Il petrolio, non me ne vogliano i suoi oppositori, non finisce positivamente di stupire. Per tre ragioni. In primo luogo, resta saldamente la principale fonte di energia primaria consumata nel mondo con una percentuale nel 2024 (ultimo dato riportato dallo Statistical Review of World Energy) del 33,6%, in crescita rispetto a dieci anni prima quando si attestava al 33,1%. Una percentuale straordinaria se si pensa alla retorica imperante sulla cosiddetta ‘transizione energetica’ che dovrebbe significare letteralmente la transizione dalle fonti fossili a quelle non fossili. Transizione che sinora non è affatto avvenuta, restando le fonti non fossili del tutto marginali (idro a parte). Quel che non si è verificato per una semplice ragione: che le nuove fonti – un tempo il carbone oggi le rinnovabili – sono additive e non sostitutive di quelle di volta in volta dominanti. La conoscenza della storia energetica aiuterebbe a capire quel che potrà accadere. Invece spesso si dimentica che quel che conta – guardando alle emissioni di gas serra – sono i consumi in termini assoluti e non percentuali. Il carbone, ad esempio, assicurava mezzo secolo fa oltre la metà dei consumi energetici contro l’attuale 28% circa, con un peso percentuale quasi dimezzato. Ma i suoi consumi assoluti sono nel frattempo aumentati di tre volte, contribuendo massimamente all’aumento della concentrazione in atmosfera della CO2.
La seconda ragione che oggi caratterizza il ruolo del petrolio è la sua resilienza alle tensioni geopolitiche che segnano i nostri giorni come mai in passato. Un tempo, il verificarsi di simili eventi anche solo una minima parte rispetto all’oggi avrebbe innescato una forte crescita dei prezzi. Questo non è accaduto. Da un anno a questa parte le quotazioni del Brent Dated sono oscillate in un range compreso tra i 60 e i 70 dollari al barile e in alcuni periodi anche in un intervallo più ristretto. Se si pensa che la stabilità dei prezzi, e nell’insieme del mercato del petrolio, è la condizione prima per le decisioni degli investitori, se ne comprende la grande importanza per il futuro sia di questa stessa fonte che del sistema energetico nel suo assieme.
Quel che ci porta alla terza ragione: il futuro, appunto, del petrolio che oggi viene dipinto in modo molto meno negativo di quanto accadeva solo poco tempo fa: la domanda, trainata da quella dell’energia, è destinata a continuare la sua crescita a livelli che, a metà secolo, potrebbero raggiungere i 123 milioni di barili al giorno rispetto ai poco più di 100 attuali. Questa previsione, formulata dall’OPEC, potrebbe ritenersi scarsamente obiettiva, data la fonte, ma sta il fatto che da altri diversi centri di ricerca la prospettiva della domanda di petrolio è proiettata a livelli maggiori di quanto si riteneva sino a poco tempo fa. Significativo il caso della BP che nel suo recente Energy Outlook ha posticipato di un quinquennio il ‘picco’ della domanda, innalzando le sue previsioni anche in relazione all’orizzonte 2050. La ragione della resilienza dei consumi di petrolio sta sostanzialmente, al di là dell’aumento nei paesi poveri, nell’emergere in quelli ricchi della sicurezza energetica come priorità e nella loro crescente riluttanza ad aumentare la dipendenza da supply chain estere (specie della Cina) collegate a tecnologie low-carbon.
L’aspetto cruciale è che, al di là degli incerti livelli di domanda, in assenza di interventi, si registrerà una riduzione dell’offerta come evidenziato in un recente studio dell’Agenzia di Parigi (IEA, The implications of world oil and gas field declines, 2025). Ciò è ascrivibile al declino naturale dei giacimenti: ovvero al tasso annuale di riduzione della produzione corrente. Un dato sostanzialmente certo e poco modificabile. Il 90% degli investimenti sinora realizzati è valso a contrastare questo declino piuttosto che fronteggiare l’aumento della domanda che quanto più sarà elevata tanto più farà emergere un deficit lato offerta. Un mismatch dovuto alla difficoltà di compensare il declino naturale annuo dei giacimenti del 5,6% per il petrolio convenzionale e del 6,8% per il gas naturale. In assenza di investimenti di bilanciamento, la produzione di petrolio è destinata quindi a diminuire ogni anno rispetto ai livelli attuali. Nei prossimi 25 anni la riduzione ammonterebbe a 150 mil. bbl/g, con un deficit che salirebbe enormemente se si avverasse la previsione dell’OPEC. Inoltre, le percentuali del declino naturale dei giacimenti aumenterebbero data la crescente rilevanza del petrolio e gas non convenzionali, che manifestano tassi di declino ben oltre le due cifre (sino al 35%). Da qui, l’auspicio espresso da Parigi di accrescere gli investimenti nell’upstream dell’Oil&Gas, capovolgendo le posizioni che aveva sinora assunto sostenendo che le capacità produttive esistenti fossero più che sufficienti a soddisfare una domanda che si prevedeva toccasse un picco nel giro del breve tempo. Per mantenere gli attuali livelli di produzione, da qui a metà secolo dovranno essere scoperti e messi in produzione enormi quantità di petrolio e gas in tempi relativamente brevi. Nello scorso decennio gli investimenti nell’attività di esplorazione e sviluppo di nuovi giacimenti sono diminuiti di circa un terzo, passando dagli 870 miliardi di dollari del 2015 ai 600 miliardi del 2019 ai livelli ancora inferiori nel 2025. Il calo in termini reali è stato molto maggiore, tenuto conto di costi di scoperta maggiori del 50%, a differenza dei costi di sviluppo che hanno registrato un consistente calo.
Che gli investimenti possano riprendere come necessario è reso complesso da tre ordini di problemi. Primo: i bassi livelli dei prezzi e quindi una minor redditività per gli investitori. Secondo: le aggressive politiche climatiche, specie dei paesi europei, che pongono grandi ostacoli alle fonti fossili nel convincimento che quelle rinnovabili siano in grado di risolvere ogni problema. Terzo: il grande clima di incertezza che circonda i futuri scenari energetici.
Il loro combinato disposto pone, in conclusione, un fosco interrogativo sulla stabilità dei mercati e sulla sicurezza energetica al di là dell’attuale positivo andamento dei mercati.



















