Di acqua, nell’ultimo anno, si è parlato poco. Lo prendiamo come un buon segno: in Italia, l’acqua fa notizia solo in caso di emergenze e catastrofi. Rispetto all’annus horribilis che l’ha preceduto, il 2025 è passato, da questo punto di vista, abbastanza liscio. Detto questo, non è nemmeno vero che, poiché se ne è parlato poco, sia successo poco di interessante. Tutt’altro. È semmai che la “silenziosa rivoluzione delle regole” si sta consolidando pian piano e continua a dare i suoi frutti.
Come un pitone che ha appena ingoiato un grosso ungulato, il settore idrico italiano sembra immobile, ma è in realtà impegnato nella digestione della sbornia di miliardi del PNRR che – va detto – è riuscito a non sperperare.
Grazie alla robusta iniezione di risorse pubbliche, gli investimenti hanno superato la soglia psicologica di quota 100 €/ab/anno: ancora insufficienti, ma 15 anni fa erano meno di un terzo. Il tasso di rinnovo delle reti sale, pur rimanendo ancora sotto l’1% (il tasso ottimale sarebbe 2,5%). La qualità migliora, anche se lentamente.
Il meccanismo di output-based regulation procede senza scosse sulla falsariga di quanto già sperimentato. I macro-indicatori di qualità comunicano ai gestori un’agenda strategica degli interventi da intraprendere, mettendo ordine nei programmi e consentendo di scandire un processo di miglioramento continuo con traguardi ravvicinati e verificabili.
Sul piano dell’efficientamento, le novità più interessanti riguardano il costo dell’energia, per il quale viene introdotto un meccanismo incentivante che premia i gestori capaci di ridurre i consumi rispetto all’anno di riferimento, ovvero di sostituire l’energia elettrica acquistata con l’energia autoprodotta.
Le riduzioni di costo operativo, pur non trascurabili, sono state peraltro più che compensate dai maggiori costi riconosciuti, sia per gli investimenti sia per i nuovi processi gestiti. Complessivamente, si attende un aumento medio del 6,6% all’anno nel periodo regolatorio; il valore cumulato è pari al 27%. Estendendo l’analisi al periodo precedente, REF Ricerche stima un aumento complessivo di quasi il 50% nel decennio 2020-2030. Per quanto bassi fossero i livelli di partenza – l’Italia continua ad essere, tra i paesi OCSE, uno di quelli con le tariffe inferiori – si tratta di incrementi significativi. Sotto questo aspetto, è difficile fare di più.
Il che preoccupa anche e soprattutto perché si tratta della classica “media del pollo”: alcuni territori più fortunati continuano a godere di tariffe basse e servizi di buona qualità. Dove la situazione è più critica, spesso la tariffa è già vicina a livelli di guardia. Non ancora tale da far scattare soglie critiche di accessibilità economica, ma sicuramente meritevole di attenzione. Finora, il bonus sociale idrico ha assicurato protezione alle fasce sociali più deboli; in futuro, tuttavia, potrebbe non bastare.
Il MTI-4, varato nel 2023 per il periodo regolatorio 2024-2029, prevedeva anche innovazioni strutturali potenzialmente di vasta portata.
La prima consiste nell’introduzione del macro-indicatore M0, finalizzato alla resilienza del sistema di approvvigionamento. Esso crea per i gestori la possibilità di interventi volti a incrementare la disponibilità di risorsa (opere di captazione e stoccaggio, ma anche dissalatori, infiltrazione artificiale, captazioni di acque piovane, riuso). La seconda consiste nella possibilità di inserire nel programma degli interventi opere sovra-ambito, come l’interconnessione tra sistemi contigui, permettendo a più gestori di condividerne la realizzazione all’interno dei propri piani, ma anche di concepire schemi di finanza di progetto con la partecipazione di soggetti terzi.
In terzo luogo, la gestione delle acque meteoriche viene ricondotta nel perimetro del servizio idrico integrato (SII), affidando al gestore del SII anche la competenza in materia di drenaggio urbano. Il servizio idrico tende così sempre più a qualificarsi come “infrastruttura al servizio della città”, non più soltanto come utility focalizzata sulla fornitura agli utenti. Visioni innovative come quella della “città-spugna”, da utopie futuribili, diventano soluzioni percorribili, e già alcuni territori – pensiamo all’area milanese e a quella fiorentina – si stanno orientando concretamente in questa direzione.
Nel loro complesso, queste norme indicano chiaramente una strategia volta ad estendere la responsabilità del gestore del SII verso obiettivi di gestione della risorsa a livello di bacino: un passaggio fondamentale per fronteggiare la sfida dei cambiamenti climatici, che sta già rivelando la fragilità e la vulnerabilità del sistema di gestione in molte parti del Paese.
Va detto che queste opportunità sono state colte solo in parte. La stragrande maggioranza degli investimenti e degli interventi migliorativi si concentra infatti sugli interventi più tradizionali. È ancora lo studio, già citato, di REF Ricerche ad attestarlo, mostrando come gli interventi finalizzati al miglioramento qualitativo hanno fatto la parte del leone sia nell’assorbire gli spazi dell’incremento tariffario, sia nella destinazione delle risorse pubbliche.
Nel frattempo, prosegue il consolidamento a livello industriale. Se al nord ciò avviene per lo più in modo incrementale e attraverso fusioni tra operatori pubblici confinanti, le operazioni più significative si sono verificate al Sud, in particolare in Calabria, con l’affidamento del SII a una risanata Sorical (ora interamente pubblica) e con la creazione di Acque del Sud sulle ceneri dell’ex EIPLI: due operazioni, cui si dovrebbe affiancare anche quella del Molise, che vanno nella direzione di costituire soggetti industriali in grado di prendere il timone di una trasformazione strutturale ancora da troppo tempo rimasta sulla carta.
Il settore idrico italiano, insomma, è ancora un grande cantiere di lavori in corso. La buona notizia è che la trasformazione, in senso industriale, della gestione sta dando visibilmente i suoi frutti. Quella meno buona, forse, è che lo spazio di manovra per un ulteriore salto di qualità si riduce, ed è altrettanto visibilmente condizionato dalla disponibilità di risorse pubbliche, essendo difficile immaginare di forzare ulteriormente la leva tariffaria.
Il rischio è che l’enorme mole di risorse messa a disposizione dal PNRR si riveli un fuoco di paglia, una volta esaurito il quale il settore dovrà tornare ad accontentarsi delle sole tariffe, fatalmente ritornando ai livelli di investimento pre-PNRR. Sarebbe stato forse preferibile, a nostro giudizio, cogliere l’occasione per dar vita con il sostegno del PNRR a sistemi finanziari blended, seguendo i modelli da tempo in uso in altri paesi europei, in grado di erogare risorse finanziarie a lungo termine e a costi contenuti, con la garanzia offerta dal soggetto pubblico.
Il limite del modello varato con la riforma del 1994 è che le dimensioni degli ATO sono ancora troppo piccole per mettere in moto un volano finanziario adeguato, anche utilizzando strumenti innovativi come il FoNI (in pratica, un “contributo a fondo perduto” a carico degli utenti), che ha consentito margini di autofinanziamento, con il limite però di rimanere confinati all’interno di ciascun ATO. D’altra parte, essendoci voluti 30 anni per consolidare il sistema degli ATO, non sembra saggio immaginare ulteriori processi di fusione. È necessario, semmai, avviare riforme volte alla creazione di soggetti bancabili di dimensioni nazionali, in grado di collaborare con le gestioni d’ambito e di fare da regia agli interventi infrastrutturali. Le possibilità aperte in tal senso dal MTI-4, come quella di condividere il FoNI di più gestori per interventi sovra-ambito, sono un passo nella giusta direzione, ma ancora insufficienti.



















