In un contesto di prezzi del gas in caduta, le strategie energetiche dei principali attori regionali appaiono plasmate da motivazioni squisitamente strategiche che ben poco hanno a che vedere con il pragmatismo economico. La pandemia sembra non aver smussato le tensioni politiche e la lotta per il gas continua a increspare le acque del Mediterraneo Orientale.

A oggi pare assai difficile che gli istituti finanziari e gli hedge fund possano disporre di liquidità sufficiente per investire in progetti nel settore gas, caratterizzato da un eccesso di offerta e in cui si incominciano a cogliere i segni di saturazione delle strutture di stoccaggio. Al contrario, si stanno profilando nette revisioni al ribasso degli investimenti nel settore upstream che secondo i dati AIE per il 2020 caleranno di quasi un terzo rispetto ai livelli del 2019.

Nelle proiezioni dell’AIE, inoltre, si prevede che l’attuale declino dei prezzi causerà una contrazione della produzione globale di circa 60 miliardi di metri cubi al 2025 e l’area compresa tra il Mediterraneo Orientale e il Nord Africa (MENA) sarà una di quelle maggiormente colpite dalla riduzione degli investimenti. Questa regione, secondo quanto indicato da un rapporto della Banca mondiale di aprile, dovrebbe conoscere una diminuzione del tasso di crescita del PIL reale del 3,7% nel 2020, rispetto alle previsioni pre-crisi - dell'ottobre 2019 - che contemplavano un aumento del 2,6%.

La contrazione della domanda dovuta al rallentamento dell'attività economica dei principali consumatori, infatti, mette in discussione i futuri profitti per i produttori mediterranei e potrebbe contribuire ad esacerbare la concorrenza nella regione. A breve e medio termine, la crisi multidimensionale potrebbe portare gli esportatori di gas dell’area MENA a volgere lo sguardo ai propri mercati nazionali.

Eppure, nonostante i prezzi attuali del gas non giustifichino nuovi grandi investimenti necessari per l’estrazione e il trasporto e nonostante il propagarsi della pandemia, il Mediterraneo Orientale continua ad essere al centro di un dinamismo geopolitico che non trova pace. Ben poco appare cambiato dal 2009 quando furono scoperti i campi di Tamar e Leviathan al largo di Israele e del campo di Afrodite al largo di Cipro. La pandemia, infatti, non sembra aver smussato le tensioni politiche della regione e le controversie territoriali come quelle tra Cipro e Turchia o Libano e Israele, insieme al deterioramento delle relazioni di Ankara con i suoi vicini, rimangono inalterate. Il gas, risorsa che avrebbe dovuto favorire una nuova era di stabilità politica, continua a venir utilizzato quale clava geopolitica dai principali attori mediterranei.

La Turchia inizia le operazioni di perforazione al largo della costa libica ai sensi dell'accordo siglato tra Ankara e il governo di Tripoli un anno fa, anche se Grecia, Cipro e il resto dell'Unione Europea continuano a non riconoscere alcuna validità legale al trattato e si oppongono fermamente alle ambizioni energetiche turche. Operazioni di perforazioni, quelle turche, che non seguono alcuna motivazione economica - è infatti altamente improbabile che la Turchia possa avere accesso a finanziamenti sufficienti per effettuare operazioni di follow-up – ma che al contrario sono promosse dal soggetto statale Türkiye Petrolleri Anonim Ortaklığı, una società di proprietà del Turkey Wealth Fund - il fondo sovrano presieduto dal presidente Recep Tayyip Erdoğan e da suo genero, il ministro delle finanze Berat Albayrak.

È sempre il gas, poi, al centro del dialogo energetico nell’area che ha recentemente vissuto un’importante, quanto politicamente futile, evoluzione istituzionale con l’implementazione del Forum del gas del Mediterraneo Orientale quale nuova organizzazione internazionale a carattere regionale. Durante la terza riunione del Forum all'inizio del 2020, i rappresentanti di Egitto, Cipro, Grecia, Israele, Italia, Giordania e Palestina hanno sottoscritto l’atto di costituzione del East Med Gas Forum, organizzazione internazionale con sede al Cairo. La nuova organizzazione, secondo Kostis Hatzidakis, ministro dell’energia del governo ellenico, ha l'ambizione di porsi come “catalizzatore per la pace e la cooperazione in una regione già travagliata, rafforzando le relazioni commerciali tra Israele, Cipro e la Grecia in un difficile frangente per la regione, anche a causa dell’aggressivo atteggiamento turco". Il Forum dovrebbe quindi arrogarsi il complicato, quanto improbabile, ruolo di paciere in decennali dispute energetiche regionali.

L'incontro è coinciso con l'inizio delle esportazioni di gas da Israele all’Egitto: una collaborazione che prevede la consegna di 85 miliardi di metri cubi di gas in 15 anni, per un valore stimato di 19 miliardi di dollari. Non si può non cogliere la portata politica di tale accordo, una collaborazione degna degli accordi di pace di Washington del 1979. Eppure, anche alla luce dell’odierna situazione economica, è difficile condividere le iniziali e ottimistiche ambizioni di implementazione di un mercato del gas regionale a partire dallo sviluppo del settore egiziano di GNL. In tal senso è indicativo il fatto che la holding egiziana di gas naturale (EGAS), abbia annunciato a fine aprile il fallimento di un accordo per la riattivazione della stazione di liquefazione di Damietta con la società italo-spagnola Union Fenosa Gas. Nello stesso mese, la Shell - che detiene il 36% della stazione di liquefazione di Idku - ha sospeso le esportazioni di GNL a causa dei bassi prezzi e del calo della domanda derivante dalla pandemia.

Sempre ingiustificabile da un punto di vista economico, l’annuncio del Ministero del Petrolio egiziano di investire nello sfruttamento di due nuovi pozzi - uno nel campo di Zohr, situato nel blocco di concessione Shorouk 9 nel Mediterraneo orientale e l’altro nell'area di concessione di Baltim South West 7 – ma che trova una spiegazione politica quale provocazione ai danni della Turchia, soprattutto perché l'area di Shorouk si trova sui confini marittimi egiziano-ciprioti che Ankara non riconosce.

Altamente discutibile, infine, la razionalità economica del progetto per la costruzione del gasdotto EastMed, un’infrastruttura sottomarina di quasi 2.000 km con un costo di oltre 7 miliardi di euro che collegherebbe i giacimenti offshore davanti le coste di Cipro e Israele alla rete Europea attraverso la Grecia. Sul futuro dell’infrastruttura pesano l’attuale situazione di crollo dei prezzi che sta acuendo la concorrenza tra fornitori tradizionali del mercato europeo, la recente inaugurazione del TurkStream, l'inevitabile costruzione del controverso Nord Stream e la decisione della Banca Europea per gli Investimenti dello scorso novembre di porre fine al finanziamento dei programmi di combustibili fossili entro la fine del 2021.