Le misure di confinamento imposte a causa della diffusione del Covid-19 hanno avuto un impatto significativo sulla mobilità di miliardi di persone e conseguentemente sulla domanda di petrolio. Nel mese di aprile quest’ultima è diminuita di 29 milioni di barili al giorno, quasi un terzo del consumo mondiale.

Sul fronte dei prezzi, il petrolio ha toccato valori mai visti nella sua lunga storia e il 20 aprile, il “Black Monday”, il prezzo del WTI, il greggio di riferimento degli Stati Uniti, ha raggiunto valori negativi, costringendo produttori e i trader a pagare per sbarazzarsi di un prodotto che non trovava compratori e che non poteva nemmeno essere stoccato. Da inizio maggio, poi, il Brent, greggio di riferimento europeo, è ritornato sopra ai 30 dollari pur rimanendo inferiore ai valori degli ultimi tre anni, da quando cioè a fine 2016, l’OPEC Plus ha deciso di procedere a tagli di produzione concordati.

I prezzi del petrolio così bassi hanno avuto irrimediabilmente un impatto sui paesi produttori e in particolare sull’Arabia Saudita. Il Regno è stato considerato negli ultimi decenni la “banca centrale” del petrolio, svolgendo un ruolo geopolitico chiave, sia in Medio Oriente, sia in organizzazioni internazionali come l’OPEC e il G20. L’importanza del paese è legata alle sue riserve, seconde solo a quelle del Venezuela, ai bassi costi di produzione (2-3 dollari al barile) e a un output produttivo che copre circa il 10% della domanda mondiale.

Recentemente, però, il suo ruolo geostrategico è minacciato da bassi prezzi del greggio; riduzione della domanda mondiale di petrolio; politiche globali di contenimento del cambiamento climatico, che puntano ad una riduzione dei consumi di combustibili fossili. Un nuovo contesto che rende l’Arabia Saudita meno “equipaggiatadi altri paesi produttori per sopportare contemporaneamente un regime di riduzione della domanda e dei prezzi del greggio.

Questo perché l’economia saudita è fortemente dipendente dagli idrocarburi che rappresentano quasi il 90% delle esportazioni e necessita di un prezzo superiore agli 80 dollari per raggiungere il pareggio di bilancio, a differenza della Russia a cui basta un prezzo di breakeven sui 40 dollari. Per Mosca inoltre, gli idrocarburi coprono meno di due terzi delle esportazioni, composte oltre che da petrolio e gas, da carbone, uranio, metalli e armamenti, con un’industria seconda solo agli Stati Uniti.

Alla luce di ciò, quale sarà, quindi, il peso geopolitico dell’Arabia Saudita nei prossimi decenni? Se è vero che l’economia mondiale avrà ancora bisogno per decenni di quantità ingenti di greggio, attualmente insostituibile nei trasporti e nei prodotti petrolchimici, è altrettanto evidente che la crisi da Covid-19 ne ha ridotto la domanda, riportandola ai livelli del 2012. Inoltre, secondo molti esperti, superata l’emergenza sanitaria, la ripresa dell’economia e della domanda di petrolio non sarà immediata anche a causa delle politiche climatiche sempre più stringenti in materia ambientale. Le implicazioni economiche per i cosiddetti “petrostati” che dipendono in maniera preponderante dalle esportazioni petrolifere saranno devastanti: si troveranno a competere per contendere un mercato destinato nel medio e lungo termine a ridursi. Su scala globale, si assisterà ad un riaggiustamento dell’importanza strategica di questi paesi che vedrebbero ridimensionato il loro ruolo nello scacchiere internazionale, come è peraltro avvenuto nel passato.

Alla fine della seconda guerra mondiale, la transizione dal carbone al petrolio diede un ruolo chiave ai paesi del Medio Oriente e alla fine degli anni ‘80, prezzi del greggio sotto i 10 dollari al barile furono una delle cause del collasso dell’Unione Sovietica. All’inizio di questo millennio, infine, la “shale revolution” ha trasformato gli Stati Uniti nel più grande produttore mondiale di petrolio e di gas.

La diffusione del Covid-19 e la conseguente riduzione della domanda petrolifera, quindi, potrebbero essere l’inizio di una crisi esistenziale del petrolio e dei petrostati che vedrebbero di conseguenza ridimensionato il loro ruolo nello scacchiere internazionale.

Le opinioni espresse sono personali e non riflettono le posizioni di organizzazioni per cui l’autore ha lavorato in precedenza.