Nel giro di due anni il nucleare è tornato con forza nell’agenda italiana. A spingerlo, da un lato, la rinnovata attenzione europea alla sicurezza degli approvvigionamenti; dall’altro, la necessità di affiancare alle rinnovabili fonti davvero programmabili. La Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile ha chiuso i lavori nell’ottobre 2024 e, nel 2025, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha pubblicato i rapporti dei sette gruppi di lavoro: fissione, fusione, sicurezza e regole, rifiuti e dismissioni, competenze e accettabilità sociale. Ne scaturisce un percorso al 2050 che punta sui piccoli reattori modulari e sui reattori avanzati come complemento alle rinnovabili, grazie alla flessibilità operativa e agli usi combinati di elettricità e calore (inclusa la produzione di idrogeno). In parallelo, l’Italia è diventata membro effettivo dell’Alleanza europea sul nucleare e partecipa all’Alleanza industriale europea sui piccoli reattori modulari, che nel 2025 ha varato un piano d’azione per accelerare i progetti dimostrativi e armonizzare le regole, con l’obiettivo di arrivare alle prime applicazioni nei primi anni Trenta.
Sul fronte interno, nell’autunno del 2025 il Consiglio dei Ministri ha dato il via a una legge delega sul nucleare “sostenibile”. L’obiettivo è mettere nero su bianco un Programma nazionale, creare un’autorità di sicurezza davvero indipendente e snellire le procedure di autorizzazione. Il cammino, però, resta di lungo periodo: serviranno il passaggio in Parlamento e poi i decreti attuativi.
Intanto, sul versante industriale è nata Nuclitalia, partecipata da Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%), con il compito di valutare i progetti di piccoli reattori modulari ad acqua, definire che cosa serve al sistema Paese e costruire partnership lungo la filiera. È un passo concreto, ma ancora legato all’evoluzione del quadro regolatorio.
Resta cruciale il capitolo dei rifiuti radioattivi. La Carta nazionale delle aree idonee — l’elenco dei siti potenzialmente adatti a ospitare il Deposito nazionale — è entrata tra il 2024 e il 2025 nella Valutazione ambientale strategica. Secondo il calendario indicato dal Ministero e da Sogin, l’autorizzazione unica potrebbe arrivare verso la fine del decennio, con l’avvio del Deposito nella seconda metà degli anni Trenta. È un tassello abilitante: senza questo passaggio, anche la credibilità di un eventuale ritorno al nucleare ne risentirebbe.
Dai lavori della Piattaforma nazionale e dai messaggi successivi del Governo emerge un’impostazione chiara: prudenza operativa, ma passo avanti. Si procede su norme, filiera industriale e regolazione con tempi realistici. Le stime più conservative indicano un primo piccolo reattore modulare nella seconda metà degli anni Trenta, mentre la fusione resta un traguardo oltre il 2050. Per la fase di sviluppo e dimostrazione è previsto un sostegno pubblico di qualche miliardo di euro, che affianchi i capitali privati. Sul versante dei controlli, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione e il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, insieme all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), stanno potenziando coordinamento, competenze e procedure in vista dei nuovi compiti autorizzativi.
I piccoli reattori modulari hanno potenze tipiche tra 100 e 300 megawatt elettrici. Nascono per essere costruiti in serie, con progetti standard che si replicano e si affinano cantiere dopo cantiere. Le applicazioni principali restano la fornitura di elettricità alla rete, il calore per i processi industriali e la produzione di idrogeno; più avanti, possono servire anche reti di teleriscaldamento. Dal punto di vista del sistema elettrico, la capacità di modulare la potenza e seguire il profilo della domanda aiuta a contenere i costi di bilanciamento in un mix ricco di rinnovabili.
Sul piano economico, diversi studi collocano il costo livellato dell’energia a regime in una forbice fra 50 e 120 €/MWh. Il valore effettivo dipenderà dall’esito dei primi cantieri (il primo esemplare tende a costare di più per via della curva di apprendimento e dei rischi iniziali) e dalla rapidità con cui si passerà alla produzione in serie, sostenuta da una filiera qualificata e da processi solidi di garanzia e controllo qualità. In Italia, oltre alla presenza di Ansaldo Nucleare e di un indotto ampio, la nascita di Nuclitalia segnala la volontà di concentrare le competenze di valutazione tecnica e di approvvigionamento industriale, agganciando al contempo le opportunità che arrivano dall’Europa.
Per dare concretezza ai numeri, immaginiamo un singolo modulo da 100 MW: lavora con un fattore di carico dell’80% (fermate per manutenzione incluse) e una vita utile di 25 anni. In queste condizioni, la produzione annua si attesta intorno a 700 mila MWh. Sul fronte dei ricavi, lo scenario ipotizza che il 90% dell’energia venga venduto a un cliente industriale con un contratto di lungo periodo a 130 €/MWh, mentre il restante 10% sia immesso in rete a 65 €/MWh.
Per gli investimenti, il costo unitario è fissato in 5.000 €/kW. A questo si aggiungono un extra costo del 12% e una riserva per imprevisti del 10%: il costo iniziale complessivo arriva così attorno a 610 milioni di euro. I costi operativi, sia fissi sia variabili, sono allineati ai valori di riferimento di mercato.
Con queste premesse, i ricavi lordi annui dalla sola vendita di energia valgono circa 86,6 milioni di euro: circa 82 milioni provengono dal contratto di lungo periodo e circa 4,6 milioni dalle vendite in rete. Se rapportiamo questi flussi all’investimento iniziale, il tempo di ritorno lordo semplificato, prima di considerare costi operativi, imposte e oneri finanziari, si colloca intorno ai sette anni.
La redditività resta però sensibile a vari fattori: prezzo e struttura del contratto di lungo termine, costo del capitale e profilo del debito, differenza tra primo esemplare e unità di serie, oltre alla disponibilità di strumenti come contratti per differenza, meccanismi di capacità o prezzi minimi garantiti. La bancabilità dipenderà dall’equilibrio fra standardizzazione industriale, visibilità dei ricavi e rigore esecutivo in costruzione.
Nel prossimo quinquennio l’agenda ruota attorno a quattro snodi. Primo, norme e autorità: va chiusa la legge delega con i relativi decreti attuativi, chiarendo il perimetro e l’indipendenza dell’autorità di sicurezza, le regole per le autorizzazioni e i criteri di scelta dei siti per i piccoli reattori modulari. In questo quadro rientrano anche il riuso di aree industriali esistenti e l’eventuale conversione di centrali a carbone.
Secondo, il Deposito nazionale: occorre completare la Valutazione Ambientale Strategica sulla Carta delle aree idonee e aprire la fase di concertazione con un calendario certo per autorizzazioni e costruzione.
Terzo, un progetto dimostrativo: serve definire una breve lista di tecnologie e l’uso prevalente (elettricità, calore, idrogeno), scegliere il modello contrattuale più adatto (contratto di lungo periodo con un cliente o contratto per differenza), individuare il sito e il consulente tecnico del committente. In parallelo, va tracciato un percorso di bancabilità che renda esplicito il costo del capitale, garanzie e strategia di approvvigionamento.
Quarto, filiera e competenze: vanno pianificati i fabbisogni di personale e la qualificazione dei fornitori — dai componenti critici ai processi di qualità — facendo leva sugli strumenti europei, dall’Alleanza sui piccoli reattori ai Progetti Importanti di Comune Interesse Europeo, per accelerare standardizzazione e capacità produttiva.
L’Italia ha già messo a segno passi concreti: la Piattaforma nazionale ha fornito una base tecnica e programmatica, il Governo ha avviato il percorso normativo e l’industria si è dotata di un veicolo dedicato. I nodi decisivi, però, sono ancora davanti: il varo del Deposito nazionale, un assetto regolatorio e autorizzativo chiaro, la scelta tecnologica e, soprattutto, la bancabilità del primo progetto. In questo quadro, i piccoli reattori modulari possono diventare una leva industriale ed energetica che integra le rinnovabili, a patto di garantire standardizzazione, realismo sui costi e rigore esecutivo nei primi cantieri. È su questi passaggi che si misura la distanza tra un annuncio e un investimento.



















