La polarizzazione – la frattura in due campi politici ed elettorali contrapposti e vieppiù impermeabili uno all’altro – è un tratto caratterizzante gli Usa contemporanei. Lo si vede bene anche sul tema delle politiche energetiche e ambientali.

Difficile immaginare una discontinuità più radicale tra i due mandati di Obama e quello in scadenza di Trump. Tra la fattiva azione del primo per ridurre le emissioni nocive, introdurre standard più severi su consumo e inquinamento, rafforzare la tutela di aree protette e investire massicciamente in fonti rinnovabili, porre la leadership statunitense al centro di una rinnovata iniziativa globale e l’efficace azione del secondo nello smantellare l’apparato regolamentatorio del predecessore, sostenere l’industria estrattiva e ridurre drasticamente le funzioni di controllo e sanzione degli apparati federali, a partire dalla Environmental Protection Agency (EPA). E difficile è trovare nei programmi dei due attuali candidati due approcci, filosofie e proposte così distanti, se non antitetiche, quali quelle su energia e ambiente di Biden e Trump.

Biden sembra volersi inserire nel solco degli anni di Obama, accelerando e intensificando alcune delle politiche dell’ultimo Presidente democratico senza però spingersi a fare propri i progetti più radicali della sinistra progressista, su tutti il famoso “Green New Deal” tanto dibattuto negli ultimi mesi. In sintesi estrema, il programma di Biden può essere riassunto in quattro punti principali. Il primo è il lancio di un ampio piano d’investimenti in fonti pulite, da promuoversi prima di tutto nei trasporti pubblici e nell’edilizia, finanziato attraverso spese e trasferimenti federali oltre che con vari tipi d’incentivi fiscali. Gli obiettivi prefissati – 100% di energia pulita e zero emissioni nette entro il 2050, con il raggiungimento della neutralità carbonica nella produzione di energia elettrica già nel 2035 – sono certo molto ambiziosi e indicativi delle promesse inflazionate della campagna elettorale. Alla luce delle innovazioni tecnologiche e dei successi inattesi riportati negli ultimi anni dalle politiche energetiche di alcuni stati e municipalità, essi non appaiono però del tutto irrealistici. A finanziarli vi sarebbe un aumento dal 21 al 28% dell’imposta sul reddito delle aziende (corporate tax), anch’esso praticabile e non particolarmente controverso, se consideriamo che questa era al 35% prima dell’insediamento di Trump.

Il secondo aspetto, fattosi sempre più centrale e dibattuto negli ultimi anni, rimanda al tema della “giustizia ambientale” (environmental justice). Tema particolarmente caro alla sinistra democratica, che Biden promette di realizzare destinando a comunità e aree svantaggiate il 40% degli investimenti in infrastrutture a energia pulita (un approccio, questo, che caratterizzò anche il vasto piano d’investimenti, lo stimulus, di Obama del 2009 e che fu criticato in quanto subordinava l’effetto moltiplicatore della spesa a obiettivi di equità sociale).

Terzo: ripristinare sia i divieti e i limiti all’estrazione di fonti fossili nelle riserve naturali, in nuove aree protette e nel mare (off-shore), sia le norme su emissioni di metano e standard di consumo delle auto.

Infine, riportare gli Usa negli accordi di Parigi del 2015 e rilanciare un negoziato internazionale per promuovere e aggiornare gli obiettivi prefissati allora.

Al di là della praticabilità (e dei costi), nel programma di Biden non mancano le contraddizioni e le tensioni rispetto alle proposte più radicali di un’ala progressista fattasi molto influente negli ultimi anni. La più importante riguarda un tema già controverso negli anni di Obama: l’uso della fratturazione idraulica (fracking) per estrarre gas naturale e petrolio. Cresciuto esponenzialmente nel paniere energetico statunitense – fino a corrispondere a oltre il 30% di tutta l’energia primaria consumata nel paese e a generare quasi il 40% della produzione elettrica– il gas è centrale nell’economia di stati elettoralmente cruciali per il voto di novembre, a partire ovviamente dalla Pennsylvania. Il fracking è però tecnica controversa e, asseriscono i suoi oppositori, pericolosa per il suo potenziale impatto ambientale, dall’inquinamento delle falde acquifere agli smottamenti e ai piccoli sismi che pare provocare. La campagna contro il fracking ha assunto un’importanza crescente nell’azione di varie organizzazioni ambientaliste e ha messo Biden in forte difficoltà. Il candidato democratico è rimasto ambiguo sul tema per mesi e ha solo recentemente chiarito la sua posizione, dichiarandosi favorevole al divieto di tale pratica estrattiva solo sui terreni federali (una porzione relativamente piccola di quelli usati per le trivellazioni).

Nel caso di Trump, abbiamo un programma meno dettagliato e preciso, centrato primariamente sulla negazione che il cambiamento climatico sia comprovato e abbia effetti nocivi. Una posizione, questa, che riflette quella tradizionale di una larga maggioranza dell’elettorato repubblicano, ma che si è fatta meno netta e indiscussa di quanto non fosse solo pochi anni fa. E che soprattutto muta radicalmente al mutare della fascia d’età, con gli elettori repubblicani più giovani maggiormente inclini a credere al cambiamento climatico e a sostenere politiche, a partire dagli investimenti in fonti rinnovabili, necessarie per contenerne gli effetti. Il pilastro delle politiche energetiche di Trump è il pieno sostegno all’industria estrattiva nel suo complesso, incluso un carbone oggi sussidiato e finanziato per ragioni politico-elettorali (oltre che simbolico-culturali) più che strettamente economiche. Petrolio e gas, accessibili a costi decrescenti grazie appunto alle nuove tecniche estrattive, sono gli strumenti con cui rendere gli Usa “indipendenti” da un punto di vista energetico: mezzi coerenti del progetto nazionalista trumpiano finalizzato a ripristinare la sovranità in parte perduta e a “rendere nuovamente grande l’America”, per usare il famoso slogan del Presidente. Vi è qui un nesso evidente tra politiche energetiche e una concezione della sicurezza nazionale nella quale fondamentale sono autonomia e sovranità, come peraltro si afferma a più riprese nell’unica dottrina di sicurezza nazionale finora prodotta da questa amministrazione, la “National Security Stategy” del dicembre 2017.

Quanto peserà tutto ciò sul voto di novembre? In tempi normali, ambiente e cambiamento climatico avrebbero avuto una loro indubbia centralità nella campagna elettorale e nell’indirizzare gli orientamenti di voto. Pur in un contesto polarizzato, e a bassissima mobilità elettorale tra le due parti, la spaccatura generazionale e la crescente sensibilità di una maggioranza di americani per questi temi avrebbero insomma pesato. Ma i tempi normali non sono, e la discussione è dominata oggi ovviamente dagli effetti combinati delle due crisi, sanitaria ed economica, che stanno devastando gli Usa. Difficile quindi pensare che saranno cruciali, anche se Biden dovrà cercare di fare del proprio meglio per continuare a offrire delle proposte capaci di rassicurare i suoi elettori più moderati senza perdere la sinistra.

Un ultimo punto va però menzionato. L’efficacia con la quale Trump ha rapidamente smantellato le politiche di Obama è dovuta al fatto che queste avevano avuto poco o nulla codificazione legislativa, ed erano in taluni casi già state bloccate o reso meno incisive sia dall’azione dei tribunali sia dall’opposizione di governi statali a guida repubblicana. Un paese diviso e polarizzato, un sistema federale a presidenzialismo debole e un potere giudiziario assai attivo nuociono sia alla produttività legislativa sia alla efficace e duratura azione di governo. Cui si surroga spesso con quella sorta di decreti presidenziali che sono gli ordini esecutivi, ovvero attraverso precise indicazioni alle burocrazie federali su come applicare la legge esistente. Lasciando quindi un retaggio tracciato sulla sabbia, facilmente reversibile e comunque contestabile a livello locale, come abbiamo visto anche in questi anni di Trump.