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PPA: la lezione americana e la situazione italiana

Nella prospettiva di una progressiva scomparsa degli incentivi alle fonti rinnovabili elettriche (FER), è la possibile combinazione di bancabilità e addizionalità degli investimenti legati a un Power Purchase Agreement (PPA) a suscitare l’attenzione dei policy makers. Specie negli Stati Uniti, dove il fenomeno è maggiormente diffuso e la quota della nuova potenza rinnovabile associata a PPA con clienti finali è arrivata a coprire quasi la metà del totale degli investimenti in FER.

PPA: cosa manca all’Italia?

I Power Purchase Agreement (PPA) sono contratti di acquisto di lungo periodo tra produttori e consumatori di energia rinnovabile. Si parla da tempo di una loro possibile diffusione in Italia come naturale evoluzione del mercato post-incentivi, dal momento che le esperienze dei paesi che sono ricorsi ai PPA si sono spesso tradotte in una crescita del mercato delle energie rinnovabili. Ne parliamo con l’Avvocato Lorenzo Parola, Partner di Herbert Smith Freehills, nonché uno dei massimi esperti degli aspetti giuridici legati ai mercati energetici.

La guerra che Iran e Usa non vogliono combattere

Le ragioni della crisi. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno radici profonde, che affondano nel tempo sino al 1979, quando la monarchia di Mohammad Reza Pahlavi – all’epoca il principale alleato di Washington nella regione – cadde sotto i colpi di una rivoluzione popolare. La componente religiosa del movimento rivoluzionario ebbe ben presto la meglio sulle molte altre anime dell’eterogeneo fronte anti-monarchico, dando vita ad una Repubblica Islamica fortemente permeata da sentimenti anti-americani, che ben presto sfociarono nell’occupazione dell’ambasciata USA a Tehran, nella successiva chiusura delle relazioni diplomatiche e nell’avvio di quel lungo periodo di crisi che ha caratterizzato sino ad oggi le relazioni tra i due paesi.

L’instabilità in Libia al servizio degli interessi energetici della Turchia

Il Grande Medio Oriente, area politica che dal Marocco arriva sino all'Afghanistan, come definito dall'Amministrazione Bush nel 2004, continua ad essere, nonostante i vari tentativi di disimpegno sia militare che economico la principale arena per la competizione tra potenze mondiali. In queste ultime settimane, a seguito della potenziale escalation vissuta tra Stati Uniti e Iran, la regione è tornata ad essere al centro dell'attenzione dei media e delle cancellerie internazionali. Complice anche la ripresa della crisi libica dallo scorso aprile.

Libia e Iran. Ovvero dell’essere strategici ed altre leggende

L’Iran è sotto embargo e quasi in guerra. In Libia è guerra civile. E siccome entrambi ci vengono tramandati come grandi produttori di petrolio, la nostra sicurezza (energetica) vacilla. O almeno questa è la narrazione corrente. Lasciamola ai media, che la realtà è un poco più articolata.

I 70 anni della Cina tra dazi e transizione energetica

La Cina è stata praticamente per tutto il corso della storia dell’umanità il Paese più popoloso e per lunghi tratti una delle economie più importanti e avanzate. Eppure, ancora oggi, il resto del mondo non sembra del tutto pronto ad accettare la potenza cinese, come dimostra la guerra commerciale che contrappone il gigante asiatico agli Stati Uniti di Donald Trump. La ragione è che, per la gran parte della storia recente, la Cina – nonostante il suo peso demografico – è stata ai margini della grande geopolitica globale:

Dove guarda la Cina?

La Cina ha appena finito i festeggiamenti per i 70 anni della sua Repubblica Popolare. E viene da chiedersi: come ha fatto un paese basato sull’industria pesante e sul carbone a diventare leader nell’hi-tech, nelle rinnovabili e nell’auto elettrica?

La grande forza della Cina sta negli investimenti in ricerca e sviluppo ai quali ha destinato ingenti risorse negli ultimi decenni. E non si tratta solo di investimenti tecnologici da parte delle imprese ma anche e soprattutto di formazione del capitale umano.

A chi fa comodo un attacco all’egemonia saudita?

L’Arabia Saudita è da decenni la pompa di benzina del pianeta, e sull’esportazione del greggio Riyadh ha costruito la sua rilevanza a livello globale. Insieme al ruolo di protettore dell’Islam – gli al-Saud sono i custodi dei luoghi santi della Mecca e Medina – è sul petrolio che il Regno saudita fonda la sua proiezione esterna nella regione e oltre. E’ difficile immaginare un Medio Oriente e un mondo arabo senza Arabia Saudita, come non si può pensare ad un mercato globale del petrolio senza Riyadh.

La vulnerabilità delle infrastrutture petrolifere saudite

I recenti e gravi attacchi all’impianto di raffinazione di Abqaiq di proprietà della Saudi Aramco (il più grande al mondo) e al giacimento petrolifero Khurais, che può produrre sino a 1,2 milioni di barili al giorno (mil. bbl/g) di greggio light, hanno dimostrato la vulnerabilità delle infrastrutture petrolifere saudite a questa tipologia di eventi, hanno ridotto la produzione del Regno del 57% (per un volume equivalente a 5,7 mil. bbl/g) e hanno impedito il trasporto di greggio dalla parte orientale del paese al porto di Yanbu sul Mar Rosso attraverso l’oleodotto Petroline che corre da est a ovest del paese.

The Vulnerability of Saudi Oil Infrastructure

The recent devastating attacks on Saudi Aramco’s Abqaiq processing station, the world’s most important and the Khurais oilfield with a production capacity of 1.2 million barrels a day (mbd) of light oil demonstrated the vulnerability of Saudi oil infrastructure to attacks, reduced Saudi oil production by 57% or 5.7 mbd and deprived the East-West oil pipeline known as petroline of any crude oil to transport from eastern Saudi Arabia to the Yanbu port on the Red Sea. The attacks also exposed gaps in Saudi air defences despite the billions of dollars spent on buying top of the range American weaponry including the Patriot anti-missile system and the upgrading of Saudi air defences just a few weeks ago.

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