A Isola della Scala in provincia di Verona, in un territorio noto soprattutto per la coltivazione del raffinatissimo riso Vialone Nano, c'è una società agricola che trasforma il letame dei propri animali in bioplastica. Si tratta di un progetto sperimentale, il primo di questo tipo in Italia, che nasce dalla collaborazione tra il centro zootecnico La Torre, 35 ettari di superficie e 8.000 capi bovini, e i dipartimenti di biotecnologie dell’Università di Verona e della Sapienza di Roma ed è finanziato dalla Commissione Europea.

Il processo funziona in questo modo: i materiali che avanzano dal ciclo agricolo produttivo, come i liquami e il letame, vengono miscelati e caricati in un fermentatore. In assenza di ossigeno, i batteri trasformano il materiale organico in acido acetico, dal quale successivamente vengono estratti dei poliidrossialcanoati (PHA), biopolimeri appartenenti alla classe dei poliesteri, con cui realizzare diversi prodotti che possono sostituire la plastica tradizionale. Se nell'arco di un anno il progetto darà dei buoni risultati, ci saranno le condizioni per procedere su scala industriale. L'azienda La Torre possiede inoltre due impianti di biogas da 1 MW l’uno, alimentati con deiezioni zootecniche e un impianto fotovoltaico da 993 kwp (kilowatt picco). In questo modo ha ridotto i costi di produzione dei foraggi e dell'attività di allevamento, potendo investire maggiormente nelle attività agricole e zootecniche.

Il centro di Isola della Scala è quello che si potrebbe definire un piccolo capolavoro di bioeconomia, ovvero un’economia che impiega le risorse biologiche rinnovabili, provenienti dalla terra e dal mare, come input per la produzione energetica, industriale, alimentare, affrancandosi in questo modo dall'impiego di fonti fossili.

Nella vita di tutti i giorni i prodotti derivanti della bioeconomia sono sempre più diffusi.

Un esempio immediato è il sacchetto biodegradabile e compostabile del supermercato, realizzato proprio in bioplastica, che lo scorso inverno è stato al centro di un'accesa polemica a causa dell'obbligo di legge che ne ha imposto l'utilizzo anche nei banchi di frutta e verdura, pesce, carne e affettati.

Ma ci sono anche prodotti più ricercati come cosmetici, tessuti, materiali per l'edilizia.

A Catania quattro anni fa, dall'idea di due donne, è nata Orange Fiber, un'azienda che ricava tessuti dalle arance di Sicilia. La materia prima è il pastazzo, un residuo che si crea nella lavorazione industriale degli agrumi, composto da bucce, polpa e semi. Una volta passato da rifiuto a sottoprodotto agricolo con la legge 98/2013, previo trattamento e stabilizzazione, il pastazzo ha dato vita nel 2014 al primo tessuto al mondo prodotto dagli agrumi, oggetto proprio in questi giorni delle attenzioni dell'alta moda.

Rimanendo in tema “agricolo”, è davvero clamoroso il successo della canapa, nota anche come cannabis sativa, che in meno di due anni ha conosciuto un vero e proprio boom grazie alla legge 242/2016, recante disposizioni “per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale”. Uno degli usi più innovativi di questa pianta incredibilmente versatile e produttiva è sicuramente quello nel settore delle costruzioni, in cui la canapa viene utilizzata con ottime prestazioni nella bioedilizia coibentante e antisismica. Nel 2012 l'Anab (Associazione Nazionale Architettura Bioecologica) ha realizzato a San Giovanni in Persiceto in provincia di Bologna la prima casa italiana in canapa.

In Italia la bioeconomia ha raggiunto nel 2016 un valore di produzione pari a 260 miliardi di euro (8,3% sul totale nazionale). Il dato, derivante dal 4° Rapporto sulla Bioeconomia in Europa presentato lo scorso marzo a Palermo, la posiziona al terzo posto nel Vecchio Continente dopo Germania e Francia. Il comparto più rilevante in termini di valore della produzione è quello ovviamente dell’industria alimentare, delle bevande e del tabacco, che copre oltre la metà del totale della bioeconomia (51%). Stabili o in crescita moderata gli altri settori manifatturieri (tessile, concia, legno e carta) mentre è risultata più dinamica l’evoluzione dei settori a maggiore contenuto tecnologico: farmaceutica, chimica bio-based e bioenergia.

Proprio la bioenergia ha avuto una netta accelerazione a partire dal 2018, arrivando a coprire nel 2016 quasi il 7% della produzione nazionale. Non solo. Tra le fonti energetiche rinnovabili utilizzate in Italia, le bioenergie si piazzano al terzo posto, dopo idroelettrico e fotovoltaico. Una crescita che potrebbe essere ancora maggiore.

Attualmente le fonti bioenergetiche principali sono due: le biomasse bruciate nei termovalorizzatori e negli impianti di cogenerazione, e il biogas, ottenuto dalla fermentazione anaerobica di deiezioni animali, scarti agricoli e rifiuti organici.

È bene dire subito che per quanto riguarda le biomasse le criticità non sono poche, a causa di una definizione normativa che mette insieme scarti agricoli, residui legnosi nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani, in cui però rimangono anche altri materiali non rinnovabili come la plastica. Una legge che secondo alcuni ambientalisti permette la realizzazione di progetti che di sostenibile hanno poco. Inoltre è accaduto che alcuni impianti a biomassa si trovassero in carenza del materiale lignocellulosico necessario al fabbisogno energetico promesso e dovessero ricorrere a forniture provenienti dall'estero, con un forte impatto ambientale.

Sul fronte del biogas invece le criticità sono minori e i risultati lo confermano. Il biogas rappresenta una fonte combustibile rinnovabile e costituisce un'alternativa "verde" rispetto ai combustibili ottenuti fossili tradizionali quali petrolio e carbone. Si tratta essenzialmente di biometano, ottenuto con un processo di purificazione e upgrading del biogas (rimozione dell’anidride carbonica), che raggiunge qualità equivalenti a quelle del metano "naturale", che in Italia viene comunemente utilizzato per il riscaldamento, la cottura dei cibi e l'autotrazione.

Nel nostro paese sono operativi quasi 2.000 impianti di biogas, l’80% dei quali in ambito agricolo, con una potenza elettrica installata di circa 1.400 MW, equivalente a una produzione di biometano pari a 2,8 miliardi di metri cubi l’anno. La filiera italiana del biogas e del biometano in agricoltura è la seconda per grandezza in Europa e la quarta al mondo, ma potrebbe notevolemente aumentare. Secondo le stime del CIB (Consorzio Italiano Biogas), l'Italia ha le potenzialità per produrre fino a 10 miliardi di m3 di biometano da qui al 2030, di cui almeno 8 da matrici agricole, pari a circa il 15% dell'attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale.

Una sfida che si gioca, in parte, anche nelle nostre case. 

Il Consorzio Italiano Compostatori (CIC) calcola infatti che se la raccolta dei rifiuti organici fosse diffusa su tutto il territorio nazionale (attualmente siamo circa alla metà), si potrebbero generare circa 8-9 milioni di tonnellate di scarto da cucina, con cui produrre più di 450 milioni di metri cubi di biometano. Su questo fronte un'eccellenza è indubbiamente la Montello S.p.A., azienda che ha sede nell'omonimo comune in provincia di Bergamo e che immette direttamente nella rete nazionale del gas il metano bio che produce. La Montello vanta inoltre il primo esempio di impianto industriale d'Italia in grado di produrre biometano esclusivamente dal trattamento dei rifiuti organici della raccolta differenziata urbana. La struttura, che recupera l’umido prodotto da circa 6 milioni di abitanti (equivalente al 60% dell’intera Lombardia), è anche il primo impianto in Italia “Carbon Negative”: dal biogas generato recupera infatti anche 38.000 tonnellate all'anno di anidride carbonica destinata ad uso tecnico ed alimentare. Un cerchio quasi perfetto insomma.

D'altra parte il pacchetto approvato dal Consiglio Europeo lo scorso maggio, chiede agli Stati membri performance sempre migliori proprio in termini di Economia Circolare. E se è vero, come dice John Bell della Commissione UE, che la bioeconomia è il cuore biologico dell'economia circolare, è lì che bisogna puntare.