Sono almeno tre le considerazioni che portano a supportare decisamente la reintroduzione dell’energia nucleare nel nostro mix nazionale, ma ve ne sono almeno altrettante che impongono chiare condizioni perché questa ipotesi sia considerata seriamente perseguibile.

Partiamo dalle prime: perché dovrebbe essere considerato opportuno utilizzare l’atomo in Italia?

La prima è facile e praticamente non è più in discussione, almeno tra chi è scientificamente informato e non è ideologicamente schierato: il nucleare è pienamente compatibile con gli obiettivi e le strategie di salvaguardia dell’ambiente. Non serve aggiungere molto: è sufficiente almeno sfogliare, se proprio non si ha il tempo e la voglia di leggere, il report che la Commissione Europea ha richiesto al Joint Research Center nel 2021, allorché c’era da decidere se l’atomo fosse o meno compatibile con il principio del “Do No Significant Harm”, requisito indispensabile per la sua inclusione nella tassonomia verde. Le 384 pagine del rapporto  sono prodighe di dati e informazioni a supporto della tesi a favore.

Per la seconda considerazione, relativa alla resilienza dei sistemi energetici e al contributo del nucleare, è fin troppo agevole la dimostrazione, purtroppo grazie agli accadimenti internazionali, limitandosi agli ultimi quattro anni: prima l’invasione russa in Ucraina, con la conseguente sospensione dell’import di gas a buon prezzo da oltre gli Urali, l’impennata dei costi energetici e la necessità di trovare approvvigionamenti da paesi diversi, spesso affatto “amici” o affidabili, tanto meno convenienti; poi le tensioni in Medio Oriente sino al recente attacco israelo-americano all’Iran, il blocco di Hormuz e di nuovo il rally dei prezzi dell’energia e l’enorme incertezza sul futuro prossimo e su quello remoto. Per l’Italia, il drammatico impatto sulla resilienza dei sistemi economico-industriali: il rischio di chiusura delle attività industriali (come già avvenuto nel 2022), l’impoverimento dei cittadini e delle famiglie, le crisi economiche e sociali. In una parola: il rischio geopolitico e i suoi impatti.

Valutato nel suo complesso, è il cosiddetto trilemma energetico: ambiente, indipendenza strategica, competitività. Tre obiettivi da perseguire contemporaneamente nelle politiche sull’energia. Del primo abbiamo già detto, per gli altri due è sufficiente considerare che l’energia nucleare è tecnologia per oltre il 90% posseduta e gestita dall’Europa: dall’arricchimento del combustibile alla sua fabbricazione, dalla progettazione dei reattori nucleari alla costruzione, gestione e smantellamento delle centrali nucleari, sino alla gestione dei rifiuti radioattivi, compresa la tecnologia dello smaltimento di lunghissimo termine dei rifiuti più pericolosi (l’Europa sarà la prima al mondo a dotarsi del deposito geologico profondo, ad Onkalo in Finlandia, operativo dal 2027-28). Solo l’acquisizione del materiale grezzo, l’uranio naturale, avviene fuori Europa: ma possiamo importarlo da paesi “amici” quali Australia e Canada, rispettivamente la prima e la seconda nazione al mondo per riserve uranifere.

Per tutto il resto, con grande sorpresa, l’Italia non è fuori dai giochi: la sua filiera industriale nucleare è viva e vegeta, se si considera che ben 100 aziende italiane stanno oggi fornendo componenti, sistemi e servizi per la costruzione di due grandi reattori EPR francesi da 1600 MWe l’uno presso il sito di Hinkley Point C in Inghilterra. Oltre 50 aziende tricolori, poi, sono parte della European Small Modular Reactor Industrial Alliance, iniziativa lanciata nel 2024 dalla Commissione Europea per favorire lo sviluppo e la realizzazione in Europa dei primi SMR entro i primi anni del 2030. E due sono i progetti di nuovi reattori avanzati che vedono protagoniste assolute aziende italiane (Ansaldo Nucleare) o con una forte base nel Bel Paese (Newcleo).

Terza e ultima considerazione: la ripresa dell’interesse verso questa fonte energetica non è un’illusione italica, bensì una tendenza presente in molti paesi. Soprattutto in Cina e in Russia, che da sole realizzano oggi quasi l’80% dei 74 reattori in costruzione nel mondo, ma anche in nazioni mai state nucleari nel passato, come Egitto, Bangladesh, Turchia, mentre altre come l’Arabia Saudita pianificano di entrare nel club nucleare o di continuare lo sviluppo di nuove centrali, come i vicini Emirati Arabi Uniti. Anche in Europa: la Polonia organizza le sue prime costruzioni, sia con grandi reattori sia con SMR, mentre altre nazioni programmano nuove unità, come la Francia (il piano più importante, con sei EPR2 da 1600 MWe e il primo SMR, Nuward, da 400 MWe), il Regno Unito (altre due unità EPR a Sizewell C), la Repubblica Ceca (due reattori di tecnologia coreana), la Svezia, la Romania, la Finlandia, la Slovacchia, la Slovenia, l’Olanda, il Belgio. Mentre la Svizzera pensa di ribaltare la decisione di abbandonare l’atomo e tornare a costruire nuovi impianti.

C’è un po’ di fermento anche negli Stati Uniti, ma il vero leader occidentale sta diventando il Canada: dopo il successo del profondo rinnovamento di una delle sue maggiori centrali nucleari, quella di Darlington che ospita quattro grandi reattori, avvenuto con 4 mesi di anticipo sui tempi e con 150 milioni di dollari di risparmio sul budget previsto, ha avviato il cantiere per la costruzione dei primi quattro SMR nel mondo occidentale (i BWR-X 300 di General Electric).

Se questo è il quadro favorevole a un piano energetico che includa il nucleare anche nel nostro paese, quali sono le condizioni perché si tratti di qualcosa di serio?

In primis, che si pianifichi e si realizzi un programma completo di lungo termine, che consideri gli aspetti politici, industriali, economici, strategici e anche quelli culturali, perché riaprire l’opzione nucleare significa impegnarsi in un’avventura che dura almeno un secolo: 5-10 anni per la costruzione degli impianti e sessanta o forse addirittura ottant’anni per il loro funzionamento. Il vulnus non è principalmente tecnologico o finanziario, è soprattutto culturale: una sfida epocale, ma l’aspetto positivo in prospettiva è l’enorme interesse delle giovani generazioni verso l’atomo e la loro posizione non ideologica.

In secundis, che si realizzino le infrastrutture di supporto al piano nucleare, come suggerito dalla IAEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica: sono 19 e vanno dalla legge nazionale di riordino del settore alla formazione e al coinvolgimento dei portatori di interesse. La legge-delega è oggi in discussione presso le commissioni riunite della Camera (Ambiente e Attività Produttive) e dovrà poi essere portata al voto del Parlamento. Ci si attende un voto (positivo) prima della scadenza della legislatura. In aggiunta a questo primo, fondamentale passo, due sono le infrastrutture più importanti: la nascita di una vera Autorità di Sicurezza Nucleare, ben dotata in termini di personale, competenze e finanziamento, e la costituzione di una sorta di “cabina di regia”, possibilmente presso la Presidenza del Consiglio. L’argomento nucleare, infatti, impatta diversi ministeri, dall’Ambiente-Energia all’Industria, dagli Esteri alle Infrastrutture (per citare i principali) ed è per sua natura azione strategica per l’intera nazione, con impatti significativi in termini di resilienza strategica. È argomento ben superiore alle forze di un solo leader.

Infine, poiché l’Italia verosimilmente avvierebbe il piano nucleare attraverso la tecnologia degli SMR (e la neonata Nuclitalia è oggi impegnata in una approfondita valutazione delle opzioni tecnologiche oggi presenti sul versante occidentale), è indispensabile che si pianifichi la costruzione di una serie di moduli di questi reattori. L’effetto serie è necessario per dare un segnale chiaro sia al comparto industriale sia al mercato finanziario, oltre che per raggiungere in breve tempo una capacità efficace ed efficiente di costruzione, rispettando i tempi e i costi previsti. La soluzione SMR sarebbe inoltre adatta a servire i settori più energivori e più impegnativi da decarbonizzare, potendo contare sulla capacità di offrire elettricità e calore, utilizzabili anche per la produzione di idrogeno, teleriscaldamento/raffrescamento, acqua desalata, biocombustibili. I cinesi li utilizzeranno a breve per fornire energia termica ed elettrica a un grande impianto petrolchimico, gli americani per far funzionare i loro datacenter.

Pensierino finale: l’Italia ha capacità e interesse sia per il nucleare sia per le rinnovabili, chi mette le due fonti in antagonismo non ha ancora compreso la gravità e la complessità del trilemma energetico. O semplicemente ha altri interessi. E a chi accarezzasse l’idea di un futuro 100% rinnovabili, suggerisco la lettura del grafico 48 di pagina 54 dell’ultimo rapporto di Terna sulle prospettive di sviluppo del sistema energetico al 2050.