Dopo un lungo periodo di stasi, costellato dai controversi tentativi negoziali dell’amministrazione Trump, la questione nucleare nordcoreana sembra destinata a riaccendersi in maniera esplosiva. Secondo un rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), le autorità nordcoreane avrebbero, infatti, rimesso in funzione il reattore nucleare di Yongbyon, situato circa 100 Km a nord della capitale Pyongyang. Le immagini satellitari raccolte nelle scorse settimane mostrano diverse operazioni di scarico dell’acqua usata per il raffreddamento dell’impianto, chiaro segno di una sua rinnovata attività.

Costruito negli anni ’80, il reattore sperimentale di Yongbyon viene usato principalmente per la produzione di plutonio ed era stato chiuso nel 2007 a seguito di un accordo tra il governo nordcoreano e i paesi partecipanti ai Six-Party Talks. La chiusura era stata certificata dalla stessa IAEA, ma già nel 2008 c’erano stati segni di una sua repentina riattivazione, accompagnata successivamente dalla costruzione di un nuovo reattore ad acqua leggera (LWR) per la produzione di energia elettrica. Dopo ulteriori tira-e-molla diplomatici tra Pyongyang e la comunità internazionale, Yongbyon era stato dichiarato nuovamente operativo nel 2015, ma le immagini satellitari avevano mostrato scarsi livelli di attività della struttura. Durante il vertice intercoreano del settembre 2018 Kim Jong-un aveva firmato una dichiarazione in cui prometteva di smantellare il reattore in cambio di misure distensive da parte degli Stati Uniti. Tale offerta diplomatica era stata riaffermata durante il summit di Hanoi con Trump del febbraio 2019: in tale sede Kim aveva nuovamente parlato di chiudere Yongbyon in maniera permanente in cambio di un significativo allentamento delle sanzioni internazionali contro il suo regime. Ora il rapporto della IAEA smentisce tali dichiarazioni concilianti e genera serie preoccupazioni per la sicurezza dell’Asia nordorientale. Una ripresa della produzione di plutonio a Yongbyon potrebbe infatti preludere a nuovi test nucleari da parte di Pyongyang e aprire una grave crisi diplomatico-militare come quella che nell’autunno 2017 tenne il mondo con il fiato sospeso per diverse settimane.

Non si tratta però di uno sviluppo del tutto sorprendente. I negoziati per la denuclearizzazione tra Stati Uniti e Corea del Nord sono praticamente bloccati da mesi e la leadership nordcoreana ha lanciato numerosi “avvertimenti” alla comunità internazionale sulla fine della sua “pazienza” diplomatica, minacciando un ritorno alle spettacolari e pericolose provocazioni del passato. Per Kim è un’autentica questione di vita o di morte: l’economia nordcoreana è in ginocchio, soprattutto a causa della chiusura del confine con la Cina provocata dalla pandemia di Covid-19, e il rischio di una devastante carestia come quella degli anni ‘90 appare sempre più tangibile. Il regime ha quindi bisogno di un sostanziale allentamento delle sanzioni internazionali adottate in risposta ai suoi test nucleari degli anni scorsi, ma tale necessità si scontra con l’impossibilità di fare concessioni rilevanti sul suo deterrente nucleare e con la freddezza dell’amministrazione Biden, molto meno accomodante verso Pyongyang rispetto a Trump. Dopo mesi di incertezze e speculazioni, la Casa Bianca sembra avere, infatti, adottato una linea cauta e pragmatica sulla questione nordcoreana, rinunciando all’idea di un “grande accordo” come quello perseguito da Trump nei suoi vertici con Kim e accompagnando gli inviti al dialogo diplomatico con una ferma deterrenza a difesa dei suoi alleati regionali. Una miscela chiaramente “indigesta” per il regime nordcoreano e che ha finito per spingerlo verso un rinnovato atteggiamento di sfida nei confronti di Washington.

Si apre dunque l’ennesima fase di tensione in un confronto diplomatico e militare che si trascina senza soluzione sin dai primi anni ‘90. In realtà Pyongyang aveva già cercato di sviluppare un programma nucleare autonomo negli anni ‘50, come strumento di deterrenza verso l’Occidente, ma aveva successivamente finito per accettare la supervisione dell’Unione Sovietica e della comunità internazionale. Con la fine della guerra fredda la leadership nordcoreana, isolata a livello internazionale e preoccupata dal rischio di un possibile collasso interno, decise però di tornare sui suoi passi. Nel 1993 la Corea del Nord annunciò quindi la sua intenzione di uscire dal trattato di non proliferazione nucleare e la IAEA denunciò l’impossibilità di garantire che il paese stesse perseguendo un uso esclusivamente pacifico dell’energia atomica. Un anno più tardi l’amministrazione Clinton inviò l’ex Presidente Jimmy Carter a Pyongyang per raggiungere un accordo volto a sospendere la produzione di plutonio a Yongbyon e la costruzione di nuovi reattori nucleari. Il risultato di tali negoziati fu il cosiddetto “Agreed Framework” che congelava il programma nucleare nordcoreano e prevedeva “ispezioni speciali” della IAEA agli impianti già esistenti. In cambio, il regime di Kim Jong-il – succeduto da pochi mesi al padre Kim Il-sung – avrebbe ricevuto forniture regolari di carburante e il consorzio multinazionale KEDO avrebbe costruito due reattori LWR per uso civile. Ma l’intesa si rivelò fragile sin dall’inizio. La politica di rafforzamento delle forze armate voluta da Kim Jong-il spinse Pyongyang a cercare di sviluppare il proprio arsenale missilistico in collaborazione con l’Iran, provocando l’ira di Washington.

Dal 1996 la Casa Bianca impose costantemente sanzioni contro il regime nordcoreano, ma Clinton cercò di salvaguardare l’Agreed Framework inviando il Segretario di Stato Madeleine Albright a Pyongyang negli ultimi mesi della sua presidenza. Questo tentativo si rivelò fallimentare e la successiva decisione dell’amministrazione Bush di sospendere gli aiuti previsti dall’accordo provocò infine l’uscita della Corea del Nord dal trattato di non proliferazione nucleare e l’espulsione degli ispettori IAEA dal paese. Da quel momento il programma nucleare nordcoreano prese gradualmente il volo, portando a un primo test sotterraneo nel 2006 e a un secondo nel 2009. Nel 2010 il regime annunciò di avere effettuato con successo un processo di fusione nucleare, mentre nel 2015 il nuovo leader Kim Jong-un dichiarò che il suo paese era in grado di produrre e lanciare una bomba all’idrogeno.  Affermazioni viste con scetticismo dalla comunità internazionale, ma parzialmente confermate dai nuovi test avvenuti nel 2016 e nel 2017, di portata e potenza decisamente maggiori rispetto a quelli degli anni precedenti. Ciò portò alla grave crisi dell’autunno 2017, con il rischio concreto di uno scontro militare sulla penisola coreana, e alla parentesi negoziale condotta da Trump negli anni successivi. Una parentesi che però non ha prodotto altro che lo stallo teso e instabile dei giorni nostri.