In un mio intervento su queste pagine nel marzo scorso, poco dopo l'improvviso attacco israelo- americano che decapitò l'intera dirigenza iraniana, sottolineavo come fosse difficile per l'Iran chiudere completamente lo stretto di Hormuz, sia perché alcuni dei paesi del Golfo hanno infrastrutture alternative che consentono di esportare da terminali esterni al Golfo, sia perché impedire l'attraversamento dello stretto non è poi cosi facile.

A sette mesi di distanza è possibile fare un primo bilancio della situazione. Il principale elemento di sorpresa è la precisione con la quale l'Iran è stato in grado di colpire alcune navi che tentavano di attraversare lo stretto senza aver negoziato un libero passaggio, e - soprattutto - alcune infrastrutture-chiave per le esportazioni tanto di petrolio che di gas all'interno stesso dei paesi della sponda opposta. La precisione delle armi iraniane ha anche fortemente scoraggiato e limitato la libertà di manovra della flotta americana.

Contrariamente a quanto avvenuto in passato, le navi USA sono rimaste al di fuori dal Golfo. Nonostante tutta l'enorme forza militare impiegata dagli americani, l'Iran continua ad essere in grado di proiettare una minaccia credibile. In passato, si ragionava che, se anche lo stretto fosse stato «chiuso» dall'Iran, gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di riaprirlo in tempi relativamente brevi. Alla prova dei fatti, e nonostante le roboanti minacce di Trump, cosi non è stato. Oggi lo stretto non è né completamente aperto né completamente chiuso. La situazione oscilla di settimana in settimana: per tutto il mese di settembre le esportazioni di petrolio sono risultate quasi normali, poi gli attacchi si sono nuovamente intensificati.

Tra le soluzioni di aggiramento del transito attraverso lo stretto, due sono emerse come particolarmente importanti: l'oleodotto che attraversa l'Arabia Saudita da Est a Ovest fino a Yanbu' sul Mar Rosso, e quello che attraversa gli Emirati da Sud a Nord, portando il greggio al porto di Fujairah. Il primo è di gran lunga il più importante, e ha consentito di esportare fino a 5 milioni di barili al giorno, oltre a servire le raffinerie saudite sul Mar Rosso e quindi consentire di esportare anche prodotti raffinati. Il secondo, oltre ad avere portata più limitata, ha sofferto per gli attacchi iraniani al porto di Fujairah (che, pur essendo fuori dal Golfo, è molto vicino alle coste iraniane). E sempre più evidente che il problema non è soltanto la libertà di navigazione attraverso lo stretto di Hormuz, ma soprattutto la vulnerabilità delle infrastrutture di raffinazione e di trasporto all'interno stesso dei paesi prospicienti il Golfo.

Come insegnano gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, è possibile colpire anche a migliaia di chilometri dalla linea del fronte. Le raffinerie di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait e Bahrein sono state colpite e seriamente danneggiate, e altrettanto è successo per gli impianti di liquefazione del gas e di conversione del gas in combustibili liquidi in Qatar. Anche l'oleodotto est-ovest in Arabia Saudita è stato colpito, in particolare una delle stazioni di pompaggio del petrolio - ma la capacità di trasporto è stata quasi completamente ristabilita in tempi relativamente brevi. L'esperienza dimostra che in generale gli oleodotti possono essere riparati rapidamente, anche se è praticamente impossibile difenderli per tutta la loro lunghezza. Per le raffinerie e gli altri impianti industriali, l'entità dei danni dipende dalla capacità dell'attaccante di distinguere le strutture più importanti da quelle meno importanti. Gli attacchi ai serbatoi di stoccaggio sono spettacolari, con incendi prolungati e colonne di fumo nero altamente visibili - ma i serbatoi non sono strutture cruciali. La novità è che negli ultimi mesi l'Iran ha dimostrato di essere in grado di danneggiare anche gli impianti che costituiscono il cuore stesso della raffineria, non facilmente riparabili o sostituibili. La precisione degli attacchi è molto aumentata.

In aggiunta, l'offensiva degli Houthi in Yemen ha consentito loro di minacciare anche allo stretto di Bab el Mandeb, che collega il Mar Rosso all'Oceano Indiano, ostacolando il passaggio delle petroliere saudite. Il greggio che i sauditi possono esportare da Yanbu' può comunque uscire dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez e il parallelo oleodotto Sumed, ma non è un'alternativa appetibile, visto che i principali utilizzatori di quel greggio sono in Estremo Oriente.

Intanto, diventa sempre più chiaro che una soluzione della crisi non è imminente. Fino a che Trump è alla Casa Bianca, e il potere in Iran nelle mani dei guardiani della rivoluzione, un compromesso è estremamente difficile. La situazione attuale potrebbe durare ancora per anni. In ogni caso, qualsiasi accordo immaginabile non cancellerà la lezione di questi mesi: i paesi arabi del Golfo sono vulnerabili e la loro sicurezza non è garantita dagli Stati Uniti. La coscienza della loro vulnerabilità spingerà inevitabilmente a investire in ogni forma possibile di diversificazione.

Nessuna alternativa è inattaccabile, ma la diversificazione offre comunque maggiore sicurezza. Per alcuni paesi, la ricerca di diversificazione non è facile. Kuwait e Qatar non hanno praticamente alcuna possibilità di esportare da porti al di fuori del Golfo, se non attraversando il territorio dell'Arabia Saudita - certamente una dipendenza che preferirebbero evitare. La conclusione è che l'interdipendenza con i vicini è inevitabile, e la piena sovranità una chimera. Non c'è alternativa alla ricerca di buoni rapporti tra tutti i paesi della regione, anche se sembra un obiettivo molto difficile da raggiungere.