La sollecitazione della Commissione europea verso gli Stati membri affinché si promuovano scambi in euro nei settori strategici, petrolio e derivati in primis, segnala il protagonismo di un sovranismo europeo con il quale le istituzioni comunitarie intendono difendere il proprio ruolo e uscire dalla morsa dell’attuale congiuntura internazionale. Al fronte “esterno”, con una Brexit ancora in bilico e le guerre commerciali sino-americane, si sovrappone quello “interno” con le incerte elezioni alle porte.

Dal punto di vista tecnico, l’impegno della Commissione è quello di spingere gli operatori di mercato del Vecchio Continente verso un’espansione dell’utilizzo di contratti “Eurocentrici” che riguarda anzitutto la denominazione in valuta e la giurisdizione applicata.

La realtà economica del mercato non presenta controindicazioni rispetto alla realizzazione di questa strategia. I contratti in dollari persistono soprattutto per la naturale inerzia di una fase transitoria di mercato e per la durata ultra-decennale che contraddistingue gli accordi di lungo-periodo. L’attuale accelerazione impressa dal nuovo corso protezionista americano ha reso urgente agli occhi dei vertici UE l’avvio di contromisure per evitare di lasciare affari strategici troppo appesi a decisioni imprevedibili e potenzialmente ostili da parte degli Stati Uniti, sprigionando quel potenziale che l’euro incorpora fin dalla sua fondazione. La rilevanza dell’economia europea, di gran lunga il maggiore importatore di energia al mondo (circa il 90% del fabbisogno di petrolio e circa il 70% di quello di gas, corrispondente a una fattura di 300 miliardi), il potenziale di liquidità della Banca Centrale Europea, le strategie nazionali che convergono verso un protagonismo di grandi operatori, la quantità di scambi Oil&Gas al di fuori del mercato americano (con la Russia prima di tutto, ma anche con i Paesi del Golfo) sono tutti elementi che delineano chiaramente come ad un dollaro in ritirata possa corrispondere un nuovo multilateralismo monetario di cui l’euro potrebbe essere il maggior beneficiario.

Dal punto di vista monetario, la ridenominazione dei contratti potrebbe aumentare la domanda di euro sui mercati valutari con un rafforzamento della moneta unica. Un forte incremento nella diffusione dell’euro negli scambi internazionali sposterebbe a Francoforte una parte di quella facoltà che ha chi utilizza la propria moneta per gli scambi con l’estero: finanziare consumi ed investimenti senza temere spinte inflazionistiche né comprimere la domanda interna.

La posta in gioco è dunque anzitutto politica, come in genere accade quando si parla di idrocarburi ed energia, ed è elemento dello scenario complessivo che si affaccia sul mondo del nuovo secolo. Se il protagonismo europeo viene iscritto in un progetto di lungo periodo sancito da Trattati internazionali e riuscirà a raccogliere l’approvazione del prossimo voto popolare, diventa concreto il rischio per gli Stati Uniti che il proprio protezionismo si riveli un’erosione del proprio spazio sul mercato mondiale.

La mossa dei vertici di Eurolandia, per dimensione della posta in gioco e fattibilità del progetto, si inquadra entro una solida offensiva politica da parte della classe dirigente europea. Da un lato le recenti parole di Draghi, con il monito su quanto la sovranità la si conquisti sul mercato mondiale e non a chiacchiere, dall’altro la solidità di un asse franco-tedesco che, per la qualità delle sue classi dirigenti e la solidità del proprio tessuto istituzionale, intende giocare il ruolo di primo piano che l’eredità storica consente al nostro Continente. Un deciso cambio di passo nell’approccio politico che la Commissione intende rappresentare e promuovere presso i Governi e la società europea. Sullo sfondo pare intravedersi il prossimo punto in agenda: l’Africa, ora terreno di sfida tra Cina e Stati Uniti, nel quale i Paesi europei hanno tradizioni, consuetudini, aree di influenza e interessi geostrategici talmente importanti che è difficile immaginare che nei prossimi mesi non sia messa nel mirino da un’Unione sempre più politica e sovrana.