Vale la pena scommettere sul nucleare? Molto probabilmente sì. Le motivazioni principali sono le solite, espresse dall’ormai famoso “trilemma” dell’energia: individuare la strategia energetica per un paese, adeguata al periodo storico attuale e resiliente anche in futuro, richiede di risolvere un’equazione che lega tre variabili, l’ambiente la geopolitica e l’economia.
Occorre trovare il giusto compromesso, o almeno quello che comporta i rischi minori.
Nell’equazione può entrare il contributo nucleare (a determinate condizioni).
Perché è una tecnologia rispettosa dell’ambiente: emette solo 12 grammi di CO2 equivalente per kWh prodotto, sull’intero ciclo di vita, ossia gli stessi dell’eolico, la metà dell’idroelettrico, addirittura un quarto del fotovoltaico. Utilizza meno suolo: una centrale da 1000 MWe, in grado di alimentare almeno un milione di abitazioni, occupa circa 3 km2, per ottenere la stessa quantità di energia usando pannelli fotovoltaici devo occupare terreni che (in base all’insolazione) variano tra 100 e 200 km2, con l’eolico devo distribuire turbogeneratori alti 200 m su un’area di circa 700 km2. Anche in termini di consumo di materiali critici (es. rame, silicio, cobalto, manganese, molibdeno) e terre rare, il nucleare riduce le necessità e l’impatto: 20 ton per TWh prodotto, contro le 80 del fotovoltaico, le 190 per l’eolico su terraferma e le 230 per l’eolico offshore.
Si può certamente obiettare circa la dipendenza del nucleare dalla disponibilità di acqua per il raffreddamento, in tempi di cambiamenti climatici e di periodi siccitosi come quello vissuto quest’estate. Ma è un problema che si può risolvere dotando le centrali poste sui fiumi (per quelle sul mare invece non vi sono problemi) di torri di raffreddamento: è un costo aggiuntivo, ma consente di ridurre a un decimo la quantità di acqua necessaria. Addirittura, qualcuno progetta i nuovi SMR (Small Modular Reactor) per l’impiego di scambiatori ad aria. Si ricordi però che i cambiamenti climatici e le alte temperature coinvolgono anche le rinnovabili: quest’estate le alte temperature hanno ridotto di molto la produzione eolica e hanno comportato una perdita di efficienza nella conversione elettrica dei pannelli fotovoltaici.
Perché è una tecnologia che riduce i rischi geopolitici: il ciclo produttivo nucleare è molto articolato, soprattutto per la fase di produzione del combustibile. Ma è quasi interamente posseduto dalle aziende europee: dalla progettazione-costruzione-esercizio-smantellamento delle centrali nucleari, all’arricchimento e alla fabbricazione del combustibile, al suo riprocessamento sino alla gestione dei rifiuti radioattivi. Anzi, a breve (2027-28) l’Europa sarà la prima al mondo a possedere una soluzione operativa al problema dello smaltimento definitivo dei rifiuti ad alta radioattività: ad Onkalo in Finlandia.
È vero, rimane fuori dal controllo diretto europeo il primo passo dell’intera catena, vale a dire l’approvvigionamento del materiale grezzo, l’uranio naturale. Ma possiamo limitare l’import a soli due paesi “non-critici” e dotati della prima e della terza riserva mondiale di quel minerale: l’Australia e il Canada. A meno che non si voglia iniziare a scavare anche in Europa: in Italia si potrebbero sfruttare i giacimenti presenti a Novazza (Bergamo) e in Val Vedello (Sondrio), come alcune società straniere hanno tentato di fare nel 2006 e anche oggi.
Perché è una tecnologia che impatta positivamente sull’economia: è una fonte energetica ad alta “produttività” (le centrali nucleari di norma funzionano a piena potenza per circa l’80-90% delle ore in un anno, contro il 60% del turbogas, il 34% di idroelettrico ed eolico, il 24% del fotovoltaico), programmabile (posso decidere quando e quanto farle funzionare), con costi di produzione stabili e prevedibili, che coinvolge circa un milione di persone nel ciclo economico in Europa. Infine, non bisogna dimenticare l’impatto che ha avuto l’avvio della grande centrale di Olkiluoto (1600 MWe) in Finlandia: pur trattandosi di un progetto fallimentare per chi l’ha costruita (la francese AREVA – a causa degli enormi ritardi, oltre dieci anni, e degli extra-costi, circa dieci miliardi di euro), nella prima settimana di funzionamento il prezzo medio dell’elettricità sul mercato finlandese si è ridotto del 75%, mentre nel primo anno di funzionamento la riduzione è stata del 40%.
Ci sono altre considerazioni che spingono in questa direzione? Sì, almeno due novità rispetto al passato. Il forte interessamento di due categorie di stakeholder: i giovani e gli energivori.
I giovani mostrano un sincero interesse ai temi ambientali, vedono il nucleare quale realmente è: non un competitor ma un facilitatore delle rinnovabili (riduce i costi di sistema, principalmente reti e accumuli, che esploderebbero con una penetrazione pressoché esclusiva di solare ed eolico). Non hanno una impostazione culturale di tipo ideologico o pregiudiziale verso il nucleare, ma sono molto aperti a informarsi e capire.
Anche i settori industriali con alti consumi energetici (es. cemento, acciaio, ceramica, vetro, per non parlare dei data centre) vedono il nucleare come una soluzione interessante e percorribile, non solo per i vincoli ambientali da soddisfare secondo la regolamentazione europea, ma pure per alcune opportunità che si potrebbero aprire con la soluzione SMR alla quale il Governo sta pensando: la costituzione di consorzi per la realizzazione e lo sfruttamento dei piccoli reattori, ad esempio attraverso i PPA (Power Purchase Agreement). Inoltre, alcuni progetti di SMR prevedono la possibilità di produrre non solo elettricità ma anche calore, da impiegare per le produzioni energivore o per la generazione di idrogeno, di acqua desalata, di biocombustibili, per il teleriscaldamento. È una interessante opportunità per sfruttare meglio il reattore e per ridurre i costi industriali, sostituendo almeno parzialmente il gas, normalmente bruciato per ottenere le potenze termiche necessarie.
Esistono vincoli o requisiti per la realizzazione di questo scenario? Certamente: almeno due, tra i tanti, meritano una sottolineatura. La capacità di governare un sistema così articolato, con molte interfacce (di tipo tecnico, finanziario, normativo, geopolitico) e molti stakeholder coinvolti (utilities, aziende della supply chain, energivori, banche, sindacati, enti locali, territori, NGO). La capacità di comprendere e di comunicare, informare, coinvolgere la popolazione, a livello nazionale come a livello locale, nello sviluppo dei possibili progetti realizzativi.
Ci sono molti compiti da svolgere a casa, per essere pronti ad un esame così impegnativo. Un esame che però è già stato brillantemente superato in passato, agli inizi dell’avventura nucleare italiana, anche grazie a due personalità di spicco, dal nome in comune, Enrico: Fermi e Mattei. Sarebbe assai utile prendere spunto da loro.


















