio a fine agosto di un accordo USA- Venezuela per il petrolio arriva circa otto mesi dopo la cattura di Nicolás Maduro in un’operazione militare statunitense, avvenuta all’inizio di gennaio, e in un Venezuela governato ad interim da Delcy Rodríguez. Da allora Washington ha cercato di rilanciare lo sfruttamento delle risorse di idrocarburi del Paese sotto la propria egida, allentando le sanzioni sul settore petrolifero.
L’Europa si avvia verso l’inverno in un contesto caratterizzato da una doppia criticità: scorte di gasolio e di gas naturale al di sotto della media, importazioni limitate e una ridotta capacità di sostituire un combustibile da riscaldamento con un altro. I recenti annunci sul rilascio di riserve petrolifere d’emergenza, la ripresa delle esportazioni di gasolio russo e le ulteriori spedizioni dalla Cina potrebbero offrire un certo sollievo.