Se c’è una cosa che non ha mai abbandonato l’impiego dell’energia nucleare per la produzione elettrica è il conflitto tra oppositori e sostenitori. Ed è così anche oggi, anche se con toni meno aspri. Nei primi venticinque anni del suo sviluppo (1954-1979) prevalevano nettamente i sostenitori che vedevano nel nucleare l’energia del futuro per soddisfare la crescente domanda elettrica mondiale. Poi ci fu nel marzo 1979 (pochi giorni dopo l’uscita del film Sindrome cinese) il primo incidente serio con fusione del nocciolo del reattore a Three Mile Island (Pennsylvania, Stati Uniti) a rafforzare la voce di coloro che ponevano l’accento sui rischi di incidente. In quella occasione, però, non ci fu nessun decesso e l’impatto sull’ambiente fu minimo. Quell’episodio contribuì un po’ a ridurre il forte sviluppo nucleare che stava però già rallentando, soprattutto negli USA, per motivi interni legati all’allungamento dei tempi di costruzione e all’aumento del costo dei reattori tendente a smentire l’arrivo di un’energia abbondante a basso costo.
Poi venne l’incidente di Cernobyl (Ucraina) del 26 aprile 1986. Questa volta ci furono una trentina di morti quasi immediati e un numero superiore di morti negli anni e decenni successivi (con valutazioni molto diverse sul loro numero effettivo). Almeno 100.000 persone dovettero essere evacuate, fu creata una zona di esclusione di circa 30 km di raggio. Inoltre il materiale radioattivo, portato in alto dalle correnti ascensionali e poi sospinto dalle correnti atmosferiche, interessò molti Paesi su un’area ben più vasta. L’incidente era dovuto all’esecuzione di un esperimento condotto in modo sbagliato e favorito da un reattore con caratteristiche di funzionamento e di realizzazione che lo rendevano “pericoloso”. Per questa ragione si disse che non sarebbe mai potuto accadere in un reattore occidentale. Malgrado ciò, la reazione all’incidente spinse maggioritariamente l’opinione pubblica occidentale verso una posizione di riserva o di aperta opposizione alla costruzione di nuovi impianti nucleari. Questa posizione, unita ai dubbi sulla convenienza del nucleare (nel 1986 ci fu anche il crollo del prezzo del petrolio) e al forte rallentamento della crescita della domanda elettrica (abbandono della “legge di Ailleret” del raddoppio decennale della domanda e della capacità installata) portò alcuni Paesi (tra cui l’Italia) ad uscire dal nucleare e in generale a una drastica riduzione degli ordinativi di nuovi reattori a partire dagli anni ’90 del secolo scorso.
Con il passare degli anni senza nuovi incidenti, quanto accaduto a Cernobyl poté essere considerato un evento eccezionale e non ripetibile anche per vasta parte dell’opinione pubblica. All’inizio degli anni 2000 si cominciò quindi a parlare di ripresa del nucleare, anzi fu coniata l’espressione “rinascimento nucleare”. Le ragioni principali erano tre: a) le tensioni geopolitiche internazionali e l’impennata del prezzo del petrolio (il WTI passò da ca 12 doll. a inizio 1999 a ca 30 doll/bbl a inizio 2001) (e ogni volta che questo accade si riscopre il vantaggio della “sicurezza di approvvigionamento” e la possibile stabilità del prezzo del nucleare); b) l’aver rimesso la “casa in ordine” con nuovi progetti dei reattori (i cd “reattori di terza generazione) e c) l’aumento delle preoccupazioni per i cambiamenti climatici indotti dalle emissioni di CO2 a cui l’impiego del nucleare poteva porre un freno. Malgrado il sentimento che occorresse tornare al nucleare si andasse diffondendo in molti Paesi (compresa l’Italia) gli ordinativi negli Stati Uniti o in Europa furono molto pochi. Non così in Cina che, apertasi al commercio internazionale e avviato un poderoso ritmo di sviluppo, cominciava a pensare di lasciare uno spazio importante anche al nucleare.
Il “rinascimento nucleare” non stava dando molti frutti, ma di nuovo tutto fu bloccato dall’incidente a Fukushima dell’11 marzo 2011. A Fukushima Daiichi c’erano sei reattori di cui solo tre in funzione quel giorno. Per tutti e tre si è verificata la fusione del nocciolo con rilascio di radioattività all’esterno anche se i sistemi automatici avevano spento i reattori al momento del terremoto. Di nuovo più di centomila persone furono evacuate e una vasta zona di territorio abbandonata, anche per anni. Malgrado i reattori fossero di prima generazione (entrati in servizio negli anni ’70), l’incidente non è stato dunque dovuto a un difetto di concezione dei reattori, ma allo tsunami successivo al terremoto. L’onda di 15 metri che si abbatté sull’impianto non era stata prevista e fu lo tsunami a provocare l’allagamento dell’impianto e l’interruzione del funzionamento dei sistemi di raffreddamento dei reattori. Successivamente si è saputo che l’impianto progettato negli anni ’60 aveva preso in considerazione condizioni di terremoto e di tsunami molto inferiori a quelli che successive conoscenze scientifiche degli anni ’90 avevano indicato come possibili senza però che fossero prese le opportune misure di protezione.
Queste analisi hanno consentito di archiviare l’incidente di Fukushima come un evento specifico dovuto alle peculiari condizioni sismiche del Giappone (e con impianti localizzati in riva al mare). Lo stesso Giappone, dopo aver interrotto completamente nel 2014 la produzione dei suoi 54 reattori che erano operativi nel 2011, ha deciso di chiuderne definitivamente solo 21, ma 15 sono tornati in funzione (l’ultimo pochi giorni fa a Kashiwazaki che rimane la centrale più grande al mondo con 7 reattori e 8,2 GWe) e 18 sono oggi in “stato di attesa” per ottenere le eventuali autorizzazioni per ripartire. Il Governo giapponese, dopo qualche esitazione iniziale, è tornato ad essere fortemente pro-nucleare e vorrebbe riportare il contributo del nucleare al 20% della produzione elettrica nel 2040 (era del 29% nel 2010 e del 10% nel 2024). Un’opinione analoga è stata espressa negli ultimi anni da molti altri governi (tra i quali, come è noto, quello italiano).
Le ragioni per una ripresa dell’impegno nucleare sono molto simili a quelle avanzate quando si parlava di “rinascimento nucleare”: la lotta ai cambiamenti climatici, la sicurezza degli approvvigionamenti così importante in un contesto internazionale problematico come quello attuale e la disponibilità “prossima” di reattori di nuova concezione (gli SMR: più sicuri, più facili da realizzare e quindi con tempi e costi -su cui non si insiste molto- più certi). Ma l’osservazione della situazione internazionale conferma queste prospettive positive? Per tentare di rispondere bisogna partire dai dati reali. Tutti riconoscono che i dati del PRIS (Power Reactor Information System) dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) sono una fonte attendibile e aggiornata da cui partire. Non vi è quindi discussione sui numeri, ma è nella lettura (e nella torsione) di questi dati e nell’analisi delle situazioni locali che emerge l’antica insanabile frattura tra pro e anti-nucleari.
Consideriamo ad esempio quanto accaduto nel 2024/25. Il WNISR (World Nuclear Industry Status Report), un rapporto annuale pubblicato dal 1992 con il patrocinio di organizzazioni ambientaliste, mette in evidenza che lo scorso anno sono stati connessi alla rete quattro reattori (in realtà il PRIS ne indica 3), ma ben sette sono stati chiusi (3 minuscoli in Russia, 3 in Belgio e uno a Taiwan che è uscita dal novero dei Paesi con reattori in esercizio) e quindi che il numero totale di reattori in funzione è diminuito. Afferma inoltre che c’erano sì 66 reattori in costruzione nel mondo, ma che il numero di Paesi dove erano in costruzione è passato da 16 a 11 in due anni. Questo perché sei Paesi sono usciti dalla lista, in quanto i reattori in costruzione sono entrati in esercizio (Usa, Francia, Emirati) oppure hanno sospeso la costruzione (Argentina, Brasile, Giappone) e solo in un nuovo Paese (il Pakistan) è iniziata la costruzione di un reattore. Tra l’altro il WNISR evidenzia che ben 63 reattori sui 66 in costruzione lo sono in Paesi (50) con armi nucleari o sono costruiti (13 casi) da imprese originarie di Paesi con armi nucleari suggerendo perciò uno legame tra nucleare civile e militare da affiancare all’immagine di stagnazione o regresso vista sopra.
Se ci si sposta nel campo pro-nucleare le cose sono viste in modo ben diverso. Un documento pubblicato sul sito dell’AIEA a fine novembre 2025 intitolato ”Sei cose che dovreste sapere sul trend del nucleare” (con dati per lo più riferiti al 2024) rileva anzitutto che il livello di produzione attuale di circa 2.600 TWh all’anno è “capace di soddisfare milioni di case con energia low-carbon” (ma questo livello è lo stesso già raggiunto nel 2005-6). La comunicazione AIEA evidenzia poi l’elevato numero di reattori in costruzione (63 a inizio 2025 saliti a 66 a inizio 2026) e soprattutto il fatto che vi sono nuovi Paesi (Turchia, Egitto e Bangladesh) che entreranno nel “Club dei produttori di energia nucleare” e ricorda che la produzione elettronucleare continua ad essere importante in Paesi come gli Stati Uniti, che rimangono il primo produttore mondiale, o anche europei dove la quota di energia nucleare ha un peso rilevante sul totale della produzione (67,3% in Francia, 60,6% in Slovacchia, 47,1% in Ungheria, 42,2% in Belgio, 40,2 in Cechia, 39,1% in Finlandia). Ma anche chi preconizza un forte incremento della capacità nucleare non può non vedere che, come i dati del PRIS mostrano, il ritmo attuale di entrata in esercizio e di avvio della costruzione di nuovi impianti, se si esclude la Cina, non mostra certo un deciso cambio di tendenza (vedi figure seguenti).
Anno di entrata in esercizio dei reattori operativi nel 2025

Fonte: Ns elaborazioni su dati IAEA
Avvio della costruzione di reattori nucleari (numero e capacità)

Fonte: IAEA-PRIS
Forse è per questo che l’AIEA sottolinea soprattutto le prospettive di sviluppo futuro per il 2040 o 2050, senza nascondere che vi sono ampi margini di incertezza. Infatti, la prima delle “sei cose da sapere” che viene indicata è che “la capacità nucleare potrebbe raddoppiare raggiungendo tra 561 e 992 GW” nel 2050 (rispetto ai 377 GW attuali) rendendo l’energia nucleare “un attore chiave della transizione verso l’energia pulita”. Sulla stessa lunghezza d’onda è la World Nuclear Association (WNA) che nel gennaio scorso ha presentato a Davos il World Nuclear Outlook Report che afferma: “La capacità nucleare mondiale potrebbe crescere significativamente al 2050 se il mantenimento in funzione dei reattori esistenti e la realizzazione di nuovi reattori nucleari raggiungessero gli obiettivi stabiliti dai governi nazionali. Sommando tutti i reattori operativi, in costruzione, pianificati, proposti e potenziali degli obiettivi governativi, la capacità globale totale potrebbe raggiungere i 1446 GWe nel 2050, superando l'obiettivo di circa 1200 GWe stabilito dalla Dichiarazione per Triplicare l’Energia Nucleare, lanciata alla COP28 di Dubai nel 2023. Ciò indica un forte sostegno internazionale all'energia nucleare come componente fondamentale delle strategie per il clima e la sicurezza energetica”.
Tra chi vede una stagnazione se non un declino ulteriore del peso dell’energia nucleare nella produzione elettrica mondiale (nel 1996 è stato raggiunto il picco del 17,5% mentre oggi la quota nucleare è scesa a circa il 9%, valore che comunque rimane significativo) e chi vede una importante ripresa della produzione nucleare, in primis per ragioni di lotta alle emissioni di gas serra, c’è un abisso difficile da arbitrare. Tra i Paesi che si sono impegnati nello sviluppo nucleare nel secolo scorso, sembrano esservi significative differenze. Negli Stati Uniti ed in Europa si discute molto ed è probabile che si realizzi poco. Il Giappone non recupererà le ambizioni che aveva prima dell’incidente di Fukushima perché la volontà governativa deve fare i conti con i dubbi rimasti nella popolazione e nelle autorità locali. La Corea del Sud non ha ampi spazi di crescita interna, ma si presenta come un agguerrito esportatore di tecnologia. La Russia rimane impegnata a realizzare qualche impianto sul suo territorio, ma soprattutto è diventata il primo esportatore di tecnologia nucleare al mondo. L’India avrebbe tutti i numeri per una forte crescita nucleare: crescita economica elevata, popolazione di quasi 1,5 miliardi di persone e Governo con un ambizioso programma, ma resta frenata dalla sua scelta di privilegiare lo sviluppo di una tecnologia nazionale. Una parte fondamentale della partita nei prossimi decenni si giocherà perciò nei Paesi “nuovi arrivati” a forte tasso di sviluppo. Rimane però da capire se le iniziative di Turchia, Egitto, Bangladesh e Pakistan avranno un seguito interno e se troveranno imitazione altrove.
Data l’inerzia del sistema energetico e i tempi di realizzazione degli impianti, un solo elemento appare certo: la Cina diventerà nel prossimo decennio il primo produttore di energia elettronucleare al mondo (vedi fig. seguente) e il suo ritmo di ordinativi determinerà il tasso di crescita di questa fonte nei prossimi anni. Resta da vedere se, dopo aver testato quasi tutti i tipi di reattori proposti da costruttori esteri (canadesi, americani, francesi e da ultimo russi) ed essere ormai diventata indipendente, riuscirà a diventare anche in questo campo, sfruttando le sue potenzialità industriali e finanziarie, un importante esportatore di tecnologia come ha già iniziato a fare in Pakistan (e tentato nel Regno Unito).
Andamento della produzione elettronucleare per aree

Fonte: Elaborazioni dell’autore su dati IAEA


















