Per oltre un secolo il petrolio ha alimentato modernizzazione, mobilità di massa e globalizzazione delle catene del valore. Dall’illuminazione delle prime città industriali alla rivoluzione dei trasporti e dei commerci, questa fonte ha rappresentato la spina dorsale dello sviluppo economico del Novecento. Eppure, ogni grande crisi — dagli shock degli anni ‘70 alle volatilità degli ultimi 10-15 anni — ha riacceso puntualmente la previsione della sua imminente fine, spesso accompagnata dall’idea che una nuova tecnologia ne avrebbe decretato il rapido superamento.
La realtà, però, racconta altro. Il petrolio ha dimostrato una notevole resilienza, adattandosi a trasformazioni tecnologiche, industriali e geopolitiche senza perdere centralità nei sistemi energetici. Oggi, nell’epoca della transizione e dell’accelerazione delle rinnovabili, torna al centro del dibattito non per inerzia, ma per un dato semplice e spesso rimosso: continua a garantire sicurezza, continuità e competitività economica, a fronte di una domanda mondiale di energia che continua a crescere. Non è più il monopolio di pochi paesi, ma una fonte geograficamente più distribuita, meno esposta ai rischi di concentrazione e ai capricci dello “sceicco” di turno.
Il 2025 conferma questa traiettoria. I mercati energetici globali hanno confermato la tenuta della domanda di petrolio che, con un peso del 38%, resta la prima fonte del mix mondiale, mentre consumi e investimenti mostrano come la transizione stia procedendo, ma in modo meno lineare di quanto auspicato. Il “Preconsuntivo 2025: energia e mobilità” di UNEM, presentato lo scorso 11 dicembre a una platea di giornalisti, istituzioni e operatori, fotografa una crescita della domanda di energia globale (+1,8%) e i massimi storici per i consumi di petrolio negli ultimi due trimestri dell’anno (105 milioni b/g).
Un punto cruciale riguarda la necessità di garantire investimenti adeguati lungo tutta la filiera upstream Oil&Gas. Dopo il 2019, quasi il 90% degli investimenti mondiali è servito a compensare il declino naturale dei giacimenti, non ad ampliarne la capacità. Senza nuove attività esplorative e di sviluppo, l’offerta globale, secondo le stime dell’Aie, perderebbe ogni anno 5,5 milioni b/g con effetti rilevanti su prezzi, sicurezza e stabilità dei mercati. È un dato che impone continuità nelle politiche industriali e un approccio meno ideologico: la sicurezza degli approvvigionamenti resta un prerequisito, non un obiettivo accessorio della transizione.
Altro elemento emerso è che in Europa la domanda energetica torna a crescere, seppur lievemente (+0,3%), mantenendosi però su livelli decisamente inferiori rispetto al 2000 (-19%). Nel mix, i combustibili fossili rappresentano ancora ben oltre due terzi dei consumi e il petrolio continua a essere la prima fonte (42%). Le rinnovabili avanzano, ma prevalentemente a spese del carbone e, in parte, del nucleare. È il segno di una transizione che procede, ma che non cambia ancora la struttura portante del sistema energetico europeo.
Lo scenario italiano è più articolato, ma altrettanto indicativo. I consumi petroliferi totali calano del 3% rispetto al 2024, ma all’interno del dato complessivo emergono dinamiche molto diverse tra loro. La benzina cresce del 3,8% e il jet fuel del 2,2%, mentre le flessioni più marcate arrivano dalla petrolchimica, dai bunker e dai consumi di raffineria. I carburanti rinnovabili — biofuel avanzati e altri prodotti drop‑in — stanno via via emergendo (+26% dal 2021) come soluzione per decarbonizzare non solo i settori hard-to-abate (pesante, aviazione, marittimo) ma anche il trasporto stradale leggero. Anche i flussi commerciali mostrano un riassetto: diminuiscono le importazioni di prodotti finiti e di semilavorati, mentre tengono le esportazioni di virgin nafta e olio combustibile.
Un segnale positivo arriva poi dalla bolletta energetica, in miglioramento del 4,2% grazie soprattutto alla minore incidenza della componente petrolifera (-3,9 miliardi di euro) che ha controbilanciato l’aumento dei costi del gas (+1,1 miliardi di euro). In questo contesto, va rilevato il contributo della produzione nazionale (circa 4 milioni di tonnellate) senza la quale avremmo avuto un maggiore esborso di 1,9 miliardi di euro.
Nel suo complesso, il 2025 conferma dunque un settore petrolifero in trasformazione ma tutt’altro che marginale. La transizione procede, ma l’evoluzione della domanda mostra come la storia dell’energia prescinda dai desideri e che parlare oggi di petrolio non è resistere al cambiamento, ma riconoscere che la transizione energetica è più complessa di quanto si racconta. Il petrolio non scompare, ma cambia ruolo diventando parte di un mix più articolato, resiliente e tecnologicamente vario. Non più simbolo di un’era in via di esaurimento, bensì componente ancora imprescindibile di un sistema che evolve sotto spinte tecnologiche, industriali e geopolitiche.


















