Trump ha fatto appello ad alcuni paesi (la Cina, la Francia, il Giappone, la Corea del Sud e il Regno Unito, nell’ordine) perché inviino navi per garantire il libero passaggio attraverso lo stretto di Hormuz. Ha poi affermato di essere in contatto con “circa sette paesi” perché contribuiscano a questo sforzo collettivo, e ha minacciato la Nato di un futuro tenebroso se si rifiutasse di aiutare. La maggior parte dei paesi interessati ha ignorato l’appello o dichiarato di non essere disponibili. Per comprendere la situazione, è necessario esaminare in dettaglio cosa esattamente significa la “chiusura” dello stretto di Hormuz.
Si legge spesso che attraverso Hormuz passa un quinto della produzione petrolifera mondiale. Questa cifra comprende petrolio greggio ma anche prodotti raffinati provenienti dalle numerose raffinerie sorte lungo le sponde del Golfo nel corso dei decenni, come anche i liquidi estratti in congiunzione con il metano (principalmente GPL). A questi vanno aggiunti i trasporti di merci di altra natura, tanto in entrata che in uscita: navi porta container dirette principalmente ai porti di Dubai, navi per il trasporto di derrate alimentari e animali vivi necessari a soddisfare la domanda dei paesi del Golfo, navi per il trasporto di prodotti chimici e fertilizzanti e di alluminio, che costituiscono importanti esportazioni dagli stessi paesi.
L’Iran ha dichiarato che non consentirà il passaggio attraverso lo stretto alle navi degli Stati Uniti e dei paesi a loro alleati. In altre dichiarazioni è stato detto che l’Iran non ha chiuso lo stretto ma lo “sorveglia”. Esiste quindi un notevole margine di ambiguità circa le reali intenzioni iraniane. Cosa si intende esattamente per navi degli Stati Uniti e dei paesi loro alleati? Navi che battono bandiera americana? Navi che trasportano petrolio o altri carichi verso gli Stati Uniti? Navi che trasportano petrolio o altri carichi appartenenti a imprese americane? Chi sono i paesi alleati degli Stati Uniti?
Bisogna tenere presente che circa il 50% del petrolio greggio e dei prodotti petroliferi che escono da Hormuz è diretto verso la Cina e l’India, due paesi che hanno sempre sostenuto il rispetto della sovranità iraniana. La maggior parte del resto è diretta verso altri paesi asiatici (Giappone, Corea, Taiwan, ecc.), mentre solo volumi limitati (principalmente di prodotti raffinati) vanno verso l’Europa. Ad esempio, nel 2024 l’Arabia Saudita ha esportato prodotti raffinati per circa 30 miliardi di dollari, di cui circa 5 miliardi verso l’Egitto, principale destinatario, 3 miliardi a testa verso Francia e Italia, e 2 miliardi a testa verso gli Stati Uniti e Singapore.
Per il greggio esistono alcune soluzioni alternative al passaggio attraverso Hormuz. La principale è l’utilizzazione dell’oleodotto Est-Ovest in Arabia Saudita, che consente di portare greggio dai pozzi adiacenti il Golfo verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso. Questo oleodotto ha una portata prossima a 7 milioni di barili al giorno; un po’ più di un milione di barili è utilizzato dalle raffinerie sul Mar Rosso (a Yanbu, Rabigh e Jazan), mentre circa 5,5 milioni di barili sono disponibili per l’esportazione (sui 7 milioni di barili che l’Arabia Saudita esportava prima dell’inizio della guerra, cioè quasi l’80%). Abu Dhabi, principale produttore negli Emirati Arabi Uniti, ha un oleodotto che collega i pozzi al porto di Fujairah, sull’Oceano Indiano, oltre lo stretto di Hormuz. Questo oleodotto ha una capacità di 1,5 milioni di barili al giorno. Un terzo oleodotto potrebbe consentire l’esportazione di greggio iracheno attraverso la Turchia verso il porto di Ceyhan sul Mediterraneo. Questo oleodotto, che ha una portata di 1,6 milioni di barili al giorno, venne aperto nel 1976 e poi raddoppiato nel 1987 esattamente allo scopo di rendere l’Iraq meno dipendente dal Golfo; ma all’inizio delle ostilità l’Iraq lo ha chiuso unilateralmente citando il pericolo di attacchi da parte dell’Iran – decisione singolare visto lo scopo originario.
Tutto ciò per dire che non tutte le esportazioni di greggio dal Golfo sono cessate. L’Iran ovviamente continua ad esportare attraverso lo Stretto (per il petrolio caricato all’isola di Kharg, suo principale terminale di carico), e anche attraverso l’oleodotto che conduce al terminale di carico di Jask, situato oltre lo stretto (capacità di un milione di barili al giorno). Le esportazioni iraniane attraverso Hormuz sono stimate a 1,5 milioni di barili al giorno dall’inizio del conflitto, e a detta di Scott Bessent, Ministro del Tesoro, gli Stati Uniti non intendono impedire queste importazioni. Secondo Kpler, più di 20 altre navi hanno potuto uscire dal Golfo, “di soppiatto” (cioè spegnendo il loro rilevatore GPS) o con l’aperto beneplacito iraniano. In più, complessivamente, circa la metà del greggio che finora transitava attraverso lo stretto può essere ancora esportata da terminali al di fuori dello stretto. Se si dovesse andare verso una “chiusura” prolungata ci sono anche altre alternative che potrebbero essere attivate in tempi relativamente brevi.
L’Iran ha attaccato diverse navi, per lo più lontano dallo stretto e mentre erano all’ancora. Non è affatto chiaro che sia più sicuro per una nave restare all’ancora dentro il Golfo o vicino allo stretto piuttosto che attraversarlo rimanendo in navigazione. Le navi all’ancora sono “sitting ducks” (anatre sedute), bersagli facili per i droni e missili iraniani.
Chi è soprattutto danneggiato dalle minacce iraniane? I paesi che non hanno soluzioni alternative per esportare greggio sono il Kuwait e il Qatar. L’Iraq, come abbiamo detto, potrebbe esportare da Ceyhan ma ha deciso di non farlo. L’Oman esporta direttamente dall’Oceano Indiano. Tra le compagnie petrolifere, le più danneggiate sono la ExxonMobil (presente in Iraq e Qatar), la Total (presente in Qatar e Emirati) e le compagnie cinesi presenti in Iraq.
Per i prodotti raffinati le esportazioni rimangono possibili dalle raffinerie saudite sul Mar Rosso, e da quelle degli Emirati e dell’Oman sull’Oceano Indiano. Il punto di maggiore tensione, al momento, sono le esportazioni di GPL verso l’India, dove il prodotto è massicciamente utilizzato dai consumatori finali soprattutto per la cottura dei cibi. Non è un caso che l’India si sia maggiormente attivata attraverso un dialogo diplomatico con Tehran per assicurare il passaggio di due navi GPL battenti bandiera indiana e di proprietà dello stato. Altre due petroliere dirette verso l’India hanno attraversato lo stretto senza danni, non è chiaro se perché gli iraniani non le hanno viste, o non le hanno volute attaccare, o perché il loro passaggio era stato concordato a livello diplomatico. Se dovesse confermarsi che alle navi dirette verso la Cina o l’India sarà consentito attraversare lo stretto indenni, la chiusura si rivelerebbe molto limitata per quanto riguarda il greggio.
In tal caso il problema principale sarebbe quello delle esportazioni di GNL dal Qatar e da Abu Dhabi, da cui origina circa il 20% dell’offerta globale di GNL. Anche per il GNL i principali interessati sono i paesi asiatici, ma anche alcuni paesi europei, ed in particolare l’Italia, che nel 2025 ha assorbito il 6% delle esportazioni qatarine. In totale, i paesi europei (inclusi i non appartenenti all’UE) hanno assorbito circa l’11% delle esportazioni del Qatar, e le importazioni dal Qatar coprono poco meno del 3% dei consumi europei. Ciò detto, se il blocco delle esportazioni del Qatar dovesse estendersi nel tempo, i paesi asiatici farebbero concorrenza a quelli europei per dirottare carichi provenienti da altre fonti e altrimenti destinati a clienti europei. Questo potrebbe portare ad un forte aumento del prezzo e a carenza fisica per il prossimo inverno.
La conclusione di questa analisi è che la chiusura dello stretto di Hormuz è un problema ma non di dimensioni catastrofiche. Il mercato del Brent continua a reagire con molto nervosismo e forte volatilità, ma aumenti di prezzo relativamente contenuti. La tensione sul prezzo del GNL, aumentato di circa il 60% dall’inizio della guerra, è una maggiore preoccupazione per l’Europa, ma non è chiaro che giustifichi di prendere seriamente in considerazione l’invio di navi per pattugliare lo stretto, secondo quanto richiesto da Trump. L’utilità di schierare delle navi europee è assai dubbia: l’Iran avrebbe comunque la capacità di colpire gli impianti di liquefazione in Qatar e Abu Dhabi, e questo costituirebbe un danno ancora maggiore rispetto ad un possibile attacco ad una metaniera.
L’alternativa è quella di non lasciarsi coinvolgere in un’avventura militare della quale nessuno capisce bene dove vada a parare.


















