Aumentare la resilienza del sistema rispetto agli impatti del climate change. Adeguarsi al nuovo quadro normativo e strategico sulla qualità e la sicurezza delle acque. Efficientare il servizio superando, anche attraverso aggregazioni, le gestioni in economia. Mantenere elevato il livello degli investimenti una volta terminati i fondi del PNRR. Sono queste le quattro sfide principali che attendono il servizio idrico italiano nel prossimo futuro. Il quadro emerge dal nuovo Blue Book realizzato dalla Fondazione Utilitatis e promosso da Utilitalia, a cui hanno contribuito in quest’ultima edizione Enea, il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, l’Istituto Superiore di Sanità, le sette Autorità di bacino dei distretti idrografici, la Scuola Superiore Sant’Anna la Fondazione Cima e The European House – Ambrosetti.

Lo studio evidenzia la crescita degli investimenti nel settore idrico, che nel periodo 2021-2029 si attestano su una media di 90 euro annui per abitante, con un picco nel biennio 2025-2026 legato anche all’attuazione del PNRR. Siamo passati da una media di 66 euro annui per abitante nel 2021 a 106 euro nel 2026 (ultimo anno del PNRR); fino al 2029 si prevede una fisiologica riduzione di circa il 10% rispetto agli anni di massima intensità, ma con un livello che si manterrà comunque sui 90 euro annui, superiore del 21% rispetto al 2021. Questo aumento si è riflettuto sul miglioramento della qualità del servizio da parte dei gestori industriali, come per esempio dimostrano i dati relativi alle elevate campionature effettuate per garantire la potabilità dell’acqua (nel 2024 sono stati analizzati circa 4,4 milioni di parametri su 295mila campioni, il 197% in più rispetto al numero minimo di prelievi richiesto dalla normativa) o al basso numero di sospensioni/limitazioni d’uso (0,5% degli utenti) e non conformità (0,3% dei parametri).

Emergono tuttavia ancora divari tra le gestioni industriali e quelle “in economia” in capo agli enti locali, diffuse in particolar modo al Sud. Risultano, infatti ,ancora molto bassi (22 euro per abitante nel 2024) i dati relativi gli investimenti delle gestioni “in economia”, un quadro che interessa ancora 1.310 comuni per circa 6,9 milioni di abitanti (il 12% della popolazione italiana) soprattutto al Sud, ostacolando investimenti ed economie di scala. 

Di contro, la governance del servizio idrico ha compiuto progressi significativi con una crescente aggregazione verso gestioni industriali: oggi l’86% della popolazione (49,8 milioni di abitanti) vive in comuni con servizio integrato affidato a un unico operatore. Il processo di subentro del gestore unico in diversi ambiti territoriali, specie in Calabria, Molise e Valle d’Aosta, sta progressivamente riducendo il numero delle gestioni in capo agli enti locali. Si tratta dunque di processi positivi di attuazione della governance di settore, frutto anche delle azioni di riforma promosse dal PNRR. In proposito, è bene evidenziare che nei prossimi dieci anni circa la metà della popolazione italiana sarà coinvolta in rinnovi o nuove procedure di affidamento del servizio idrico, aprendo una fase strategica per il riassetto del settore.

Utilitatis ha analizzato 113 concessioni che riguardano 46 milioni di abitanti (80% della popolazione), con un impatto crescente nel medio termine: circa 7 milioni di cittadini entro cinque anni e circa 20 milioni entro dieci anni. Il prossimo decennio, dunque, sarà decisivo per consolidare l’unicità gestionale, rafforzare la capacità industriale e ridurre i divari territoriali.

Efficientare il servizio ha inoltre effetti diretti anche sui costi a carico dei cittadini. Nel 2025, la spesa media nazionale per il servizio idrico integrato è stata pari a 411 euro annui per una famiglia di tre componenti (150 m³), in aumento del 7% rispetto all’anno precedente anche per effetto dell’aumento degli investimenti. Nonostante l’incremento, la tariffa unitaria si attesta mediamente sui 2,6 euro/m³, rimanendo inferiore alla media europea (3,4 euro/m³) e confermando un equilibrio tra sostenibilità per le famiglie e fabbisogno di investimenti.

Investimenti che, come evidenziato in precedenza, saranno sempre più indirizzati verso la resilienza idrica. Le imprese del settore sono alle prese con una sfida idrica globale che non è più emergenziale ma strutturale: secondo la United Nations University, siamo entrati in una fase di “bancarotta” dove, a livello mondiale, l’equilibrio tra domanda e disponibilità è stato superato in molti sistemi. Questo impone un’accelerazione significativa delle politiche di adattamento, modernizzazione infrastrutturale e finanza dedicata, se si pensa che il 15% del PIL dell’Area Mediterranea (1.902 mld $) e il 20% di quello italiano (384 mld €) non potrebbero essere generati senza la risorsa idrica.

Per uscire da una logica emergenziale, a fronte di un’alternanza sempre più marcata nel nostro Paese di fasi con piogge intense e periodi più secchi, ricorrere a soluzioni tecnologiche, gestionali o finanziarie innovative, è ormai imprescindibile. Grazie all’integrazione di satelliti ottici e radar, per esempio, è possibile monitorare lo stato degli invasi in tempo quasi reale ed in qualsiasi condizione meteorologica. Il servizio sviluppato da DPC e Fondazione CIMA fornisce serie temporali e indicatori di anomalia utili per identificare rapidamente situazioni di scarsità idrica, in un’ottica di prevenzione nella gestione della risorsa. Al contempo, è fondamentale sprecare meno risorsa possibile. I titoli di risparmio idrico, o “certificati blu”, rappresentano una leva strategica per trasformare il risparmio e il riuso dell’acqua in un valore economico misurabile, orientando investimenti e comportamenti verso una gestione più efficiente della risorsa. Attraverso modelli ispirati ai titoli di efficienza energetica e ai water credit volontari, è possibile attivare meccanismi di mercato capaci di premiare chi riduce i consumi e responsabilizzare i grandi utilizzatori.