Durante la primavera è sembrato sempre più chiaro che le continue tensioni tra Mosca, Bruxelles e Washington stessero significativamente tralasciando di coinvolgere direttamente Nord Stream 2. A maggio, la tesi per cui nel decision-making statunitense spuntassero quanti non intendevano seriamente bloccare il gasdotto – e accollarsi le conseguenze del successivo terremoto – è stata ulteriormente suffragata da quanto emerso al Congresso. Nel rapporto dell’amministrazione Biden sulle nuove sanzioni da approvare nell’alveo del National Defense Authorization Act, si è omesso di agire direttamente contro Nord Stream 2 AG, la controllata di Gazprom direttamente a capo del consorzio, e contro il suo CEO Warnig. Silenzio assenso? La reazione degli oppositori dell’opera (repubblicani, ma soprattutto polacchi e ucraini) è stata furiosa ed estremamente allarmata. Del resto, il cantiere era già al «fotofinish»: secondo autorità parlamentari russe, alla posa completa del tubo mancavano meno di 100 km su 1.230.

A luglio, Stati Uniti e Germania si sono accordati sulla possibilità di emanare «sanzioni congiunte o altri strumenti» (si noti l’indeterminatezza del virgolettato) contro la Russia, nel caso Mosca intendesse tagliare il transito attraverso l’Ucraina o la Polonia una volta che Nord Stream 2 entrerà a regime. Berlino ha anche accettato di contribuire (inizialmente per 175 mln di doll.) a un fondo di 1 mld doll. destinato all’Ucraina per la decarbonizzazione e la maggior sicurezza del suo sistema energetico (la rete gas di Kiev spicca per vetustà e perdite di metano incombusto). Forse questo è stato davvero l’ultimo capitolo di una vicenda intricatissima, lunga dieci anni e oggetto di infinito dibattito. Durante l’estate il tratto mancante si è ulteriormente accorciato, tra indiscrezioni a partire dalla posizione dei vascelli per la posa (il Fortuna e l’Akademik Chersky): giunti a una dozzina di km mancanti – tutti in acque tedesche, ultimato quello in acque danesi – si tratterebbe ormai di questione di giorni. Mentre si scrive (6 settembre 2021), fonti vicine all’austriaca OMV (uno dei cinque partner europei dell’opera) suggeriscono la chiusura del cantiere “già nel corso di questa settimana”: posato anche l’ultimissimo tratto (al 7 settembre), sarebbe ora imminente l’avvio delle operazioni di pre-commissioning. Permane, però, l’incognita sulla compagnia che si occuperà del complesso processo di certificazione di idoneità, nel fuggi fuggi innescato dalle sanzioni americane (DNV GL il principale colosso a defilarsi).

A poche settimane dalle elezioni per il Bundestag che decreteranno la fine dell’eterno cancellierato Merkel, il termine dei lavori arriva a suggellare (anche simbolicamente) il peso elettorale della questione energetica e climatica, mai così centrale. SPD, CDU-CSU e Grünen si sono sfidati su tempi e modi della Energiewende, la transizione energetica che vede il paese al contempo in posizione d’avanguardia (la Germania è stato il primo paese ad affiancare al carbon trading per l’industria pesante un sistema di permessi di emissione per i trasporti e il riscaldamento degli edifici, attualmente in rodaggio) e viziato da ingombranti coni d’ombra (il phase-out precipitoso dal nucleare e l’appetito di carbone, di lungo corso e ancora vigoroso). Baerbock, candidata Bundeskanzlerin dei Verdi, arrivava a spendersi in giugno – in luna di miele coi sondaggi elettorali – per un blocco tout court del gasdotto qualora fosse riuscita a formare autonomamente un esecutivo. L’infattibilità giuridica e finanziaria e la problematicità tecnica di un tale proposito a quello stadio dei lavori, insieme a una progressiva erosione dei consensi dei Grünen, hanno poi suggerito l’allineamento dell’elettorato su posizioni più conciliatorie: quelle della CDU di Laschet prima, quelle della SPD di Scholz poi – il cui indice di gradimento è in gran spolvero, specie da quando il “delfino” di Merkel è stato pizzicato in un’improvvida risata a margine delle disastrose alluvioni che hanno colpito a luglio il bacino del Reno. Soprattutto l’SPD vanta uno storico approccio all’appeasement nei confronti di Mosca, fin dai tempi della Ostpolitik di Brandt; il fatto poi che l’ex-cancelliere Schröder presieda il CdA di Nord Stream 2 AG (nonché quello di Rosneft), pur ingigantito a volte dai media, è indicativo del valore assegnato nel retroterra socialdemocratico al mantenimento di (buoni) rapporti commerciali con gli avversari “strategici” della NATO.

La variopinta coalizione che potrebbe uscire dalle urne, con tutte le cautele del caso, potrebbe comprendere SPD, Verdi e gli atlantisti dell’FDP (che già invocarono una “moratoria” contro NS2 nei giorni più critici dell’affaire Navalny), così come – secondo altri – la sinistra massimalista della Linke al loro posto in veste di partner di minoranza, con un indirizzo nei rapporti transatlantici diametralmente diverso. Non escludendo nemmeno un colpo di coda in extremis della CDU, le vicende (politiche) del gasdotto non possono comunque dirsi finite, dal momento che sono ancora pendenti delle questioni regolamentari cruciali. Non meno importante, il mercato attraversa un incremento dei prezzi eccezionale (tale da spingere a ritroso la generazione elettrica dal gas al carbone), dovuto al congiungersi e al profilarsi di diverse criticità in Europa sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta.

Ma iniziamo dagli “inghippi” giuridici. Difatti, al di là dei tempi di ramp-up dell’opera (comunque ingenti), un nuovo ostacolo al pieno utilizzo dei 55 mld mc annui di capacità di Nord Stream 2 arriva dalla Corte di Giustizia dell’UE, che ha mantenuto un cap del 50% sull’utilizzo dell’interconnector OPAL tra Nord Stream 1 e la rete tedesca. Tenendo conto che attraverso EUGAL (che è l’interconnector di NS2 alla rete tedesca) già fluiscono da un paio di anni i volumi (12-13 mld mc annui) di NS1 che non trovano spazio in OPAL, stando così le cose Gazprom non potrà utilizzare per intero la capacità dei due gasdotti (110 bcm). In secondo luogo, la Corte regionale di Düsseldorf ha respinto un appello di Gazprom di maggio 2020 contro il regolatore tedesco (il Bundesnetzagentur), stabilendo che Nord Stream 2 non sarà esente dall’applicazione della normativa europea sull’unbundling dell’assetto proprietario, quale è invece il caso di NS1, che gode dello status di interconnector tra la rete di un paese terzo (la Russia) e il sistema europeo. Siano entrambi interconnector o non lo sia nessuno, questa discrasia nella tassonomia (se confermata in ulteriore grado di giudizio) intimerà a Gazprom di mettere all’asta l’intera capacità di transito di Nord Stream 2, ritardando ulteriormente la data di avvio delle forniture.

L’effetto congiunto delle due sentenze citate suggerirebbe che la Russia dovrà probabilmente affidarsi a vie e rotte alternative per movimentare il suo gas: in buona parte al crescente contributo del GNL (che però, ad oggi, è quasi totalmente in mano a Novatek, una società indipendente da Gazprom), ma anche al tradizionale transito via Ucraina e via Bielorussia-Polonia. Che poi lo facciano effettivamente, non è certezza in cui cullarsi troppo – come continuano a segnalare i critici. Gazprom stessa lo sta segnalando, a suo modo, da alcuni mesi: da aprile, infatti, il colosso russo ha preso a evitare con costanza di prenotare capacità giornaliera di transito attraverso l’Ucraina (addizionale ai 40 mld mc annui già da contratto fino al 2024). Questo, nonostante i prezzi altissimi dell’energia in Europa, la domanda termoelettrica di gas in forte ripresa, il crollo delle forniture di GNL (“catturate” dai mercati asiatici) e i timori sul tasso di riempimento degli stoccaggi in vista dell’inverno lo avrebbero consigliato in più di un’occasione.

Questa scelta, tuttavia, è improbabile che muova solo da pura e spregiudicata volontà di ricatto. In primo luogo, il prezzo netback per il gas esportato direttamente in Germania è molto più vantaggioso, mentre per raggiungere – via Ucraina e Slovacchia – l’hub austriaco di Baumgartner i russi riescono a malapena a rientrare dei costi di produzione (tra costi di trasporto e salate tariffe ucraine). In secondo luogo, pesa la stessa condizione del mercato domestico russo, con gli stoccaggi anche lì in forte affanno e i prezzi in ascesa che impongono a Gazprom dei vincoli de facto all’export non preventivati. Come se non bastasse, una serie di manutenzioni programmate e di interruzioni impreviste hanno recentemente condizionato i flussi attraverso Nord Stream 1 e Yamal-Europe (in quest’ultimo caso, a seguito di un incendio in un impianto di produzione di condensati).

Inoltre, la diminuzione dei flussi russi attraverso l’Ucraina non deriverebbe solo da motivi contingenti: il super-giacimento che rifornisce il «corridoio centrale» del sistema di condutture russe (Brotherhood-Sojuz), ovvero Nadym-Pur-Taz nella Siberia nordoccidentale, è in sfruttamento fin dall’epoca sovietica ed è ormai in declino irreversibile. Quel che verrà estratto in futuro sarà per lo più “wet gas”, che richiede di essere processato ulteriormente. Il «corridoio centrale» verrà per lo più destinato al trasporto di gas per consumo domestico e per il riempimento degli stoccaggi, confermando in buona misura le recriminazioni di Kiev sul venir meno delle fees di transito – ma a seguito di ragioni economiche e sistemiche che non possono essere ricondotte al mero intento coercitivo di Mosca.

Al contempo, il fatto che i mercati attendano spasmodicamente e sovrastimino l’avvio dei flussi attraverso Nord Stream 2 – tanto da innescare brusche e temporanee correzioni al solo diffondersi di dati errati (il 19 agosto, un computer ha segnalato l’inizio del flusso di gas nel primo dei due “bracci” di NS2, a cantiere ancora aperto!. Nonostante l’evidente erroneità del dato, le borse del gas sono crollate del 10% in un’ora, per poi risalire dopo la correzione da parte del sistema) – non può essere imputato alla riuscita di una strategia di stampo “oligopolistico” scritta a tavolino, ma al concorso inestricabile di un gran numero di fattori, come s’è detto, dal GNL agli stoccaggi e alla ripresa produttiva. E sarà tutto da misurare anche il vantaggio economico e strategico che la Russia riuscirà ad incamerare dalle condizioni createsi, con il rischio di potenziali disruptions nel mezzo dell’inverno a pesare sull’immagine e sui conti del Cremlino. Gazprom si affretta a dichiarare che “almeno per il 2021” gli eventuali primi flussi attraverso il nuovo gasdotto non influiranno sulle disponibilità totali. Anche sul medio-lungo periodo, come s’è detto, bisogna stare cauti con le scommesse: chi si aspettava una rivoluzione (delle forniture e dei rapporti di forza) potrebbe ritrovarsi “solamente” davanti a un ritocco del quadro esistente. Sostanzioso, ma pur sempre un ritocco.