In modo ancor più evidente rispetto a quanto già avvenuto nella crisi economica del 2008, l’emergenza sanitaria legata alla diffusione del COVID-19 e le conseguenti limitazioni agli spostamenti e alle attività produttive hanno determinato il risultato apparentemente positivo di un incremento della quota dei fabbisogni energetici coperta dalle fonti rinnovabili di energia (FER). In particolare, nel settore elettrico le FER hanno raggiunto un nuovo massimo storico coprendo, sulla base delle stime dell’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano dell’ENEA, oltre il 50% dei consumi finali lordi complessivi nel mese di maggio. Si tratta di un dato di poco inferiore al target settoriale del 55% al 2030 recentemente definito nell’ambito del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC).

Una simile dinamica è intuitivamente legata al crollo dei consumi energetici primari che si sono complessivamente ridotti nei primi sei mesi del 2020 del 14% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente come conseguenza della contrazione della produzione industriale, del prodotto interno lordo e della mobilità. Si tratta di un calo senza precedenti inevitabilmente concentratosi nel secondo trimestre e in particolare nei mesi di aprile (–30% sul 2019) e maggio (-22%). Solo lievemente minore è stata la contrazione della domanda elettrica, diminuita nel secondo trimestre del 2020 del 13,6% (-10,4 TWh) rispetto allo stesso periodo del 2019, con un calo massimo del 17% ad aprile su base mensile e una punta del -25% nella settimana centrale del mese.

In questo quadro, la generazione da FER è aumentata di oltre 2 TWh, più della metà dei quali riconducibili al solo solare fotovoltaico, a fronte di una riduzione tanto delle importazioni nette (-6 TWh) quanto della produzione termoelettrica (-4 TWh). La quota di consumi elettrici da FER è dunque cresciuta sia complessivamente, con valori massimi su base oraria di circa il 90%, che in relazione alla generazione non programmabile, arrivata in alcune ore a valori superiori al 70%. In particolare, la produzione da fonti non programmabili ha rappresentato più del 20% della richiesta nei mesi di aprile e maggio, pur rimanendo in valore assoluto al di sotto dei livelli passati.

L’incremento del contributo delle FER nel settore elettrico apre inevitabilmente ad una serie di riflessioni.

Al di là della situazione contingente di uno shock di domanda senza precedenti, le recenti dinamiche hanno comunque reso evidente la percorribilità degli obiettivi definiti nel PNIEC di una maggiore penetrazione di fonti non programmabili rispetto alla cui crescita il sistema elettrico ha mostrato buone capacità di risposta alle diverse criticità emerse. In effetti, sebbene sia stato necessario per il gestore della rete l’approvvigionamento di risorse di regolazione del sistema a costi crescenti nel mercato dei servizi di dispacciamento e il ricorso alla limitazione della produzione eolica, in particolare nelle ore centrali dei giorni festivi, non si sono verificati eventi critici rilevanti. La tenuta del sistema elettrico andrà naturalmente valutata in un contesto di ripresa delle attività economiche e produttive del Paese nel quale tuttavia è attesa una riduzione dei consumi di energia e l’ulteriore sviluppo delle tecnologie fotovoltaiche ed eoliche, la cui produzione dovrebbe rispettivamente triplicare e più che raddoppiare entro il 2030.

Ma la resilienza delle rinnovabili, in particolare, elettriche non può essere considerata garantita secondo il Direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, in quanto l’incertezza derivante dal coronavirus ha già rallentato lo sviluppo degli investimenti e rischia di costituire un freno ancor più significativo se divenisse sempre più radicale, a meno di scelte di politica industriale ed energetica che facciano delle rinnovabili uno degli assi portanti dei pacchetti di stimolo dell’economia.

Tali scelte dovrebbero ovviamente inserirsi in una strategia complessiva orientata alla sostenibilità, che costituisce infatti uno degli elementi fondamentali dei piani da sottoporre alla Commissione europea per ottenere le risorse disposte dal Recovery Fund, e che dovrebbe essere in grado, da un lato, di non acuire forme di dipendenza tecnologica e, dall’altro, di individuare un percorso di sviluppo, anche industriale.

Sotto questo profilo, come già la crisi del 2008-2012 aveva largamente evidenziato, la reale sfida per il nostro Paese non è il raggiungimento dei target di diffusione delle FER - nel 2018 l’Italia è l’unico tra i principali Paesi UE nel quale si osserva una quota FER sui Consumi finali lordi superiore all’obiettivo fissato dalla Direttiva 2009/28/CE per il 2020 -, ma ripensare il proprio modello di produzione e consumo in una direzione maggiormente sostenibile sotto il profilo ambientale, e non solo, e capace di realizzare un effettivo miglioramento delle condizioni di vita delle persone. Purtroppo, nonostante sia costante il riferimento alle tematiche della sostenibilità, le ricette suggerite non sembrano andare molto al di là di un sostegno alla domanda finale di “sostituzione”, nella maggiore parte dei casi slegate con la realtà produttiva, mentre sembra al momento assente una riflessione articolata sul futuro assetto economico del Paese e sul ruolo che le FER dovrebbero avere in tale percorso.

Le numerose sfide poste dall’epidemia del COVID-19 non forniscono un’occasione, ma bensì evidenziano la necessità di un dibattito pubblico che passi dall’individuazione di parole d’ordine accattivanti allo sforzo di applicazione dell’intelligenza collettiva per ridisegnare le fondamenta produttive, tecnologiche ed energetiche del paese per una transizione sostenibile dal punto di vista non solo ambientale, ma anche sociale.