Il conflitto esploso il 28 febbraio 2026, con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici iraniani e la successiva risposta militare di Teheran, segna una nuova fase nella ridefinizione degli equilibri mediorientali. Più che un episodio isolato di escalation – ormai ricorrente dall’ottobre 2023 – esso appare come l’ennesima incrinatura all’interno di una trasformazione già in atto nella regione allargata. Se per Washington e Tel Aviv l’operazione è stata presentata come un intervento necessario per neutralizzare una minaccia esistenziale legata alle capacità missilistiche e nucleari iraniane, per le monarchie del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) il significato risulta più stratificato, meno ideologico e profondamente legato a considerazioni di sicurezza strutturale.
Dal punto di vista arabo, l’attacco rappresenta l’esito quasi inevitabile di una spirale di deterrenza progressivamente erosa, avviatasi ben prima del 7 ottobre 2023. Nel corso degli ultimi anni la regione ha attraversato una trasformazione costante: dalla crescente integrazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain, formalizzata con gli accordi di Abramo del settembre 2020, fino alla “coesistenza pacifica” tra Arabia Saudita e Iran mediata dalla Cina nel marzo 2023. In questo quadro, le monarchie del GCC hanno cercato di collocarsi in un equilibrio fragile ma calcolato tra Washington e Teheran. Da un lato, hanno contribuito a ridurre l’isolamento strategico di Israele in funzione anti-iraniana; dall’altro hanno progressivamente eroso uno degli assunti centrali della postura di Teheran, ossia la possibilità di contare su una diffusa ostilità araba verso Tel Aviv come scudo politico e leva regionale.
Gli attacchi iraniani che hanno colpito il suolo arabo del Golfo Persico mettono ora sotto pressione questo equilibrio. Nelle cancellerie della regione, la risposta di Teheran – caratterizzata da massicci lanci di missili e droni contro obiettivi militari e civili – viene interpretata non tanto come una dimostrazione di forza, quanto come una reazione dettata dall’esigenza di non apparire vulnerabile. Secondo questa lettura, l’Iran ha cercato di ristabilire una deterrenza compromessa e di dimostrare di non essere stato piegato, confidando tuttavia su un elemento cruciale: l’assenza di una reazione collettiva araba apertamente schierata al fianco di Israele. Al tempo stesso, però, Teheran sembra disposta a sacrificare parte della propria reputazione e i recenti progressi diplomatici con alcuni Stati del GCC pur di generare il massimo livello di pressione e instabilità regionale.
Rispetto alla guerra del giugno 2025, l’Iran sembra aver modificato la propria strategia, passando da un approccio basato su risposte limitate a una ritorsione su larga scala, rapida e imprevedibile nella sua dinamica operativa. È qui che si colloca la principale scommessa della Repubblica islamica. Teheran presume infatti che le monarchie del Golfo, pur diffidando profondamente del regime iraniano, non siano disposte a esporsi pubblicamente al fianco di Israele, in una fase in cui la guerra a Gaza ha lasciato un segno profondo nelle opinioni pubbliche arabe. Le società del GCC, generalmente poco mobilitate politicamente, non nutrono particolari simpatie per Israele; le immagini della devastazione e l’elevato numero di vittime civili hanno consolidato una distanza emotiva che i governi non possono ignorare. Anche laddove la normalizzazione è stata accettata come scelta pragmatica, essa non si è tradotta in un’adesione valoriale.
Questa tensione definisce il dilemma strategico del Golfo Persico. Da un lato, le monarchie risultano oggi strutturalmente Israel-leaning sul piano securitario: cooperano con Israele in materia di difesa missilistica, cybersecurity, intelligence e protezione delle infrastrutture critiche. Dall’altro, non possono legittimare apertamente un intervento militare contro la Repubblica islamica condotto da attori percepiti, nelle narrazioni popolari, come corresponsabili della catastrofe umanitaria a Gaza. Il vincolo reputazionale è, dunque, reale e Teheran conta su di esso per evitare un allineamento esplicito.
Nelle cancellerie arabe del Golfo, tuttavia, la percezione della minaccia rimane chiara. L’Iran è considerato una sfida sistemica di lungo periodo. Le sue capacità missilistiche, la rete di proxy regionali – seppur indebolita – e la possibilità di colpire infrastrutture sensibili o di interferire con chokepoints strategici tra Bab el-Mandeb e lo Stretto di Hormuz incidono direttamente sulla sopravvivenza geoeconomica delle monarchie. Gli attacchi contro obiettivi civili e dual use hanno definitivamente infranto l’illusione, già messa in discussione dagli strike contro Arabia Saudita ed EAU tra il 2019 e il 2021, di una sicurezza automaticamente garantita dall’ombrello statunitense. La vulnerabilità è ormai tangibile e non più tollerabile.
Per le monarchie che hanno costruito la propria proiezione internazionale su stabilità, energia, attrattività finanziaria, turismo e logistica globale, la prospettiva di una conflittualità prolungata rappresenta una minaccia esistenziale non meno grave di quella militare. È in questo intreccio tra sicurezza e geoeconomia che va compresa la postura del GCC, caratterizzata da prudenza retorica ma anche da una crescente convergenza operativa con Washington e Tel Aviv. In tale prospettiva, gli EAU potrebbero nuovamente assumere un ruolo di apripista nel passaggio da una postura prevalentemente difensiva a una più proattiva, grazie al consolidato know-how nel settore della difesa e della sicurezza, tra i più avanzati nella regione.
Di fatto, l’ambiguità strategica che per anni ha consentito alle monarchie del GCC di mantenere canali aperti sia con Israele sia con l’Iran si sta progressivamente restringendo. Qualora la ritorsione di Teheran dovesse proseguire e intensificarsi sul piano politico-militare, la logica di sicurezza finirebbe per prevalere sulle cautele simboliche. In tale scenario, un esplicito schieramento pro-israeliano – almeno sul piano operativo – non costituirebbe più un tabù e potrebbe tradursi in una cooperazione più strutturata nella difesa aerea integrata, nella condivisione di intelligence e nel coordinamento navale per la protezione delle rotte energetiche. In questo contesto, la Federazione emiratina si porrebbe verosimilmente alla guida di tale riallineamento.
Parallelamente, sul piano pubblico e diplomatico, le monarchie continuerebbero a invocare de-escalation e soluzioni negoziali, anche per non alienare opinioni pubbliche particolarmente sensibili alla questione palestinese. Nella sostanza, tuttavia, si andrebbe consolidando un asse di contenimento fondato su interessi vitali condivisi. Non si tratterebbe di un’alleanza ideologica contro l’Iran sciita, bensì di una scelta di realpolitik volta a preservare la sicurezza strutturale delle monarchie del Golfo e la continuità dei flussi economici globali.
In questa prospettiva, la scommessa iraniana – fondata sull’idea che la prudenza araba equivalga a una neutralità sostanziale o a una reale distanza strategica da Israele – rischia di rivelarsi solo parzialmente fondata. Essa tende infatti a sottovalutare la profondità della convergenza securitaria ormai consolidata nel Golfo Persico, dove gli Stati del GCC non hanno alcun interesse a trasformare il confronto in una guerra identitaria o confessionale. Allo stesso tempo, le cancellerie arabe non sono disposte a consentire che Teheran capitalizzi la sensibilità dell’opinione pubblica regionale (anche in senso morale e identitario) per ampliare il proprio margine di manovra o ridefinire unilateralmente gli equilibri di sicurezza.
La percezione dominante è, dunque, che gli eventi del 28 febbraio rappresentino un’accelerazione verso un riallineamento già in corso. L’Iran reagisce per non apparire isolato; le monarchie del Golfo osservano, calibrano e si preparano. Se costrette a scegliere, lo faranno sulla base della sicurezza strutturale e della tutela dei propri interessi economici, non dell’emotività del momento. E in quella scelta, al di là delle retoriche pubbliche, il baricentro strategico appare già delineato.



















