Se si parla di transizione energetica, l'immaginario collettivo corre immediatamente alle rinnovabili e all'elettrificazione. Più raramente ci si interroga su chi garantirà, durante questa trasformazione, l'energia, carburanti, prodotti e materie prime indispensabili al funzionamento dell'economia europea ed alla sicurezza energetica. Ed ancora, su cosa accadrebbe se l’industria della raffinazione dovesse definitivamente lasciare il continente.

È proprio da queste domande che parte la riflessione di FuelsEurope, l’Associazione europea dell’industria della raffinazione. Il nuovo documento strategico dal Titolo “A strategic industrial asset Europe cannot afford to lose” lancia un messaggio chiaro alle istituzioni europee: la decarbonizzazione non può essere costruita sulla progressiva scomparsa dell'industria della raffinazione, ma deve invece valorizzarne la trasformazione. Perché l’Europa non può farne a meno.  

Per molti cittadini le raffinerie evocano un mondo industriale del passato. In realtà, il loro ruolo va oltre la mera produzione di benzina e diesel. L'industria europea dei carburanti alimenta l'aviazione, il trasporto marittimo e gran parte della mobilità su strada. Fornisce materie prime essenziali all'industria chimica, alla produzione di lubrificanti, cere, solventi, bitumi, all'agricoltura ed alle costruzioni. In alcuni di questi comparti la dipendenza dalle raffinerie è pressoché totale. La questione non riguarda quindi esclusivamente l'energia, ma l'intera struttura produttiva europea. Per questo il Manifesto insiste sul fatto che la raffinazione sia strettamente legata alla sicurezza energetica, alla resilienza industriale e perfino alla capacità di difesa dell'Unione Europea. 

Negli ultimi anni il settore è stato sottoposto ad una crescente pressione competitiva. Costi energetici elevati, aumento del prezzo della CO₂, complessità normativa ed incertezza sugli investimenti stanno riducendo la competitività degli impianti europei rispetto ai concorrenti extraeuropei. Il risultato è già visibile: dal 2009, hanno chiuso definitivamente 35 raffinerie europee, pari a circa il 30% dei siti esistenti ed al 20% della capacità complessiva di raffinazione. 

Per FuelsEurope questo non rappresenta soltanto una perdita industriale. Ogni chiusura significa anche perdere una piattaforma destinata a produrre carburanti rinnovabili. Una raffineria smantellata non può essere facilmente sostituita da un nuovo impianto costruito da zero: i costi sarebbero molto più elevati, i tempi lunghi ed incompatibili con gli obiettivi europei di decarbonizzazione.  Il rischio è che l'Europa finisca per importare non solo combustibili convenzionali, ma anche i carburanti sostenibili necessari per raggiungere gli obiettivi climatici.

La proposta di FuelsEurope è chiara: bisogna convertire gli impianti esistenti prima di perdere definitivamente la capacita’ produttiva. Le raffinerie dispongono già di infrastrutture, connessioni logistiche, competenze tecnologiche e personale altamente qualificato. Utilizzarle come piattaforme per la produzione di carburanti rinnovabili consentirebbe di accelerare la transizione riducendone significativamente i costi. La conversione di asset esistenti può abbattere gli investimenti necessari dal 30% al 50% rispetto alla costruzione di nuovi impianti.

Non si tratta di una prospettiva teorica. Molte aziende hanno già avviato percorsi concreti di trasformazione attraverso biocarburanti avanzati, diesel rinnovabile, idrogeno verde e carburanti sintetici. In Europa sono già numerosi i progetti che hanno superato la fase della decisione finale di investimento.

La trasformazione richiederà un ingente ammontare di investimenti (circa 400 miliardi di euro di investimenti cumulativi entro il 2050). La buona notizia è che la tecnologia esiste. Ciò che spesso manca è un contesto che consenta agli investitori di assumere rischi con sufficiente fiducia ed una visione politica di lungo periodo da parte del legislatore europeo. Da qui la richiesta di un piano di azione dedicato all’industria della raffinazione, di politiche europee più coerenti, stabili e coordinate tra loro, capaci di creare un vero business case per la produzione di carburanti rinnovabili in Europa.

La prima priorità riguarda la competitività industriale. FuelsEurope chiede una revisione del sistema ETS per evitare fenomeni di delocalizzazione delle emissioni e degli investimenti, una semplificazione normativa, un'applicazione pragmatica del Regolamento Metano, maggiore coerenza nell'attuazione della Direttiva sulle Emissioni Industriali e una revisione delle regole per le sostanze chimiche che tenga conto della realtà operativa dell'industria.

La seconda direttrice riguarda invece la creazione di condizioni favorevoli agli investimenti nella transizione. Il settore sostiene il rafforzamento della Direttiva sulle Energie Rinnovabili, la promozione di nuovi mercati per i carburanti sostenibili, strumenti di riduzione del rischio per gli investimenti e un approccio tecnologicamente neutrale rispetto al trasporto, che elimini il bando dei motori endotermici e riconosca il contributo dei carburanti rinnovabili accanto all'elettrificazione.

La vera scelta delle istituzioni europee è tra trasformare l'industria oppure lasciarla progressivamente scomparire. Perché una transizione che produce dipendenza dalle importazioni, perdita di posti di lavoro e chiusura di impianti strategici rischia di diventare più fragile, più costosa e meno sostenibile. La sfida, quindi, non è decidere se l'Europa avrà ancora bisogno di carburanti e materie prime energetiche. La domanda è se continuerà a produrli sul proprio territorio, trasformandoli in chiave sostenibile, oppure se sceglierà di dipendere sempre di più da altri. Ed è proprio su questa scelta che si gioca una parte importante del futuro industriale europeo.