In occasione del World Nuclear Energy Summit apertosi a marzo in Francia, per una sfortunata coincidenza proprio nel giorno del 15esimo anniversario del disastro nucleare di Fukushima, il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto,  ha annunciato la volontà dell’Italia «di aderire all’impegno per triplicare la capacità nucleare globale. Nel breve-medio termine guardiamo con attenzione agli Small modular reactors di terza generazione avanzata». C’è un problema, però: gli SMR di fatto non esistono.

Come riassunto già lo scorso giugno dalla Banca d’Italia, nel 2024 vi erano 98 progetti basati su tecnologie SMR, AMR (Advanced modular reactors) o MMR (Micro-modular reactors) nel mondo. Alcuni di questi erano sospesi per assenza di fondi o in fase di sviluppo embrionale, e solo tre risultano operativi – uno in Cina e due in Russia –, con Bankitalia a sottolineare peraltro che «l’introduzione di nuove tecnologie impone l’aggiornamento dei criteri di valutazione della sicurezza e dunque la maggior sicurezza di diversi nuovi progetti deve ancora essere dimostrata». Come farlo, e con quali fondi, non è chiaro.

Nel Piano strategico approvato quest’anno da Enel – il più grande “operatore” privato al mondo nel comparto delle rinnovabili, col ministero dell’Economia primo azionista – con orizzonte al 2028 si prevedono investimenti da 53 miliardi ma sul nucleare non c’è un euro, e i fondi pubblici stanziati dal Governo si concentrano su partite come la promozione di informazione pro-nucleare: 6 mln di euro solo quest’anno, a fronte di zero risorse analoghe per le rinnovabili. Eppure, oltre agli ostacoli normativi, tra i principali motivi che frenano l’installazione di nuovi impianti rinnovabili spicca la disinformazione, come sottolineato nel corso dell’evento Good news, bad news, fake news: le rinnovabili tra narrativa e realtà, organizzato da Italy for Climate, il centro studi della Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

Come peraltro evidenzia il fisico Giuseppe Onufrio, già direttore di Greenpeace Italia, la partita dei costi non appare banale: l’analisi sui principali modelli di SMR in corso di sviluppo negli Usa documenta che il costo industriale dell’elettricità risulterà sempre superiore del 50% a quello delle centrali tradizionali.

Eppure le ambizioni in campo da parte dell’esecutivo appaiono rilevanti. «Nello scenario ipotizzato dal Pniec – riassume ancora Bankitalia – la capacità installata tra il 2030 e il 2050 sarebbe pari a circa 8 GW (di cui 1,3 GW in modalità cogenerativa e 0,4 GW da fusione nucleare nel 2050). I nuovi impianti sarebbero tra 22 e 42, e la loro produzione coprirebbe l’11% (64,2 TWh) del fabbisogno elettrico stimato al 2050». Dove verrebbero collocate una quarantina di centrali nucleari non è dato sapere.

In compenso è già noto che la tecnologia nucleare non è la più adeguata a integrarsi con le fonti rinnovabili, in quanto queste ultime sono tanto più convenienti da rendere diseconomico tenere accese le centrali solo per compensare la variabilità di eolico e solare. Meglio investire in batterie, come spiegato tra gli altri alla Camera da Federico Maria Butera, professore emerito di Fisica tecnica ambientale al Politecnico di Milano, e in parallelo su una riserva termoelettrica alimentata con combustibili verdi per l’accumulo stagionale, come aggiunge il dirigente di ricerca del Cnr Luigi Moccia.

«Il governo giustifica il nucleare sostenendo che un sistema 100% rinnovabili costerebbe 17 miliardi in più al 2050 – spiegano Onufrio e Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto club – Una cifra che suona elevata ma (che va considerata nell’arco di 25 anni) e che comunque non è mai stata dimostrata da nessuno dei documenti resi disponibili dalla piattaforma nucleare sostenibile. Questa situazione è determinata dalla “resistenza fossile” che ostacola autorizzazioni, impone moratorie regionali e usa il nucleare come diversivo per difendere il gas, ancora dominante nel mix elettrico. Se Terna parla di costi crescenti superato il 90% di rinnovabili, va ricordato che i costi dei sistemi di accumulo vanno continuamente scendendo e che nel 2025 il costo delle batterie industriali è sceso del 43% in un solo anno. E che si stanno sviluppando sistemi di accumulo di lunga durata (giorni, settimane, mesi). Un sistema 100% rinnovabile è dunque tecnicamente fattibile e auspicabile».

Sulla stessa scia si posiziona la più diffusa associazione ambientalista sul territorio nazionale, Legambiente. Nel presentare l’ultimo rapporto Scacco matto alle rinnovabili, il presidente del Cigno verde nazionale – Stefano Ciafani – argomenta che «il settore delle rinnovabili va sostenuto e incoraggiato, non ostacolato e rallentato. Occorre dare certezza a imprese e territori con tempi e regole chiare. La crescita delle rinnovabili in Europa, ma anche la delicata situazione geopolitica internazionale legata anche alla dipendenza delle fonti fossili, e l’accentuarsi della crisi climatica impongono al nostro Paese di accelerare sulle fonti pulite, abbandonando le fossili e l’insensata corsa al nucleare».

Per rispettare i pur deboli obiettivi fissati dal Governo col decreto Aree idonee – ovvero +80.001 MW al 2030 rispetto al 2021 – l’Italia dovrà installare oltre 11 GW l’anno di nuova potenza, a fronte dei 7,2 GW installati l’ultimo anno. «Una meta che si può facilmente raggiungere e superare purché – aggiunge Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente – si dia certezza sui tempi autorizzativi, sulle aste per l’eolico offshore e si superino tutti gli ostacoli burocratici, coinvolgendo di più territori, cittadini e amministrazioni.  Alla luce dei continui conflitti, oggi parlare di rinnovabili, assume un valore sempre più importante e centrale per arrivare all’indipendenza dalle fossili ed essere portatori di pace».