C'è un dato da cui vorrei partire, perché racconta meglio di ogni altro il punto di partenza dello studio che Elettricità Futura e TEHA hanno presentato a Cernobbio: il settore elettrico è oggi il primo settore industriale italiano per investimenti e il secondo per valore della produzione. Non è un primato di nicchia. Considerando il contributo diretto e indiretto della filiera elettrica allargata — dalla generazione alla distribuzione, dalla componentistica ai servizi di progettazione e manutenzione — il settore genera 226 miliardi di euro di valore della produzione, 58 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a circa il 3% del PIL italiano - che sale al 4,4% considerando anche l'indotto - e sostiene 570.000 occupati. Numeri che collocano l'elettricità tra i motori strutturali della crescita del Paese.
È un punto di partenza che vale la pena sottolineare perché cambia la prospettiva con cui affrontare il tema energetico: non si tratta solo di garantire un servizio essenziale a famiglie e imprese, ma di riconoscere in questa filiera un asset industriale su cui l'Italia può e deve continuare a investire, con ricadute che vanno ben oltre il perimetro del settore stesso.
Il secondo elemento che lo studio mette a fuoco riguarda la condizione strutturale del sistema elettrico italiano. L'Italia è un Paese "corto", in cui la domanda elettrica supera la produzione nazionale efficiente: una condizione che ci rende dipendenti dalle importazioni e più esposti alle tensioni dei mercati internazionali. È una vulnerabilità che dobbiamo affrontare investendo in nuova capacità e trasformando il mix di generazione, per ridurre progressivamente questa dipendenza dall'estero.
La questione si fa più urgente guardando alle proiezioni: la domanda elettrica è attesa in crescita del 28% al 2035 e del 41% al 2040, trainata da due fenomeni convergenti — l'elettrificazione crescente dei consumi, dalla mobilità alle pompe di calore, e lo sviluppo dei data center legati all'intelligenza artificiale, concentrati soprattutto nel Nord Italia. È una crescita da leggere come una buona notizia, perché segnala un Paese che si sta elettrificando e quindi rendendo più efficiente e meno dipendente dai combustibili fossili importati. Ma è una buona notizia solo a una condizione: che questa domanda aggiuntiva venga servita da nuova capacità nazionale, sviluppando in parallelo generazione da fonti rinnovabili, sistemi di accumulo e capacità programmabile in grado di garantire la sicurezza del sistema in ogni momento. L'elettrificazione alimentata da fonti emission free rappresenta in questo senso una leva strategica che permette di coniugare competitività, sostenibilità, sicurezza e autonomia strategica — obiettivi che troppo spesso vengono presentati come alternativi, mentre lo studio dimostra che possono e devono essere perseguiti insieme.
Ed è qui che arriviamo al messaggio chiave dello studio: il settore elettrico è pronto a mobilitare fino a 200 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi nei prossimi dieci anni, per perseguire gli obiettivi di competitività e sicurezza del sistema e abilitare questa crescita. È una cifra che si tradurrebbe in circa 15-20 miliardi di euro l'anno, distribuiti su tre direttrici che funzionano solo se sviluppate insieme: la generazione rinnovabile, che riduce l'esposizione al gas e aumenta la produzione domestica; le reti di trasmissione e distribuzione, che portano l'energia a basso costo dove serve e sono essenziali per integrare le rinnovabili e sostenere l'elettrificazione; la flessibilità e l'adeguatezza del sistema, con accumuli e capacità termoelettrica programmabile chiamati a garantire continuità nelle ore critiche.
I ritorni attesi sono commisurati all'ambizione dell'impegno. Questi investimenti possono portare a risparmi strutturali nel sistema elettrico fino a circa 20 miliardi di euro annui a regime, e generare impatti sul sistema Paese di oltre 120 miliardi di euro di PIL, 300 miliardi di valore della produzione e fino a 166.000 occupati l'anno. Considerando anche la spesa ulteriore necessaria per gli obiettivi legati all'elettrificazione della domanda — dalle auto elettriche alle pompe di calore — gli impatti salirebbero fino a 280.000 occupati medi attivati, 207 miliardi di PIL e 511 miliardi di valore della produzione. Sono numeri che rischiano però di restare sulla carta se non si crea il contesto giusto perché si traducano in cantieri reali.
Il punto centrale è questo e va sottolineato con forza: la realizzazione di questi investimenti non è automatica. Richiede condizioni abilitanti coerenti e durature nel tempo. Serve stabilità normativa e regolatoria, affinché nessun investitore impegna capitali su un orizzonte di dieci anni se le regole sono poco chiare e incerte. Serve un'effettiva crescita della domanda elettrica, perché la capacità si costruisce se c'è la certezza che verrà utilizzata. Servono processi autorizzativi rapidi e prevedibili, in quanto oggi il vero collo di bottiglia non è la disponibilità di tecnologie o capitali, ma la lentezza amministrativa: solo per le rinnovabili, oltre 4.000 progetti per circa 150 GW sono ancora fermi in iter autorizzativo. E infine serve consenso nei territori e collaborazione proattiva tra tutti gli attori coinvolti — istituzioni, Regioni, imprese, comunità locali — perché nessuna infrastruttura si realizza contro la volontà del territorio che la ospita.
Questi numeri raccontano un'occasione che l'Italia non può permettersi di sprecare. L'elettricità è già oggi un pilastro industriale del Paese, capace di generare valore, occupazione e crescita ben oltre il proprio perimetro. E le imprese del settore sono pronte a raddoppiare la posta, mettendo sul tavolo fino a 200 miliardi di euro nel prossimo decennio per rendere l'Italia più sicura e più competitiva. Perché questo si traduca in cantieri concreti, però, servono norme stabili, autorizzazioni rapide, consenso nei territori. Le risorse e la volontà delle imprese ci sono già. Quello che ancora manca è un contesto che permetta di vederne i frutti.


















