La Francia dispone, in media annua, di un mix elettrico a basse emissioni di carbonio. La sfida è ormai garantire che resti a basse emissioni, affidabile e accessibile quando il clima cessa di essere “nella norma” e si verificano siccità prolungate, ondate di calore, bassi deflussi, meno idroelettrico e più vincoli sul raffreddamento delle centrali. Se si confrontano il 2022 e il 2024, emergono due facce dello stesso parco, con la stessa flotta e la stessa geografia: 54% di disponibilità nucleare e 445 TWh prodotti nel 2022; 95% di elettricità a basse emissioni e 539 TWh nel 2024. La differenza non risiede a livello di tecnologia, ma nella sua robustezza di fronte a un anno caldo e secco.

Il sistema elettrico francese si fonda su un paradosso idrico. L’acqua è raramente considerata un combustibile, ma è indispensabile al funzionamento di due fonti energetiche di primaria importanza a basse emissioni: l’idroelettrico e il nucleare. Il parco nucleare francese conta oggi 56 reattori distribuiti su 18 centrali. Secondo la SFEN, 30 reattori funzionano a circuito chiuso, con torri di raffreddamento e consumo d’acqua per evaporazione; 26 funzionano a circuito aperto, di cui 14 in riva al mare e 12 lungo i fiumi.

Questo paradosso si legge guardando all’intero sistema: secondo la Cour des Comptes, nucleare e idroelettrico insieme hanno rappresentato fino all’89% della produzione elettrica francese. Due tecnologie che hanno un chiaro vantaggio in termini di emissioni, ma entrambe dipendenti dall’acqua, costituiscono quindi la base del sistema elettrico nazionale, rendendo la questione idrica strutturale, e non marginale, per la sicurezza dell’approvvigionamento.

La distinzione tra prelievo e consumo è essenziale. In un circuito aperto, l’acqua prelevata è restituita quasi integralmente all’ambiente, ma a una temperatura più elevata. In un circuito chiuso, i prelievi sono inferiori, ma una parte dell’acqua viene consumata per evaporazione. La SFEN sottolinea che nel 2021 il 97% dell’acqua dolce prelevata per l’energia nucleare è stato restituito all’ambiente di origine e che il consumo medio di una centrale rappresentava circa l’1% della portata del corso d’acqua su cui è installato.

Il problema posto dalle siccità non riguarda quindi solo la quantità d’acqua consumata su base annuale media: riguarda soprattutto la disponibilità locale dell’acqua, la temperatura dei fiumi, i limiti agli scarichi termici e i conflitti d’uso durante i periodi di stress idrico. La vulnerabilità del nucleare non è tanto una questione di volume medio ma di vincoli locali, stagionali e regolatori.

L’ASNR documenta chiaramente il primo anello della catena causale. Per raffreddare gli impianti, le centrali nucleari prelevano acqua dal mare o dai corsi d’acqua e la restituiscono a temperatura più elevata. In caso di siccità prolungata o canicola, il livello dei fiumi diminuisce e la loro temperatura aumenta; le centrali devono allora adattare il funzionamento per rispettare le prescrizioni ambientali e non perturbare gli ecosistemi.

Queste prescrizioni riguardano in particolare i prelievi, i deflussi minimi, la temperatura massima degli scarichi e il riscaldamento del corso d’acqua dopo la miscelazione. Se un fiume ha già raggiunto la temperatura massima prevista, l’esercente deve adottare misure che possono arrivare fino alla riduzione della potenza dei reattori; eventuali deroghe possono essere concesse, ma devono rimanere motivate e circoscritte.

Questo vincolo è spesso trattato come una questione locale di sicurezza o di tutela ambientale. Ma ha anche una portata sistemica: se coincide con una riduzione dell’idroelettrico, un aumento della domanda dovuto al caldo, una bassa produzione eolica o minori importazioni disponibili, può accrescere il ricorso agli impianti termici fossili e quindi le emissioni del sistema elettrico.

Uno studio recente, pubblicato su Energy Nexus (Hu et al., 2026) e relativo a 25 paesi europei tra il 2017 e il 2023, ha quantificato questo meccanismo. Le siccità avrebbero aumentato la produzione elettrica fossile europea di 180 ± 34 TWh e generato 141 ± 35 MtCO₂eq di emissioni aggiuntive. Il gas naturale è il primo contributore di questo aumento (48 %), davanti a carbone, lignite e importazioni.

La Francia occupa una posizione singolare: il suo mix è molto decarbonizzato, ma strutturato attorno a due asset dipendenti dall’acqua. Secondo lo studio, le emissioni indotte dalla siccità rappresentano circa il 10% delle emissioni fossili del settore elettrico in Francia e in Portogallo. In valore assoluto, l’effetto francese resta inferiore a quello dei grandi paesi più fossili; ma, rapportato al profilo decarbonizzato del mix francese, l’effetto è significativo.

L’anno 2022 rappresenta un vero stress test. RTE indica che la produzione elettrica francese è scesa a 445 TWh, il livello più basso dal 1992, con una produzione nucleare di 279 TWh, una disponibilità media del parco pari al 54% contro il 73% nel periodo 2015-2019, una produzione idroelettrica di 49,6 TWh e una produzione a gas di 44,1 TWh. La Francia è diventata importatrice netta per la prima volta dal 1980, con un saldo negativo di -16,5 TWh; luglio, agosto e settembre hanno concentrato il 60% di tale saldo negativo. La crisi nucleare del 2022 è dovuta in larga parte a fattori industriali, in particolare alla corrosione sotto sforzo e alle fermate di manutenzione. Ma l’interesse del 2022 è mostrare l’effetto di combinazione: bassa disponibilità nucleare, siccità, idroelettrico degradato, prezzi del gas elevati e paesi vicini anch’essi sotto tensione. L’ASN ha dovuto modificare temporaneamente le prescrizioni sugli scarichi termici di diverse centrali per conciliare la sicurezza della rete, preservare le riserve di gas e di acqua idroelettrica e tutelare gli ambienti acquatici. Il confronto con il 2024 è istruttivo.

Quando il nucleare riparte e l’idroelettrico beneficia di condizioni favorevoli, il sistema ritrova rapidamente il suo vantaggio climatico: 539 TWh prodotti, 361,7 TWh di nucleare, 75,1 TWh di idroelettrico, solo 20 TWh di produzione fossile e il 95% di elettricità a basse emissioni. Il problema francese non è dunque la performance media, ma la robustezza negli anni secchi e caldi.

Gli episodi recenti di canicola confermano che questa vulnerabilità non è soltanto prospettica. Nel giugno 2026, Reuters ha riportato che un’ondata di calore in Europa occidentale aveva ridotto la produzione nucleare francese di 4,1 GW, circa il 7% della domanda francese a mezzogiorno. Le riduzioni hanno riguardato in particolare Saint-Alban, Bugey, Nogent e Golfech, per effetto delle temperature elevate e dell’accesso più vincolato all’acqua di raffreddamento.

L’effetto si è trasmesso al sistema europeo: le esportazioni francesi sono scese intorno a 3 GW nel pomeriggio, contro 10-12 GW alla stessa ora della settimana precedente. Reuters indica, inoltre, che i prezzi spot francesi e tedeschi hanno raggiunto i livelli più elevati dal gennaio 2025, in un contesto di caldo, venti deboli e maggiore ricorso alle centrali a gas.

Anche la stampa ambientale, in particolare Reporterre, ha messo in luce questa vulnerabilità, sottolineando che il nucleare, spesso presentato come un vantaggio di fronte al caldo estremo, subisce anch’esso i vincoli della siccità e della temperatura dei corsi d’acqua. L’interesse di queste fonti di attualità è rendere visibile un fenomeno che i bilanci annuali possono diluire: l’impatto può restare modesto in media annua, ma diventare importante in scala oraria o settimanale per i prezzi, le esportazioni, l’equilibrio della rete e il ricorso al gas.

La vulnerabilità climatica del nucleare non riguarda solo la siccità dei fiumi. La scorsa estate, la centrale di Gravelines, nel nord della Francia, ha dovuto fermare quattro reattori a causa di un’invasione di meduse, favorita dal riscaldamento climatico, nell’area di pompaggio dell’acqua di mare. Per prevenire un episodio analogo, EDF ha installato telecamere e predisposto pescherecci pronti a intervenire. Gli arresti registrati quest’estate nelle centrali lungo i fiumi, invece, non sono stati causati da problemi tecnici degli impianti, bensì dalla necessità di proteggere gli ecosistemi acquatici dagli effetti di un’acqua troppo calda.

La pianificazione (PPE, scenari RTE, piano di elettrificazione) dovrebbe integrare stress test idrologici espliciti: bassa idraulicità, bassi deflussi, temperature elevate dei corsi d’acqua, vincoli sugli scarichi termici, aumento della domanda estiva, bassa produzione eolica, indisponibilità nucleare parziale e minore disponibilità di importazioni. La Cour des Comptes insiste già sulla necessità di comprendere meglio il vincolo idrico e di integrare le proiezioni idro-climatiche nella pianificazione degli usi dell’acqua.

EDF prevede di investire 8,7 miliardi di euro da qui al 2040 per adattare i suoi reattori nucleari a una Francia più calda, anche attraverso un maggiore ricorso alle cosiddette “torri di raffreddamento”. Le prime torri di questo tipo sono state installate vicino alla città di Poitiers, presso la centrale nucleare di Civaux, lungo il fiume Vienne, dove i livelli d’acqua tradizionalmente bassi hanno aggravato i problemi legati al clima. In quella centrale, però, le torri di raffreddamento utilizzano ventilatori per raffreddare l’acqua di 3-7 gradi Celsius prima che venga reimmessa nella Vienne. Questi investimenti sono cruciali, nella prospettiva dei nuovi reattori che EDF dovrà costruire.

Il caso francese dimostra che la decarbonizzazione del mix elettrico non protegge automaticamente dagli effetti del cambiamento climatico. La Francia dispone di un grande vantaggio: un’elettricità a emissioni annue medie bassissime. Ma questo vantaggio poggia in parte su infrastrutture esposte alla risorsa idrica. La siccità agisce prima come vincolo locale di sicurezza e di tutela ambientale; quando colpisce simultaneamente più bacini e più tecnologie, diventa un vincolo per l’intero sistema elettrico. Il problema non è più soltanto produrre a basse emissioni in media annua. È restare a basse emissioni quando il clima smette di essere medio. In questa prospettiva, la resilienza del settore elettrico rappresenta un elemento centrale della resilienza climatica francese.