Per anni abbiamo raccontato la transizione energetica come una sostituzione. Vecchio contro nuovo. Fossile contro rinnovabile. Raffinerie contro elettrico. Una narrazione lineare, quasi rassicurante nella sua semplicità. Oggi, però, la realtà sta imponendo una prospettiva diversa. Più complessa, ma anche più aderente alle sfide che l'Europa si trova ad affrontare in questo delicato momento storico.
La domanda non è più soltanto come ridurre le emissioni, ma è come farlo senza perdere competitività, senza aumentare le dipendenze strategiche e senza indebolire il tessuto industriale continentale. Le traiettorie disegnate su scenari di pochi anni fa sono state superate dalla realtà. In altre parole, il Green Deal si sta progressivamente confrontando con una nuova esigenza: quella della sicurezza economica e dell’autonomia energetica.
È questo cambio di paradigma che emerge dalle riflessioni sviluppate nel corso dell'assemblea annuale di Unem dello scorso 10 giugno e che ritroviamo, su scala europea, nel Manifesto 2.0 di FuelsEurope. Due momenti diversi, ma accomunati da una medesima consapevolezza: la decarbonizzazione potrà avere successo solo se sarà accompagnata da una politica industriale capace di preservare e trasformare gli asset strategici esistenti.
Non è un dettaglio. Per anni l'Europa ha ragionato soprattutto in termini di obiettivi climatici. Oggi le tensioni geopolitiche, la competizione globale sulle materie prime, la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento e la crescente domanda di energia stanno riportando al centro una questione apparentemente meno affascinante, ma decisiva: le infrastrutture.
Chi produrrà i carburanti necessari all'aviazione? Chi fornirà le materie prime all'industria chimica europea? Da dove arriveranno i combustibili indispensabili per il trasporto marittimo, per l'agricoltura o per la logistica pesante? E, soprattutto, è realistico immaginare che l'Europa possa rinunciare alle proprie capacità produttive affidandosi sempre di più alle importazioni?
Sono interrogativi che spiegano perché il dibattito sulla raffinazione sia tornato di attualità. Non tanto per difendere un modello del passato, quanto per evitare che la transizione si traduca in una progressiva perdita di sovranità industriale.
Il Manifesto 2.0 di FuelsEurope lo afferma in modo esplicito: la raffinazione europea non rappresenta un'eredità da archiviare, bensì un'infrastruttura strategica da trasformare e valorizzare. Ed è proprio sul terreno della trasformazione che il settore sta giocando la propria partita più importante. Attualmente gli usi finali di energia nei trasporti in Europa, pari ad oltre 350 Mtep/anno, sono soddisfatti per oltre il 90% da combustibili liquidi che alimentano motori a combustione interna. Pertanto, per riuscire a traguardare la neutralità delle emissioni di carbonio (net zero emission) in tutte le modalità di trasporto occorrerà inevitabilmente rendere i motori a combustione interna (ICE) carbon neutral e ciò sarà possibile solo azzerando la carbon intensity dei combustibili liquidi che inevitabilmente li alimenteranno. L'obiettivo di un trasporto neutrale dal punto di vista climatico è chiaro, ma il percorso normativo per arrivarci deve essere riadattato per includere tutte le tecnologie di riduzione della CO2 oggi disponibili.
In questo percorso, le raffinerie avranno perciò un ruolo fondamentale. La transizione non richiede solo nuovi vettori energetici, ma anche capacità industriale, logistica, competenze di processo, sistemi di certificazione e continuità di approvvigionamento. L’industria della raffinazione possiede tutte queste caratteristiche e le raffinerie possono evolvere in piattaforme integrate per la produzione di tutti i cosiddetti eligible fuels, combinando biomasse sostenibili, rifiuti, residui, idrogeno rinnovabile e CO₂ biogenica o riciclata.
Le bioraffinerie stanno dimostrando che la transizione energetica non coincide necessariamente con lo smantellamento delle infrastrutture esistenti. Al contrario, può passare attraverso la loro evoluzione. È una differenza sostanziale. Invece di cancellare impianti, competenze e reti logistiche costruite in decenni, si punta a riconvertirle per produrre carburanti rinnovabili e prodotti a minore intensità carbonica.
La sfida non consiste nel chiudere un capitolo della nostra storia industriale, ma nello scriverne uno nuovo.
In questo senso l'Italia rappresenta uno dei laboratori più avanzati d'Europa. La riconversione delle raffinerie si è già concretizzata in alcune realtà ed altre iniziative sono in corso sia con riconversioni totali che parziali, quest’ultime soprattutto con impianti di co-processing. Un quadro normativo che favorisca gli investimenti darebbe un ulteriore grande impulso a questi progetti.
La loro importanza, tuttavia, non riguarda solo la riduzione delle emissioni.
Le bioraffinerie rappresentano un punto d'incontro tra tre priorità che fino a poco tempo fa sembravano procedere separatamente: decarbonizzazione, sicurezza energetica e politica industriale. Producono energia a basse emissioni, riducono la dipendenza dalle importazioni e mantengono capacità produttive sul territorio europeo. In un mondo segnato da crescente instabilità geopolitica, non è un aspetto secondario.
Anche perché la transizione energetica del futuro non sarà fatta esclusivamente di elettroni. Sarà fatta anche di molecole.
Per quanto l'elettrificazione nelle politiche europee continui a rappresentare una delle strade principali della decarbonizzazione, esistono interi comparti nei quali i combustibili liquidi continueranno a svolgere un ruolo rilevante ancora per molti anni. L'aviazione, il trasporto marittimo, parte della logistica pesante e numerosi processi industriali avranno bisogno di carburanti sostenibili in grado di ridurre le emissioni senza compromettere operatività ed efficienza.
Secondo le stime Unem, entro il 2030 i biocarburanti e gli altri carburanti low carbon potrebbero più che raddoppiare in Italia rispetto ai livelli attuali, arrivando a rappresentare una componente sempre più significativa del mix energetico nazionale.
È proprio qui che il tema della neutralità tecnologica assume una valenza concreta. Se l'obiettivo è abbattere le emissioni, la vera sfida non dovrebbe essere scegliere una tecnologia vincente a priori, ma creare le condizioni affinché tutte le soluzioni efficaci possano concorrere al raggiungimento dei risultati ambientali. Lo stesso richiamo alla neutralità tecnologica emerso durante l'assemblea Unem nasce dalla consapevolezza che la complessità della transizione richiede un approccio pragmatico, fondato sui risultati e non sulle appartenenze tecnologiche.
Forse è questo il cambiamento più rilevante che sta attraversando il dibattito energetico europeo. La transizione non viene più letta come una semplice sostituzione del vecchio con il nuovo, ma come un processo di trasformazione delle infrastrutture, delle competenze e delle filiere industriali.
La vera questione, in fondo, non è il destino delle raffinerie. È il modo in cui l'Europa intende affrontare la propria transizione. Se prevarrà una logica di sostituzione, il rischio sarà perdere capacità produttiva e aumentare nuove dipendenze. Se invece prevarrà una logica di trasformazione, infrastrutture esistenti, nuove tecnologie e carburanti rinnovabili potranno concorrere allo stesso obiettivo. La neutralità climatica, in questo scenario, non diventa il punto di arrivo di una sola tecnologia, ma il risultato di un ecosistema industriale capace di innovare senza rinunciare a sé stesso.
Le dinamiche più recenti del mercato energetico sembrano confermare la validità di questo approccio. Oggi il vero motivo che è alla base degli attuali prezzi dei carburanti non è una carenza di petrolio greggio, ma la limitata disponibilità di capacità di raffinazione e le tensioni che hanno colpito alcune delle principali aree di approvvigionamento mondiale. Il vero collo di bottiglia oggi non è rappresentato dalla disponibilità della materia prima, bensì dalla capacità di trasformarla in combustibili utilizzabili dall’economia reale. In un mondo sempre più competitivo e instabile, la domanda dunque non è se l’Europa avrà ancora bisogno delle sue raffinerie. La domanda è se potrà permettersi di non averle.


















