Ogni volta che il sistema energetico internazionale entra in tensione, il nucleare torna nel dibattito italiano. E ogni volta riemerge lo stesso schema. Da un lato, i vantaggi: è una fonte di elettricità decarbonizzata, può contribuire alla sicurezza degli approvvigionamenti, ridurre la dipendenza dall’estero, stabilizzare il sistema elettrico e, nel lungo periodo, beneficiare di innovazioni come gli SMR o, più lontano, la fusione. Dall’altro lato, le criticità: tempi di realizzazione lunghi, costi elevati e incerti, rischio finanziario significativo, necessità di supporto pubblico, gestione delle scorie, competizione con altre tecnologie low-carbon per l’allocazione degli investimenti.
Questo confronto, tuttavia, si muove quasi sempre su due livelli: quello tecnico (funziona? è sicuro?) e quello economico (conviene? quanto costa?). Manca spesso un terzo livello, che è quello decisivo: il livello politico. Il nucleare non è una soluzione tecnica a un problema tecnico, ma una scelta politica di lungo periodo che riflette il tipo di Stato, di economia e di società che si intende costruire.
Per capire cosa significa, è utile guardare al confronto tra Italia e Francia. Negli anni Sessanta, la capacità nucleare installata in Italia era superiore a quella francese. Nel giro di poco tempo, però, le traiettorie divergono radicalmente. In risposta alle crisi petrolifere degli anni Settanta, la Francia adotta il piano Messmer e costruisce una strategia nucleare fortemente centralizzata, presentata come strumento di indipendenza energetica e modernizzazione. L’Italia, invece, rallenta, orientandosi verso il gas e l’efficienza, mentre il nucleare viene progressivamente abbandonato perché associato a rischi, opacità e costi elevati. La divergenza diventa definitiva dopo il disastro di Chernobyl. L’Italia sceglie la via referendaria e abbandona il nucleare; la Francia rafforza il quadro regolatorio e prosegue. La tecnologia è la stessa, ma cambia la narrazione politica che la sostiene. Il punto non è stabilire chi abbia avuto ragione. Il punto è riconoscere che il nucleare è, prima di tutto, una scelta politica che produce effetti persistenti nel tempo.
Questo aiuta anche a chiarire un equivoco diffuso: l’idea che basti spiegare gli aspetti tecnici e “guardare ai dati” per risolvere il dibattito. Anche gli strumenti più sofisticati, come gli scenari energetici, non sono rappresentazioni neutre del futuro, ma costruzioni basate su ipotesi. Cambiando queste ipotesi (sui costi, sull’innovazione, sul contesto sociale), possono cambiare i risultati. Il nucleare può apparire utile o pericoloso, indispensabile oppure marginale. Il punto, quindi, non è chi ha ragione, ma quale cornice interpretativa si adotta e quanta complessità siamo in grado di gestire.
In questo contesto, la questione del rischio viene spesso semplificata. Ma il nodo non è soltanto quanto il nucleare sia rischioso. È quanto ci fidiamo di chi quel rischio deve gestirlo. Tecnologie complesse e ad alta intensità di capitale richiedono istituzioni credibili, stabili e capaci. Dove questa fiducia esiste, il nucleare può essere integrato nel sistema. Dove è più fragile, diventa un terreno di conflitto. Le scelte fatte in passato continuano a pesare sul presente. L’uscita dal nucleare ha portato l’Italia a costruire il proprio sistema energetico su altre basi: gas naturale, importazioni, sviluppo progressivo delle rinnovabili. Nel tempo, questa configurazione ha generato una dipendenza dal percorso intrapreso. Non solo in termini tecnologici, ma anche industriali e istituzionali. La filiera nucleare si è ridotta, le competenze operative si sono concentrate su progetti all’estero, i costi di un eventuale rientro sono aumentati.
Per questo, parlare di “ritorno al nucleare” può essere fuorviante. Non si tratterebbe di riattivare un settore esistente, ma di ricostruirlo. Servirebbero un nuovo quadro normativo, procedure di localizzazione, modelli di finanziamento adeguati a investimenti di lungo periodo. L’Italia conserva competenze tecniche e scientifiche, ma ha perso gran parte della capacità industriale necessaria per realizzare nuovi impianti. E soprattutto, il nucleare implica un ruolo rilevante dello Stato. Storicamente, è una tecnologia che richiede garanzie pubbliche e condivisione del rischio. Ripartire significherebbe quindi riaprire anche una questione più ampia: quale ruolo attribuire al settore pubblico in un sistema oggi liberalizzato.
C’è poi un disallineamento temporale che contribuisce a spiegare la natura ciclica del dibattito. Le crisi energetiche/geopolitiche sono fenomeni di breve periodo. Tuttavia, nel caso dell’Italia, rivelano un problema strutturale, una fragilità sistemica. La dipendenza dall’estero, unita ad una strategia industriale debole, espone periodicamente il nostro paese all’ottovolante dei prezzi. Intervenire sull’emergenza congiunturale, ad esempio attraverso la sospensione temporanea delle accise, consente di attenuare gli effetti più visibili della crisi, ma lascia invariati i meccanismi che la generano. In questo modo si agisce sul sintomo, senza affrontare le cause profonde. Va detto con chiarezza che il nucleare è una scelta che produce effetti su orizzonti di decenni. Richiede tempi di realizzazione lunghi, investimenti ingenti e continuità istituzionale. Invocarlo come risposta a un’emergenza immediata significa sovrapporre piani temporali diversi: ovviamente non è la soluzione a “questa” crisi, ma può contribuire a immunizzare il sistema alle crisi future.
Un ulteriore elemento, spesso trascurato, riguarda la struttura stessa del sistema energetico. Il nucleare produce elettricità. Oggi, però, l’elettricità rappresenta solo un quinto dei consumi finali di energia (circa il 22% nel caso italiano). Questo significa che il suo contributo alla decarbonizzazione dipende in modo cruciale da un altro processo: l’elettrificazione dei consumi. Senza un aumento significativo dell’uso dell’elettricità nei trasporti, nel riscaldamento e nell’industria, l’impatto del nucleare resta limitato. In questo senso, non è una soluzione autonoma, ma parte di una trasformazione più ampia.
Per questo è importante chiarire cosa stiamo davvero decidendo. Non stiamo decidendo se il nucleare sia “buono” o “cattivo”, né si tratta di schierarsi come in una tifoseria. Stiamo decidendo quale sistema energetico vogliamo costruire, quale ruolo attribuire allo Stato, quale livello di rischio siamo disposti a gestire e quanto ci fidiamo delle istituzioni che dovrebbero gestirlo.
Rinunciare al nucleare significa puntare sulla capacità di ridurre i consumi, espandere le rinnovabili e gestirne l’intermittenza. Puntare sul nucleare significa fare una scommessa non solo sulla tecnologia, ma sulla stabilità istituzionale, sulla capacità di sostenere nel tempo investimenti complessi, su una strategia energetica articolata e coerente.
I dati possono aiutare a definire il problema. Ma la scelta resta, inevitabilmente, politica.
Le opinioni espresse in questo articolo sono personali dell’autore e non possono essere riferite all’azienda per cui lavora.


















