Negli ultimi anni, il settore della distribuzione gas è stato scosso da due tendenze contrastanti: da un lato, sono stati adottati alcuni provvedimenti finalizzati ad accelerare lo svolgimento delle gare per i 172 Atem; dall’altro, la struttura del mercato è cambiata radicalmente con l’acquisizione di 2i Rete Gas da parte di Italgas e la formazione di un operatore che serve all’incirca il 55% dei Pdr.
In questo contesto, sono emerse diverse proposte: Utilitalia ha suggerito un modello simile a quello introdotto per il settore elettrico, con proroghe agli attuali concessionari a fronte di piani di investimenti pluriennali (senza però spingersi a chiedere l’inclusione in tariffa dei canoni concessori, come invece stabilito per il settore della distribuzione elettrica); una seconda ipotesi, prevede la drastica riduzione del numero di Atem (da 172 a 43 in una fase transitoria e infine a 31) con la centralizzazione delle procedure di gara; infine, Assogas ha avanzato una riforma in due step, con una prima fase di consolidamento e un’altra caratterizzata da correttivi per rendere contendibili gli ambiti. Sullo sfondo rimane la revisione del DM Criteri, che periodicamente riemerge “con urgenza” e poi sistematicamente si inabissa.
Prima di capire se e come modificare l’attuale quadro, è necessario comprendere quali siano gli obiettivi della governance del settore. Diversamente dalle infrastrutture elettriche, quelle per il trasporto e la distribuzione del gas sono destinate a vedere tassi di utilizzo calanti nel tempo. Si può discutere – a seconda delle opinioni di ciascuno sull’efficacia delle politiche e lo sviluppo delle tecnologie – quanto rapidamente i tubi si svuoteranno e fino a che punto. Non è invece in dubbio che trasporteranno sempre meno gas, pur facendo generose assunzioni su combustibili alternativi quali il biometano e l’idrogeno verde.
Un primo punto, quindi, riguarda il superamento degli attuali criteri, pensati per incentivare lo sviluppo delle infrastrutture, sostituendoli con altri più attenti a incoraggiare l’innovazione tecnologica e un uso innovativo degli impianti esistenti. Sotto questo profilo, diventa importante tra l’altro favorire la convergenza tra le reti gas e quelle dell’energia elettrica, visto che la complementarietà tra di esse è destinata ad acquisire sempre più importanza. Il ritardo del Mase è grave, sia che si intenda procedere con le gare, sia che si preferiscano altre opzioni.
Un secondo tema riguarda il peso che si vuole dare all’efficienza ed economicità nella gestione. È ampiamente dimostrato in letteratura e noto a tutti (tranne al legislatore, al governo e all’Antitrust) che le economie di scala, nella distribuzione gas, si spengono oltre una soglia di qualche centinaio di migliaia di Pdr. Quindi, da questa prospettiva, gli incentivi al consolidamento vanno guardati con sospetto: le imprese che già superano tale livello non ne avrebbero alcun vantaggio (e soprattutto non ce l’avrebbero i consumatori, come certificato dalla regolazione Arera che non fa più alcuna differenza tariffaria oltre i 500 mila clienti); quelle di piccole dimensioni, spesso caratterizzate da elevati livelli di costo, dovrebbero invece diventare naturalmente “prede” di processi di concentrazione, rispetto ai quali le gare – che presuppongono l’unitarietà della gestione all’interno dell’Atem – dovrebbero fare da pivot. Il governo dovrebbe dunque valorizzare i meccanismi competitivi favorendo e non riducendo la contendibilità (le pur poche gare sin qui svoltesi hanno infatti evidenziato che solo ove vi sono stati più partecipanti - almeno due - i risultati per gli Enti locali e per i clienti finali sono stati significativi).
È vero che l’operazione Italgas ha prodotto un cambiamento enorme nel mercato. Qui il pasticcio l’ha fatto il Garante della concorrenza, che ha dato un via libera pressoché incondizionato (come dimostra il modesto esito delle poche dismissioni imposte). Sconfessando vent’anni di decisioni in materia, l’Autorità ha consentito l’acquisizione di 2iRG con l’argomento che la contendibilità delle gare sarebbe stata comunque garantita dalla presenza di altri operatori di medie dimensioni, quali le maggiori utility del Nord. La domanda, adesso, è: come si comporterà l’Agcm in futuro? Seguirà i precedenti, e quindi imporrà severi limiti all’incumbent negli Atem in cui è maggioritaria e in quelli contigui? Oppure si comporterà come nella sorprendente decisione dell’11 marzo 2025?
In attesa di capire le prossime iniziative del Garante, diventa necessario mettere mano al sistema. In primo luogo, il Mase dovrebbe accelerare l’aggiornamento del DM Criteri, vero e unico presupposto per lo svolgimento delle gare coerentemente con il mutato contesto. Secondariamente, dovrebbe fissare dei chiari principi di regolazione asimmetrica, sulla scorta di quanto fatto molte volte in situazioni simili (per stare al settore energetico: i tetti alla quota di mercato Eni nel mercato gas dopo la liberalizzazione, il tetto nelle aste per le tutele graduali e, proprio nella distribuzione gas, il riconoscimento tariffario del delta Vir/Rab solo in presenza di un genuino nuovo entrante). Da ultimo, diventa cruciale scaglionare le gare in modo tale da non attribuire indebiti vantaggi a un operatore dominante. Esse andrebbero quindi organizzate in modo tale da massimizzare la partecipazione, evitando di introdurre altri elementi che le rendano ancor meno contendibili.


















