C’è stato un tempo in cui l’Italia, uscita affamata di energia e in ginocchio nelle macerie della Seconda Guerra Mondiale, ha guardato all'atomo non con la paura di oggi, ma come alla promessa dell’indipendenza energetica. Un’epoca in cui giovani fisici (come Carlo Salvetti) tessevano una diplomazia parallela per aggirare i divieti del Trattato di Pace, e l'industria privata investiva nel futuro. Ripercorrere la breve e travagliata parabola del nucleare nostrano – tra sogni di indipendenza, fughe in avanti tecnologiche, la spregiudicatezza di Enrico Mattei e il calvario giudiziario di Felice Ippolito – significa fare i conti con i peccati originali di un paese che non ha mai saputo darsi una strategia energetica unitaria e di lungo periodo.
I primi a finanziare quei giovani scienziati del Politecnico di Milano, riuniti intorno al prof. Giuseppe Bolla, furono i privati (Edison, Montecatini, Fiat, Pirelli), e alla fine del 1946 nacque a Milano il CISE (Centro Informazioni Studi ed Esperienze). Le ricerche riguardavano la metallurgia, l’acqua pesante e i contatori di radioattività.
In quegli stessi anni iniziava la parabola di Enrico Mattei. Commissario liquidatore dell’Agip, anziché chiuderla comprese che la compagnia poteva garantire energia a basso prezzo. Nonostante le pressioni delle società petrolifere straniere (e dei loro emissari italiani), avviò la ricerca in Val Padana, raddoppiò le perforazioni, costruì gasdotti e, nel 1953, ottenne l’istituzione dell’Eni. Abile comunicatore, Mattei trasformò ogni scoperta in un trionfo e in orgoglio nazionale, come i piccoli e insignificanti giacimenti di Cortemaggiore (1949) resi celebri dal famoso slogan della "Super Cortemaggiore, la potente benzina italiana".
Per il nucleare il 1952 fu un anno chiave: nacque il CNRN (Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari), guidato da Francesco Giordano, con la presenza del geologo Felice Ippolito. Il CISE divenne il braccio operativo, ma emersero subito conflitti: il CISE voleva sviluppare un reattore nazionale (il Cirene), mentre il CNRN preferiva importare modelli esteri pronti, come l’MTR di Ispra.
La crisi di Suez del 1956 impresse una brusca accelerazione: la chiusura del Canale mostrò quanto fossero insicure le vie di trasporto del petrolio. Nello stesso anno furono ordinate le prime tre centrali nucleari italiane:
- Alla Sme (Iri): il reattore ad acqua bollente del Garigliano (General Electric).
- All’Eni di Mattei: il reattore a gas-grafite di Latina (Magnox).
- Alla Edison: il reattore ad acqua in pressione di Trino Vercellese (Westinghouse).
Il quadro metteva in evidenza una grave mancanza di coordinamento con tre diverse tecnologie adottate contemporaneamente.
Mentre il paese viveva il boom economico, il famoso "miracolo" (crescita del 5-6% annuo, esplosione della produzione di elettrodomestici e automobili) e i consumi energetici raddoppiavano, il governo di Centro-Sinistra presieduto da Amintore Fanfani varò nel 1962 la nazionalizzazione dell'energia elettrica e la nascita dell’ENEL. Il 1962 fu anche l'anno della tragica scomparsa di Enrico Mattei, il cui aereo precipitò in rotta verso Linate il 27 ottobre, probabilmente a causa di un attentato. Con la sua morte svanirono i sogni di un'indipendenza energetica basata su accordi diretti con i paesi produttori. Parallelamente, la posizione di Felice Ippolito alla guida del CNEN (ora Comitato Nazionale Energia Nucleare) diventava fragile. Il piano 1959-64 puntava su troppi reattori diversi (ben quattro linee di ricerca più il Cirene), una strada troppo ambiziosa per l'Italia. Considerato una figura "scomoda", Ippolito fu travolto nell’estate del 1963 da attacchi politici guidati da esponenti del partito socialdemocratico come Saragat e Preti. Accusato di malversazioni, Ippolito fu arrestato e condannato, sebbene i successivi processi ridimensionassero quasi del tutto le accuse, riducendole a marginali infrazioni amministrative.
Negli anni '60, con l’esplosione della mobilità privata e la produzione massiccia di automobili, l’olio combustibile (scarto della raffinazione) divenne il carburante privilegiato per le centrali termoelettriche dell’ENEL. Il nucleare perse slancio: la quarta centrale (Caorso) impiegò oltre dieci anni a essere completata.
Nel 1973, la prima crisi petrolifera dell’OPEC pose fine all'età dell'oro del petrolio. L’Italia entrò in un periodo di austerità e di forte inflazione. Nonostante i piani di rilancio del nucleare (con il piano energetico del 1975 – il piano Donat Cattin - e con quello del 1986 per la costruzione di nuove centrali), il settore si trovò ad affrontare ostacoli crescenti. L’opposizione locale e il sorgere dell'effetto NIMBY ("Not in my back yard"), alimentò timori per gli sconvolgimenti territoriali legati ai grandi cantieri e ai grandi impianti. Gli incidenti internazionali, come quello di Three Mile Island (1979) dettero poi una forza insperata ai primi movimenti ambientalisti contro il nucleare civile, attivi già da diversi anni. Il colpo di grazia definitivo arrivò nell'aprile del 1986 con l’incidente di Černobyl'. Il referendum del 1987, tenutosi in seguito al disastro nella centrale allora sovietica, spense definitivamente le ambizioni nucleari italiane. Quel voto popolare, nato sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl e della paura collettiva, non ha chiuso soltanto le centrali di Latina, Trino, e Caorso (quella del Garigliano era già stata chiusa nel 1982) ma ha cristallizzato, per decenni, il tabù nucleare nel dibattito pubblico italiano.
Oggi, mentre la transizione energetica riapre il dossier sull'atomo di nuova generazione, la storia dei nostri pionieri ci ripropone una lezione scomoda ma attuale: senza una visione di lungo periodo, una governance industriale stabile e la capacità di fare sistema, ogni grande ambizione energetica rischia di trasformarsi nell'ennesima occasione perduta.
Lorenzo Pinna è autore di Cento anni in compagnia dell'atomo. Una breve storia del nucleare", Edizioni ETS, con prefazione di Carlo Stagnaro



















