Nel 1972, il Club di Roma diffuse l’idea che le riserve di idrocarburi fossero così limitate da rendere necessaria l’adozione di una strategia di decrescita. Da allora, quanti errori sono stati commessi a causa della fiducia eccessiva in modelli di elaborazione e previsione dei dati imprecisi e spesso fuorvianti.

Dopo le crisi petrolifere degli anni Settanta, grazie in particolare ai progressi tecnologici (anche con il programma di dimostrazione della Commissione europea), all’apertura delle zone economiche esclusive in mare e allo sviluppo del gas naturale, abbiamo vissuto circa quarant’anni di stabilità nel settore. Tuttavia, con l’accelerazione delle politiche ambientali, l’opposizione a petrolio e gas è diventata sempre più accesa, culminando nel 2015 con la COP 21 e l’Accordo di Parigi.

Da allora, il termine “petrolio” è divenuto un tabù all’interno delle istituzioni europee, al punto che la popolazione credeva si potesse farne a meno, quando invece esso rappresenta ancora la quota maggiore nel mix energetico. L’avvento di una nuova era senza idrocarburi sembrava finalmente imminente. Tuttavia, questo "vecchio mondo" — perché è così che deve essere ormai definito — non esiste più. È durato solo dieci anni e l’illusione si è dissolta rapidamente, tanto era improbabile.

Nel mio articolo del 2017, The Myth of a Fossil Fuel Phase-Out, pubblicato su Project Syndicate,  spiegavo già che, nonostante i numerosi sforzi legislativi e finanziari per incentivare l’adozione delle energie rinnovabili, gli idrocarburi sarebbero rimasti il pilastro dello sviluppo economico globale per diverso tempo. Questa centralità è dovuta alle loro caratteristiche fisiche ineguagliabili. Possiamo davvero immaginare il gigantesco sistema di trasporto globale alimentato dall’elettricità?

Alcuni dati a supporto di quanto detto. Nel 2024, i combustibili fossili rappresentavano l’87% del consumo energetico globale, una percentuale che è rimasta sostanzialmente invariata dagli anni ’90. Allo stesso tempo, eolico e solare coprivano appena il 3% della domanda di energia primaria. Pertanto, sebbene queste ultime stiano registrando una crescita significativa, non stanno realmente sostituendo i combustibili fossili. Piuttosto, si aggiungono a questi in una dinamica di incremento complessivo della domanda di energia. Questa realtà è analizzata in dettaglio in un articolo della Rivista Energia  del 2025, intitolato Addizione energetica, più che transizione, che dimostra come il divario tra combustibili fossili ed energie rinnovabili, in termini assoluti, si stia ampliando invece di ridursi.

Inoltre, contrariamente ai timori espressi dal Club di Roma, le riserve di idrocarburi risultano ancora adeguate a sostenere la domanda. Gli eventi geopolitici recenti confermano questa previsione: non solo gli idrocarburi continuano a dominare il mix energetico (con il 59% a livello globale e il 64% nell’Unione Europea), ma la grande rivoluzione geopolitica legata al petrolio e al gas di scisto negli Stati Uniti sta ulteriormente consolidando il loro ruolo centrale nel futuro energetico globale.

Questo sconvolgimento ha trasformato gli Stati Uniti in un attore energetico dominante, capace di competere con le tradizionali grandi potenze petrolifere come l’Arabia Saudita e la Russia. Nel 2025, gli Stati Uniti sono diventati il maggior esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), consolidando la loro influenza geopolitica e la capacità di dominare la scena energetica globale. Fin dalla prima amministrazione Trump, questa nuova geopolitica dell’energia ha reso possibile la firma degli Accordi di Abramo da parte dei Paesi arabi, che hanno capito che il vecchio mondo non esistesse più e che il loro potere negoziale e geopolitico fosse minore rispetto al passato.

I prossimi mesi potrebbero essere caratterizzati da profondi sconvolgimenti in paesi come il Venezuela e l’Iran, entrambi ricchi di idrocarburi ma alle prese con sanzioni internazionali e gravi crisi interne. Negli ultimi giorni, Bloomberg ha riferito che una petroliera venezuelana sarebbe diretta verso Israele, in particolare verso la raffineria del Gruppo Bazan. Un funzionario venezuelano ha smentito la notizia ma, che sia vero o meno, il semplice fatto che tale annuncio sia stato divulgato dimostra ulteriormente che il vecchio ordine mondiale non esiste più.

In un’ altra dichiarazione, Wright, Il Segretario all'Energia degli Stati Uniti, durante la sua recente visita a Caracas, riferisce che gli Stati Uniti avrebbero venduto greggio venezuelano alla Cina. Secondo Wright, le vendite di petrolio del Venezuela, attualmente controllate dagli Stati Uniti, dovrebbero generare circa cinque miliardi di dollari nei prossimi mesi. Gran parte del petrolio viene raffinato nelle raffinerie statunitensi, e i proventi delle vendite sono destinati al governo venezuelano ad interim. Con il tempo, è probabile che il Venezuela tornerà a ricoprire un ruolo significativo nel mercato petrolifero globale.

Allo stesso modo, un possibile accordo sul nucleare con l’Iran, o addirittura la caduta del regime islamista, potrebbe portare a un significativo aumento delle esportazioni iraniane di petrolio e gas, contribuendo ulteriormente alle trasformazioni nei mercati degli idrocarburi. Con circa il 10% delle riserve mondiali di petrolio e il 19% di quelle di gas naturale, questo colosso energetico potrebbe riconquistare il ruolo che ricopriva 47 anni fa, qualora abbandonasse il suo islamismo distruttivo, sia sul piano interno che su quello internazionale.

Tuttavia, è evidente che il suo isolamento diplomatico rappresenti un segnale chiaro della fine dell’epoca segnata dalla paura di una carenza globale di idrocarburi. Un ritorno pieno dell’Iran nei mercati energetici internazionali migliorerebbe, infatti, la sicurezza globale dell’approvvigionamento.

L’Unione Europea sta seguendo una strada più che discutibile con il suo approccio manicheo a favore delle energie rinnovabili. Il 15 maggio 2023, durante la conferenza "Beyond Growth" (Al di là della crescita) – che tornava al sogno del Club di Roma – presso il Parlamento Europeo a Bruxelles, Ursula von der Leyen ha descritto il modello di crescita basato sui combustibili fossili come "obsoleto". Tuttavia, nel tentativo di ridurre drasticamente il consumo di idrocarburi, l’UE rischia di compromettere sia la propria competitività economica sia la sicurezza energetica. A questo punto, ci si potrebbe legittimamente chiedere: chi è davvero obsoleto?

Marco Rubio, segretario di Stato USA, intervenendo alla conferenza sulla sicurezza di Monaco il 14 febbraio, ha lasciato intendere con toni più misurati rispetto a J. D. Vance l’anno scorso, che l’UE si sta sbagliando su questioni fondamentali: “Per accontentare l’ideologia ambientalista, ci siamo dati delle politiche energetiche che stanno mettendo in difficoltà la nostra gente, mentre i nostri concorrenti usano petrolio, carbone, gas naturale e tutto il resto non solo per far andare avanti le loro economie, ma anche per avere un vantaggio su di noi.”

Gli idrocarburi, in sintesi, continueranno a svolgere un ruolo centrale nel mix energetico globale, perché i paesi hanno bisogno di crescita per garantire una certa qualità di vita alle loro popolazioni. Per farlo, devono lavorare, cioè usare l'energia, perché energia e lavoro sono nozioni identiche della fisica. Il mondo avrà sempre bisogno di joule, e i joule più abbondanti e facili da usare sono quelli degli idrocarburi!

È arrivato, quindi, il momento di riconoscere che gli idrocarburi rappresentano ancora il motore della crescita economica e della stabilità geopolitica. È necessario continuare ad affermarlo, anche se può risultare politicamente scorretto. La riunione di Anversa dell’11 febbraio, convocata da Bart De Wever, Primo Ministro del Belgio, suona come un campanello d’allarme: l’industria europea è in difficoltà, rivelando le criticità delle scelte energetiche ed economiche adottate dal continente.

La parentesi dell’illusione si è chiusa definitivamente. È arrivato il momento di ammetterlo.

Samuele Furfari è autore, tra gli altri, di "Insicurezza energetica. La distruzione organizzata della competitività dell'UE", e “The truth about COPs. Thirty years of illusions”