La Tassonomia UE per le attività sostenibili è uno degli strumenti principali con cui l’Unione Europea intende canalizzare gli investimenti verso le attività sostenibili e, in questo modo, supportare l’obiettivo di un’economia a zero emissioni entro il 2030. Non sarà un processo semplice: alcune aziende, soprattutto tra le PMI, potrebbero non avere la forza finanziaria per i necessari investimenti; per molte altre sarà l’occasione per un salto tecnologico che potrebbe proiettare la nostra economia in una nuova fase.

Nel concreto, la Tassonomia UE rappresenta un sistema di classificazione delle attività economiche sostenibili (in grado di contribuire in modo sostanziale agli obiettivi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici) e delle attività abilitanti (quelle che, fornendo i propri prodotti o servizi, consentono di dare un contributo fattivo allo sviluppo delle prime). Questa classificazione è fondamentale perché sarà alla base delle regole che guideranno chi finanzia l’economia, dando una corsia preferenziale per investimenti in attività sostenibili e disincentivando le attività che non lo sono.

La tassonomia è applicata ai settori che contribuiscono maggiormente alle emissioni di CO2: produzione di energia elettrica, agricoltura, silvicultura, manifattura, trasporti e immobiliare. Nell’ambito di questi settori, un’attività è definita sostenibile se non nuoce agli altri obiettivi ambientali definiti (Do Not Significant Harm), se rispetta i criteri di vaglio tecnico (Technical Screening Criteria -TSC) e se rispetta le garanzie minime sia sociali che di governance richiamate dalla tassonomia stessa.  I TSC sono standard qualitativi, metriche di monitoraggio e criteri soglia che caratterizzano la scelta di includere l’attività all’interno di questo framework. Ad esempio, un’acciaieria che pianifica una transizione energetica può avere accesso ai finanziamenti se rispetta TSC che, nel tempo, rendono gli impianti produttivi sostenibili.

Gli impatti della tassonomia saranno quindi molto concreti anche per le imprese, che dovranno dimostrare la sostenibilità del proprio business e dei propri investimenti, per poter ricevere finanziamenti a buone condizioni.

Per il nostro Paese, il processo di transizione sostenibile attivato dalla tassonomia rappresenta un’opportunità storica di ammodernamento del sistema produttivo, ma non sarà privo di rischi. L’adozione relativamente improvvisa di politiche climatiche e ambientali (ad esempio con l’imposizione di imposte sulle emissioni particolarmente pesanti) o la necessità di modificare gli impianti produttivi al fine di abbattere le emissioni e ridurre i consumi energetici richiede infatti investimenti e cambiamenti strategici che potrebbero mettere a rischio molte imprese, specialmente per quanto riguarda le PMI.

Basandosi sulla tassonomia, Cerved ha elaborato una valutazione che, integrando un’analisi settoriale con osservazioni puntuali sulle singole imprese, definisce il rischio che il processo di transizione possa compromettere la continuità di un’impresa. Un’applicazione di questi criteri alle 150 mila società che rientrano nella definizione europea di PMI (10-250 addetti) offre un’indicazione della dimensione dei cambiamenti dei prossimi anni.

Distribuzione PMI per rischio di transizione ambientale

Fonte: Cerved

In base alle stime, sono più di 60 mila (il 40%), indebitate per 110 miliardi verso il sistema finanziario, le PMI che dovranno effettuare importanti investimenti per l’adeguamento degli impianti produttivi, la riduzione dei consumi e l’efficientamento energetico. Sono per lo più imprese “a rischio medio” (43 mila), ma anche aziende ad alto rischio (16 mila per cui sono necessari investimenti rilevanti per rispettare i requisiti a emissioni zero) o a massimo rischio (1,1 mila che dovranno convertire la produzione per non uscire dal mercato).

Questo processo non comporta solo una minaccia, ma anche un’opportunità. Le banche potrebbero infatti accompagnare le PMI per finanziare la riconversione. Le PMI più solide che operano in settori che dovranno affrontare una riconversione industriale hanno spazi per finanziare investimenti stimati in 32 miliardi di euro. Per le imprese stesse questi investimenti “obbligati” potrebbero tradursi in vantaggi competitivi, rendendo i processi produttivi più moderni e digitalizzati.

Quello della tassonomia è un percorso in evoluzione, che si amplierà includendo nel perimetro anche attività che oggi non sono state considerate e aggiornando ciclicamente i criteri di vaglio tecnico. Un primo esempio è quello legato all’inclusione dell’energia nucleare e del gas naturale che, dopo un dibattitto molto articolato, entreranno a far parte delle attività allineate alla tassonomia.

Il PNRR mette in campo importanti risorse per la transizione sostenibile, ma il sistema imprenditoriale italiano sembra ancora non avere piena consapevolezza della dimensione della sfida. Oggi, solo poche centinaia di grandi società hanno iniziato ad analizzare il proprio grado di sostenibilità dovendo redigere una dichiarazione non finanziaria. Misurare con valutazioni ESG il proprio grado di sostenibilità sarà fondamentale anche per le PMI per misurare i progressi e, più in generale, per governare i cambiamenti. Accelerare su questo fronte, con un grande piano di comunicazione e introducendo incentivi per le PMI che iniziano a misurare il proprio grado di sostenibilità, sarà fondamentale perché l’economia italiana si faccia trovare pronta a questa sfida.

Lucia Pasquadibisceglie (ESG Senior Specialist Cerved) e Guido Romano (Corporate Communication & Research Director- Cerved)