La crisi in corso in Iran mette in luce una realtà per l’India: lo Stretto di Hormuz non è solo un chokepoint geografico, ma rappresenta una vulnerabilità strutturale insita nell’economia energetica indiana. La maggior parte dei flussi mondiali di petrolio e dei principali flussi di GNL transita attraverso questo breve corridoio marittimo, per cui qualsiasi interruzione provoca quasi istantaneamente instabilità dei prezzi, colli di bottiglia nell’approvvigionamento e un ridefinizione delle politiche a Nuova Delhi. L'effettivo blocco dello Stretto da parte dell'Iran, in un contesto di conflitto regionale in espansione, ha interrotto la maggior parte del traffico di petroliere, lasciando le navi a terra e innescando una delle più gravi interruzioni dell'approvvigionamento energetico a livello globale dagli anni ‘70. I prezzi del petrolio hanno registrato un forte aumento, con alcune qualità di greggio alternative a quelle mediorientali che hanno superato i 150 dollari al barile, riflettendo sia la carenza di offerta che i vincoli logistici. Per l'India, le implicazioni sono immediate e multidimensionali.
La vulnerabilità dell’India deriva dalla struttura della sua dipendenza dalle importazioni. Il Paese importa oltre l’85% del proprio petrolio greggio e dipende fortemente dall’Asia occidentale sia per il petrolio che per il gas. Circa il 40-50% delle importazioni di greggio, oltre la metà delle forniture di GNL e quasi il 90% delle importazioni di GPL transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. Ciò crea una dipendenza a più livelli, non solo dai fornitori ma anche da un’unica rotta marittima. La questione del GPL è particolarmente critica. Circa il 60% del GPL consumato in India è importato, per una dipendenza dall’estero aumentata a causa della crescita dell'utilizzo di questa commodity nel settore domestico, supportata da programmi di assistenza sociale del governo per portare il gas nelle case più povere. Le interruzioni a Hormuz, quindi, hanno rapidamente provocato ammanchi e pressioni politiche.
La risposta dell’India alla crisi è stata determinata dalla sua strategia di diversificazione in continua evoluzione. Negli ultimi anni, Nuova Delhi ha ridotto la propria dipendenza da una singola area geografica, importando greggio da quasi 40 paesi e facendo transitare una quota significativa attraverso rotte marittime alternative. Ciò ha garantito una certa resilienza, assicurando che le forniture di greggio rimanessero relativamente stabili nel breve termine nonostante la crisi. L’adeguamento più evidente è stato l’aumento delle importazioni di greggio russo. Nel marzo 2026, le importazioni dalla Russia sono infatti aumentate di quasi il 50%, riflettendo un rapido passaggio verso catene di approvvigionamento non legate a Hormuz. Allo stesso modo, l’India sta valutando importazioni dagli Stati Uniti, dall'Africa Occidentale e dall'America Latina, sebbene a costo di maggiori spese di trasporto e tempi di transito più lunghi. La diversificazione presenta tuttavia dei limiti. Il trasporto marittimo a lunga distanza aumenta i costi e i tempi di consegna, e i diversi tipi di greggio potrebbero non essere del tutto compatibili con gli attuali impianti di raffinazione. Inoltre, i mercati del GNL e del GPL sono meno flessibili di quelli del petrolio, il che rende più difficile la sostituzione a breve termine.
Sul piano interno, Nuova Delhi ha combinato misure di controllo amministrativo con interventi sul mercato. È stato istituito un meccanismo di monitoraggio attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per tenere traccia delle scorte e della distribuzione di carburante, mentre alle raffinerie nazionali è stato chiesto di massimizzare la produzione. La deviazione dei flussi di idrocarburi ha aumentato la produzione interna nel settore del GPL, portando a un aumento dell’output del 25%. Inoltre, la gestione della domanda è stata fondamentale: i periodi di prenotazione delle bombole di GPL sono stati allungati per ridurre al minimo l'accaparramento, mentre l’uso industriale del gas è stato ridotto per dare priorità alle famiglie. Data la sensibilità politica al tema dell’aumento del costo della benzina, sono stati previsti sostegni fiscali, come i pagamenti alle società di commercializzazione del petrolio, per stabilizzare i prezzi al dettaglio.
A livello diplomatico, l’India ha coinvolto l’Iran per ottenere esenzioni limitate di transito per le proprie navi e sta coordinando misure di sicurezza marittima per garantire il passaggio di spedizioni critiche. Ciò sottolinea una caratteristica fondamentale della strategia energetica dell’India, che impiega la gestione delle crisi attraverso una diplomazia calibrata piuttosto che una securitizzazione palese.
Le interruzioni incidono sull’economia in modo più ampio con effetti che non riguardano solo i mercati energetici. L’aumento dei prezzi dei carburanti ha ripercussioni su diversi settori, tra cui l’industria manifatturiera e l’agricoltura, in quanto fa lievitare i costi di trasporto e logistica. I settori orientati all’esportazione, come quello del riso basmati, stanno già registrando un aumento dei costi di trasporto e ritardi nelle spedizioni a causa delle interruzioni nei porti e nelle rotte marittime dell'Asia occidentale. Le pressioni inflazionistiche si trasmettono anche attraverso molteplici canali, tra cui i carburanti, i fertilizzanti e la produzione di energia elettrica. La carenza di GNL, ad esempio, ha determinato una riduzione dell’approvvigionamento di gas industriale, con ripercussioni sulla produzione in settori ad alta intensità energetica come quello petrolchimico e dei fertilizzanti. A livello delle famiglie, la crisi del GPL illustra come gli shock geopolitici esterni possano tradursi in difficoltà economiche quotidiane, facendo aumentare i prezzi del combustibile per cucinare e costringendo a adeguamenti comportamentali, compreso il passaggio a fonti energetiche alternative.
L'interruzione delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz mette in luce tre insegnamenti strutturali per la politica energetica indiana. In primo luogo, la diversificazione è necessaria ma non è sufficiente. Anche se la dipendenza dell’India dallo Stretto è diminuita, settori vitali come quelli del GPL e del GNL rimangono ancora molto vulnerabili. Una delle principali preoccupazioni è la mancanza di scorte strategiche per questi combustibili. In secondo luogo, la diversificazione dei fornitori e la resilienza logistica sono altrettanto cruciali. Nel Golfo, gli oleodotti alternativi (come quelle in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti) dimostrano come le infrastrutture possano ridurre i rischi connessi ai chokepoint. L’India deve invece investire nella capacità di trasporto, nello stoccaggio e nella flessibilità della catena di approvvigionamento, poiché non dispone di un analogo vantaggio infrastrutturale esterno.
In terzo luogo, la sicurezza energetica è indissolubilmente legata alla sicurezza marittima. La situazione riaccende il dibattito sull’opportunità che l’India continui a fare affidamento sull’equilibrio diplomatico o sulla possibilità che assuma un ruolo navale più attivo per proteggere le rotte marittime. Anche se i costi di una cooperazione limitata continuano ad aumentare, una posizione di impegno calibrato piuttosto che di securitizzazione esplicita rimane comunque più probabile, data la strategia di partenariato su più fronti messa in atto dal governo. Nuova Delhi ha sempre fatto affidamento su un mix di diplomazia, presenza navale e gestione del rischio per salvaguardare i propri interessi. Infine, la crisi sottolinea la lentezza del processo di transizione energetica. Nonostante l’enfasi politica sulle energie rinnovabili, l’economia indiana rimane profondamente legata alle importazioni di combustibili fossili. I calcoli sulla sicurezza energetica continueranno ad essere ancorati agli idrocarburi nel prossimo futuro, rendendo i punti di strozzatura come Hormuz questioni strategiche persistenti.
Un’interruzione delle rotte nello Stretto di Hormuz non è un ipotetico test di stress, bensì un rischio strutturale ricorrente con conseguenze immediate per l’India. La crisi attuale mette in luce sia i vantaggi della diversificazione sia i limiti dei quadri politici esistenti. L’India ha garantito la stabilità a breve termine facendo affidamento su forniture alternative, controllo della domanda e diplomazia. Tuttavia, l’episodio mette in luce anche vulnerabilità più profonde relative alla dipendenza dal GPL, alla resilienza logistica e alle riserve strategiche. In sostanza, Hormuz è meno un lontano teatro geopolitico e più un punto di pressione all'interno dell'economia politica interna dell’India, dove convergono conflitti globali, volatilità dei mercati e vincoli politici.
La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione. La versione inglese di questo articolo è disponibile qui



















