Il 3 gennaio del 2026, nelle prime ore della mattina, Nicolás Maduro è stato arrestato da un gruppo di militari statunitensi e immediatamente trasferito nella casa circondariale di Brooklyn nello città di New York. Sono passati poco più di dieci giorni e sembra essere tornata la calma nonostante il grosso sommovimento provocato dall'azione. In questo lasso di tempo, infatti, c'è chi ha inneggiato all'imperialismo, alla dottrina Monroe, al colonialismo, alla democratizzazione e alla libertà, solo per citare alcuni dei temi sollevati nel dibattito pubblico internazionale. Ad ora, però, tutto sembra essere intorpidito e straordinariamente statico. Alla prova dei fatti, è fuori dall'ordinario l'immobilismo di questi ultimi giorni dopo la decapitazione di un regime che durava oramai da più di venticinque anni, che vessava in una profonda crisi economica, che aveva causato più di sette milioni di migranti.
Questo immobilismo apparente implica almeno due considerazioni di rilievo. La prima riguarda la leadership di Maduro poco carismatica e, per certi aspetti, svuotata di legittimità all'interno del regime. Maduro non risvegliava le passioni di popolo come invece faceva il suo predecessore Hugo Chávez, al contrario aveva l'immagine di un satrapo che mentre ballava e cantava accettava la protezione di un gruppo di servizievoli "occhi e orecchie del Re" -un gruppo sempre più indipendente dal leader e, al contempo, sempre più necessario per la sopravvivenza del regime. Proprio su questo gruppo si concentra la seconda considerazione. All'indomani della cattura di Maduro, la Vicepresidente (Delcy Rodríguez), il Ministro degli Interni (Diosdado Cabello) e quello della Difesa (Vladimir Padrino) hanno chiesto a gran voce il ritorno del Presidente criticando l'azione statunitense e le proposte di Trump, rispolverando la retorica antiyankee chavista-madurista. Di lì in poi, Cabello e Padrino sono entrati in un cono d'ombra, mentre Delcy Rodríguez assumendo la Presidenza ad interim è andata smussando le proprie posizioni avvicinandosi a quelle statunitensi. La rappresentazione icastica di questo processo sono state le progressive liberazioni dei detenuti politici (seppur limitate rispetto al numero totale) che in questi giorni si stanno verificando.
E allora, a quale processo stiamo assistendo? Si è trattato di un cambio di regime? Ad ora, per quello che emerge dalle notizie diffuse dalla stampa internazionale, la risposta è negativa. In Venezuela, infatti, non sembra esserci una piano strategico che definisca i tempi e le modalità di avvicendamento al potere che allontani il Paese dall'autoritarismo degli ultimi anni e lo accompagni verso aperture democratiche. Piuttosto, emerge un avvicendamento al potere che tenta di migliorare la propria immagine e, dunque, il proprio posizionamento nell'arena internazionale. In particolar modo, gli ambiti più rilevanti in cui questo processo possa provocare dei cambiamenti sono quelli delle relazioni internazionali latinoamericane e quelli legati alla produzione e distribuzione del greggio.
Per quanto riguarda la prima questione, ossia quella delle relazioni latinoamericane, per lungo tempo la "questione Venezuela" era stata un vero e proprio freno alle interazioni regionali. Anzi, dal 2017 in avanti, si erano creati due gruppi internazionali intergovernativi intorno al regime di Maduro: il gruppo di Lima e il gruppo di Puebla. Il Gruppo di Lima, creato nel 2017, era un meccanismo di concertazione diplomatica tra governi e leader latinoamericani sorto in opposizione, sul piano regionale e internazionale, al governo venezuelano di Nicolás Maduro, qualificato come autoritario, per favorire una transizione democratica mediante pressioni politiche e istituzionali non armate. Di contro, il Gruppo di Puebla, fondato nel 2019, si configurava invece come uno spazio transnazionale di elaborazione ideologica orientato alla costruzione di un discorso anti-capitalista e anti-liberale, che riuniva leader latinoamericani prossimi o perlomeno non opposti al governo di Maduro. Si trattava di gruppi informali le cui attività, con il passare degli anni, si sono andate dissolvendo. In generale, le relazioni regionali si sono rarefatte nell'ultimo quinquennio. Poche riunioni tra i rappresentanti dei differenti Paesi latinoamericani e molte relazioni politiche trans-nazionali tra leader affini sono state le due facce della stessa moneta. Lo stallo dovuto alla crisi del Venezuela, in altre parole, ha comportato il rallentamento dei vertici tra i vari Paesi ma, allo stesso tempo, ha significato l'intensificazione delle riunioni tra leader latinoamericani politicamente affini.
In tal senso, la fine della Presidenza di Maduro può, per certi aspetti, dare nuova linfa alle relazioni internazionali della regione. Da un lato, coloro che hanno protestato di fronte all'intervento statunitense potrebbero accettare la permanenza in carica della Vicepresidente. Dall'altro lato, anche coloro che hanno salutato con soddisfazione la cattura di Maduro potrebbero essere più inclini al dialogo con i rappresentanti del governo venezuelano, visto il sostegno di Trump.
Il secondo e ultimo ambito in cui vi potrebbero essere dei cambiamenti è quello del petrolio. Il ritorno del greggio venezuelano sul mercato mondiale apre nuove opportunità a livello regionale. Per certi aspetti, Cuba, Cina e Russia che per anni hanno goduto quasi esclusivamente del prodotto a livello internazionale potrebbero entrare in difficoltà. In particolar modo Cuba, al giorno d'oggi, sembra essersi sempre più avvicinata al Messico per evitare il collasso energetico.
Vi è, poi, la dimensione-economico internazionale del ritorno del petrolio venezuelano sul mercato mondiale. Nonostante la qualità della risorsa (più costosa da raffinare rispetto al Brent), va da sé che l'enorme quantità di giacimenti influiranno sul prezzo internazionale nel breve periodo: l'aumento della disponibilità del greggio venezuelano, infatti, importato negli USA ha allargato lo sconto del WTI rispetto al Brent già ai massimi da mesi, segnalando un effetto di offerta aggiuntiva sul mercato nordamericano. Cionondimeno esiste il rischio di volatilità del prezzo nei prossimi mesi. Nel medio termine, invece, una potenziale ripresa produttiva venezuelana potrebbe generare pressione ribassista sui prezzi globali del greggio in generale.
In quest'ottica, ci potrebbero essere delle conseguenze a livello regionale nei riguardi delle riserve di Vaca Muerta (in Argentina), scoperte di recente che iniziano ad essere sfruttate in maniera sempre più intensa. Un aspetto non secondario per l'Argentina, che ha legato il proprio sviluppo economico allo sfruttamento sempre maggiore del giacimento. E questo, senza dubbio, è collegato all'equilibrio macroeconomico del paese e alla sostenibilità di gestione degli ultimi prestiti ricevuti dal governo argentino da parte dell'esecutivo degli Stati Uniti e dal FMI.
Ad oggi è difficile prevedere le conseguenze di medio e lungo periodo della fine della Presidenza Maduro in Venezuela. Risulta chiaro, però, che fino a questo momento non ha preso le mosse un processo di progressiva liberalizzazione politica. Al tempo stesso, nelle relazioni con il continente e, più in generale, con il mondo vi sono stati solo alcuni cambiamenti. Nè democratizzazione, nè immobilismo, insomma ma, ad ora, assistiamo alle lente ed erratiche evoluzioni di un Paese che per fin troppo tempo è rimasto chiuso ed isolato dal mondo.


















