Fare previsioni sul mercato petrolifero è oggi un esercizio che va ben oltre la statistica e l’econometria. È una questione di scelte industriali e allocazione di capitale in un contesto in cui le traiettorie energetiche dipendono in larga misura dalle politiche pubbliche, dall’intensità della transizione climatica e dalla velocità di diffusione delle tecnologie. Lo sanno bene gli economisti degli uffici studi più rinomati, che da diversi anni ormai triplicano gli scenari possibili a seconda delle politiche economiche che i paesi consumatori adotteranno, più o meno orientate verso la sicurezza energetica o la lotta al cambiamento climatico.

A inizio febbraio, il 16° simposio AIE-IEF-OPEC ha offerto una fotografia particolarmente chiara di questa incertezza strutturale. In quell’occasione, l’International Energy Forum ha pubblicato l’Outlook Comparison Report 2026, un’analisi che mette a confronto oltre trenta scenari elaborati da quattordici agenzie internazionali, organizzazioni multilaterali e grandi operatori energetici. Il nucleo del confronto resta quello degli outlook della International Energy Agency (AIE) e dell’OPEC, ma il quadro si amplia includendo gli scenari di sei compagnie energetiche (Total, BP, Shell, Equinor, Exxon, DNV), del Forum del gas (GECF), dell’Energy Information Administration USA, della giapponese IEEJ, dell’internazionale IRENA, nonché i percorsi modellizzati del Gruppo di lavoro III del sesto rapporto IPCC. Un mosaico di visioni che riflette priorità diverse: sicurezza energetica, competitività industriale, sviluppo economico e ambizione climatica.

Da questa comparazione, lo IEF ha individuato due categorie principali: gli sviluppi che si basano sulle politiche attuali e sulle loro prevedibili evoluzioni e quelli che invece sono più ambiziosi dal punto di vista climatico, orientati a raggiungere le emissioni zero entro il 2050. Le differenze sono significative già a partire dal 2035.

Partendo dagli outlook più importanti, quelli dell’AIE e dell’OPEC, si evince che gli idrocarburi continueranno a pesare nel mix energetico per oltre due terzi della domanda totale di energia primaria, mentre la quota di fonti energetiche low carbon diverge moltissimo a seconda dei vari scenari, con la share combinata del contributo di rinnovabili, nucleare e idroelettrico che raggiunge il 50% entro il 2035 nello scenario AIE net zero, mentre negli altri scenari resta compresa tra il 25% e il 30%.

La comparazione dei rapporti mostra che la quota percentuale di fonti rinnovabili nel mix energetico diventa un indicatore per il successo delle politiche climatiche ma non necessariamente di quelle per la sicurezza energetica, l’affidabilità e la resilienza del sistema.

Se poi si estende la visuale al 2050, le divergenze aumentano in modo marcato, con la domanda di energia primaria che spazia da 274 milioni di barili equivalenti di petrolio al giorno dello scenario AIE net zero ai 400 milioni di barili equivalenti di petrolio dello scenario AIE a politiche correnti. Una differenza che supera l’attuale domanda mondiale di petrolio grezzo.

Secondo lo IEF emergono tre traiettorie fondamentali: scenari di alta crescita, con la domanda di energia primaria che cresce del 28% da qui al 2050; scenari a crescita moderata, per aumenti dei consumi energetici mondiali compresi tra il 9% e il 23%; scenari di decrescita dell’11%, guidati da guadagni in termini di efficienza e cambiamenti strutturali, che si contrappongono a una crescita economica continua.

“Questi tre diversi scenari corrispondono a tre diversi sistemi: il primo che richiede una grande espansione di infrastrutture energetiche, il secondo che ricalca sostanzialmente gli attuali livelli di crescita, il terzo caratterizzato da politiche che guidano la contrazione dei consumi”, spiega lo IEF.

Ma solo 7 dei 34 scenari analizzati presentano un mix energetico in cui le fonti rinnovabili superano il 50% entro la metà del secolo, e questo secondo lo IEF dimostra che raggiungere l’obiettivo significa non solo assecondare il trend attuale ma aumentare l’ambizione delle attuali politiche economiche e favorire maggiore dialogo e cooperazione per migliorare le condizioni di mercato.

In riferimento specifico alla domanda petrolifera, 14 scenari (ovvero il 48% del totale) prevedono una crescita continua al 2050; altrettanti prevedono un declino; un solo scenario prevede una domanda petrolifera piatta. “La quasi simmetria delle previsioni – sottolinea lo IEF – dimostra che non c’è consenso sulla traiettoria di lungo termine della domanda petrolifera”.

Peraltro, un sostanziale grado di incertezza caratterizza le previsioni al 2050 del trasporto su strada e della relativa domanda di carburanti, che spazia da un aumento di circa il 10% a un calo del 40% rispetto ai consumi del 2024. “Questa incertezza è guidata principalmente dalle diverse assunzioni relative al ritmo di penetrazione del mercato da parte delle auto elettriche e alla diffusione dei carburanti sostenibili, inclusi l’idrogeno e i biocarburanti”, sottolinea lo studio comparativo dello IEF.

Al contrario, tutti gli scenari mostrano un aumento della domanda petrolifera per l’aviazione nei decenni a venire, che continuerà anche oltre il 2050, anche se a ritmi differenti. “La domanda petrolifera per l’aviazione aumenterà di circa il 70% entro il 2050 dai livelli attuali e peserà per oltre il 10% sui consumi petroliferi mondiali”, spiega lo IEF.

Questa divergenza strutturale non è solo un dettaglio statistico, ma incide direttamente sulle decisioni di investimento upstream, midstream e downstream. Mentre la domanda mondiale di energia oscilla, il rischio per l’industria non è soltanto quello di sovracapacità ma anche – forse soprattutto – quello di sottoinvestimento.

Un elemento che attraversa implicitamente l’intero confronto IEF è il tema della resilienza del sistema. La quota crescente di rinnovabili nel mix primario è un indicatore delle traiettorie climatiche, ma non esaurisce il problema della sicurezza energetica e della disponibilità dei prodotti petroliferi. Per un paese importatore e manifatturiero come l’Italia, ciò implica una riflessione industriale concreta: preservare, ammodernare e integrare la capacità di raffinazione – tradizionale e bio – rappresenta una componente essenziale della sicurezza energetica in questa fase. In un contesto di elevata incertezza di scenario, la continuità degli investimenti nelle infrastrutture diventa un fattore di stabilità, non un retaggio del passato.