Dopo cinquantanove anni di appartenenza, il 1° maggio gli Emirati Arabi Uniti hanno ufficialmente abbandonato l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC e anche la sua versione allargata, l’OPEC+), segnando una svolta significativa negli equilibri globali del mercato petrolifero. La decisione arriva in un contesto già altamente instabile, caratterizzato dal grande conflitto mediorientale tra Israele, Stati Uniti e Iran e dalla crisi delle rotte energetiche tra Mar Rosso e Stretto di Hormuz.
Lo Stretto di Hormuz non è più completamente bloccato e qualche metaniera, poche, è riuscita ad attraversarlo. Tuttavia, non ci aspettiamo ancora una ripresa completa della produzione di GNL persa da Qatar ed Emirati Arabi Uniti, che rappresenta circa il 20% della capacità mondiale di GNL. In questa vicenda merita rilevare un dato importante: questa vitale rotta marittima non è mai stata completamente chiusa al traffico.
Gran parte dei commenti letti e relativi agli impatti della crisi di Hormuz sul mercato petrolifero parte ancora dai prezzi di riferimento del greggio. Per il settore dell’aviazione, però, questo approccio trascura il vero vincolo. Il problema non è solo il prezzo del greggio, ma la disponibilità di carburante per aerei: una carenza di prodotti raffinati causata dal blocco delle spedizioni, dai danni alle capacità di raffinazione, dall’incompatibilità dei tipi di greggio e dall’esaurimento delle scorte di riserva.